Robe Tristi Varie

Se una mattina di primavera, un Indagatore dell’Incubo…

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Questa volta Chandler non c’entra, giuri.

Stamattina eri seduto in camera, alla scrivania.
Stavi cercando di disegnare ua sezione di cuore che non sembrasse un carciofo, con le valvole mitrale e tricuspide un po’ diverse da ciuffetti di erba non meglio identificata.
Ad un certo punto, senti bussare alla porta.
Avanti, gridi.
Non ha mai funzionato, questa cosa.
Chissà perché, le pareti di questo posto sono sottili che sapresti dire con certezza chi ha starnutito e a che ora, ma quando si tratta di dare il permesso a qualcuno di entrare, sembra improvvisamente di essere finiti nel bunker antiatomico della batcaverna.
Stavi pensando seriamente di installare un sistema di apertura porta simile a quello dei Goonies, mentre ripevi la tua esortazione ad entrare.

Tipo. Magari senza galline, che tenerle in camera sembra brutto.

E chi entra?
Proprio lui. Cioè, non ci potevi credere.
Con le sue scarpe chiare, i sui jeans, la sua inconfondibile camicia rossa che è sempre un discreto pugno nell’occhio e la giacca nera da becchino, rubata all’amico Dellamorte.
Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, fa il suo ingresso trionfale.

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Dylan Dog, gente. Che storia.

Controlli che i sigari che hai fumato ieri sera fossero davvero sigari, e vedi che sì, lo erano.
Questa non è un’allucinazione.
Hai smaltito l’ultimo sorso del tuo amico Jack Daniel’s da tempo, ormai, quindi anche l’alcol è da escludere.
Quindi, la verità è questa: Dylan Dog è in camera con te.
Avresti preferito Valentina di Crepax, ma non facciamo i gianfransuà.
O forse, semplicemente, avevi bisogno di un pretesto ed hai invitato l’Indagatore dell’Incubo a fare quattro chiacchiere.
Fate voi.

Doc, ho bisogno di parlarti, mi fa.
Fai il superiore, come se non avessi una fottuta leggenda davanti a te, e lo inviti a sedersi sulla poltrona.
Lui si siede, adottando la tipica postura sgangherata che lo ha reso celebre.
E ci sta da dio.

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Da qualche giorno mi tormenta un ricordo. Il ricordo di un amore. Del Grande Amore.
E vorrei parlarne con te, che sei uno psicoterapeuta mica da ridere, mi ha detto Bruce Wayne.
Discorriamo tranquillamente, dai.
Parliamo
della Vita, della Morte e dell’Amore.
Non sai come funzioni la mente di un personaggio di un fumetto, se si renda conto di essere fittizio o meno. Ma proprio noi uomini dobbiamo rimproverare a qualcuno la falsità?
Facciamo finta di niente, allora, e sorvoliamo anche sulle sue ultime parole, che non sai siano o meno una battuta volontaria.

Quante storie, Dylan.
Quante avventure, quante donne, quanto dolore e quanta passione.
Scriveva Carlos Ruiz Zafón nel romanzo che lo ha reso celebre, “L’Ombra del Vento”, che si ama veramente una sola volta nella vita.
Prendendo per vera questa massima, Dylan, in quale angolo remoto corre la tua mente, la tua sconvolta memoria? A chi doni questo importante ed infame titolo, chi è stato il tuo grande amore?
Quella relazione pura e sincera, così distante dal banale sesso che ottieni da quasi ogni tua cliente, che forse anzi non ha nulla a che fare con il sesso, perché di altro si parla, qui, si parla d’Amore.
E le tue sono questo, lo sono sempre state: grandi storie di Morte e d’Amore, anche perché la vita non è composta d’altro, se non dalle infinite sfumature tese tra questi due estremi.
Allora tralascia i commenti sull’avvenenza della nuova cliente, posa il clarinetto ed abbandona il galeone sulla scrivania, per un attimo.
Sei un puro, i tuoi principi morali ti rendono l’uomo che sei, un eterno ragazzo che vuole credere fermamente a ciò a cui da la caccia, sebbene lo scetticismo e la ragione si insinuino sempre e ti facciano dubitare di tutto, da bravo detective.
Proprio in virtù di quei tuoi principi morali, sono sicuro, mi risponderai sinceramente: qual è il tuo Grande Amore, Dylan?
Un nome si fa strada, emerge, giunge alle labbra, viene liberato.
Marina

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Comunicazione di servizio: cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggere, deboscia.

I capelli, quei meravigliosi capelli dal colore cangiante, ora biondi, ora castano chiari, morbide chiome in cui affondare il volto, sognando di addormentarcisi sopra; o le labbra, quelle morbide labbra che, quando sfiorano le tue, sono come il primo sorso di vino dopo aver attraversato il deserto; e gli occhi, mio dio, vogliamo parlare degli occhi? Quei pozzi celestiali e profondi, che sembrano celare la conoscenza del mondo, i segreti più reconditi del suo animo, che è anche l’unica parte di mondo che realmente ti interessa, adesso, vogliamo parlarne? Quelle acquose e dolci promesse che ti cercano, ogni tanto, e sembrano illuminarsi – povero illuso – trovando riscontro nel tuo sguardo perso, così a fondo che potresti affogare.
Marina.
Parlami di lei, Dylan.
Lasciati andare.
Tu mi hai ascoltato e consolato così tante volte, nei miei giorni peggiori, e mi hai accompagnato per mano verso i successi, rappresentando un valido modello di vita.
Ti devo questo piccolo, insignificante favore.
Parlami di lei.

Mi rivolge uno sguardo assente, come se gli avessi appena chiesto di staccare la luna dal cielo con un cucchiaino.
Poi abbassa gli occhi, li chiude.
Si rilassa. Inizia a parlare.
I silenzi, doc. Sono quelli che fregano. I silenzi.
Le reticenze.
Le parole pensate e non dette, che vagano sulle labbra come un satellite attorno al suo pianeta, senza mai avere davvero il coraggio di giungere al punto centrale.
I silenzi ti fanno innamorare, perché possono essere tutto e niente, possono racchiudere i segreti del mondo.
Lei aveva questo vizio.
“Senti …”, mi faceva. Ed appena rispondevo, appena mi voltavo, lei mi guardava con uno sguardo insieme triste e divertito.
Restava in silenzio.
E dopo qualche secondo terminava con “niente”.
Mi mandava ai matti questa cosa, davvero. Mi faceva impazzire.

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Che cos’era quel silenzio? Voleva dire come sto con questo vestito?, oppure guarda che hai una scarpa slacciata? O era qualcosa in più?
Era forse il preludio ad un
ti amo mai espresso?
O, per evitare di esagerare, magari anche qualcosa di meno dell’Amore, ma comunque importante, qualcosa da portarsi nel cuore come un amuleto, da rigirarsi tra le mani nelle sere particolarmente malinconiche, mi spiego?
Qualcosa tipo
per me sei veramente importante o ancora tu sei l’unico che mi abbia mai veramente capito.
Non so perché l’ho detto.
Non è vero, credo di non averla mai capita a fondo.

Mi sorge un dubbio, in questo momento. Ma è troppo terribile, e lascio correre.
Mi concentro su Dylan, poverino, lo vedo davvero affranto.
Ho l’impulso di propinargli la mia stessa medicina per questi casi, ed allungo la mano per invitare nella conversazione il mio vecchio amico JD … poi mi rendo conto che è mattina, e ricordo che Dylan ha smesso di bere, quel bravo ragazzo, un altro atto eroico da cui dovrei prendere esempio.
Quindi nulla, resto seduto e propongo un caffè che, so già, verrà rifiutato.
Non ci resta che continuare il viaggio, che approfondire la storia e scendere al livello ultimo della sofferenza, la cui conoscenza è necessaria, se si vuole risalire.
Così gli chiedo di dirmi di più. Come ha conosciuto questa sua ragazza? Quanto tempo …

Non è mai stata la mia ragazza, mi interrompe.
Ma come, Dylan, il grande amore della tua vita … non è mai stato tuo?
No. La nostra non è mai stata una storia, ma è stata qualcosa di più, a mio avviso.
E’ stata
l’ipotesi di una storia, e quindi la storia perfetta, perché non potrà essere logorata dal tempo, dalle abitudini, dalla noia.
Giuda ballerino, doc, sto parlando come te.
Ed il mio quinto senso e mezzo mi dice che non è un caso.

Ci guardiamo. Di nuovo quell’inquietante sospetto fa capolino dal retro della mia fronte, e di nuovo lo ricaccio dentro, che sia maledetto.
Lo sguardo che ci scambiamo è ricco di significato, lo sguardo che si scambiano persone che iniziano ad intuire la situazione in cui si trovano, ma non hanno il coraggio di esplicitarla, magari semplicemente perché sembra troppo assurda.
Fingiamo che vada tutto bene.
Il silenzio ci salva ancora una volta.

Stavo dicendo … no, non siamo mai stati insieme.
E forse è per questo che la amo. Che l’ho amata, volevo dire.
Il fuggevole contatto di un secondo, le nostre dita che si sfioravano quasi per caso, quegli sguardi rubati e sfociati quasi sempre in un accesso di riso, quelle carezze furtive che facevano rabbrividire la pelle … tutte queste cose valevano più di un qualsiasi contatto più intenso e schietto, perché ne rappresentavano il preludio, il prototipo, l’idealizzazione e, quindi, la forma più perfetta ed inviolabile.
In quei contatti di un secondo c’era più amore che in un prolungato abbraccio di routine.
Capisci quel che voglio dire?

Resto zitto.

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Qualcuno, non mi ricordo chi, ha scritto che L’Amore vero è solamente quello non corrisposto, perché solo all’ombra di una passione del genere l’uomo può capire quanto a fondo il suo sentimento sia radicato, fin dove conficchi gli artigli.
Una relazione consumata troppo presto non potrà mai raggiungere tali livelli di sentimento, quindi potrebbe essere Amore vero in potenza, senza mai però riuscire ad esprimerlo.
Senza mai riuscire a provarlo.
L’Amore fa male, è inutile negarlo. Se si ama, si soffre.
Ho avuto molte donne, doc, e le ho tutte amate, a modo mio.

Te le sei scopate, old boy. E’ diverso.
No, te lo giuro. Le ho amate una ad una.
Per ragioni diverse ed in modo diverso, questo sì, ma non c’è una sola donna con cui sia stato che non si è portata via un pezzo della mia anima. E’ inevitabile doc, pensaci.
Ma l’Amore supremo è quello … quello che non c’è mai stato.
Quello comparso in una calda estate al mare come un miraggio sulla spiaggia, come una tenue foschia che delinea i contorni di una cosa che potrebbe essere, ma no, non è e forse non sarà mai.

Come l’hai conosciuta, Dylan?
Come si conoscono le persone? Puoi mai dire di conoscerle?
No, certo che no.
Ma per lei è diverso, sentivo di conoscerla bene ed intimamente quasi da subito, come fosse un riflesso della mia anima su uno specchio d’acqua.
Faceva parte della nostra compagnia al mare, a Moonlight.
Ecco tutto. Passavamo le giornate insieme, a parlare delle relazioni altrui, a fare grandi discorsi.
Mi prendeva sempre in giro per le mie
“massime storiche”, come le chiamava lei.
Le mie uscite brillanti studiate la notte per fare colpo.
E funzionavano, in un modo o nell’altro: almeno la facevo ridere.
Semplicemente, stavamo bene insieme.
Sentivo di conoscerla meglio di me stesso.
Quando non c’era, mancava forte.
Quando c’era, ogni tanto mi sforzavo di ignorarla, per fingermi distaccato, superiore, non così dannatamente preso.

Tace.

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Vedi, doc, i silenzi, di nuovo.
La nostra vicenda è un giro di giostra sui binari del silenzio.
Mi chiedevo spesso se lei provasse lo stesso per me: se anch’io le mancavo, quando non c’ero, o se notava il mio distacco, chiedendosi a che cosa fosse dovuto.
Chissà se anche lei mi voleva bene? Il tempo trascorso insieme era tanto, e bello.
Perché avrebbe dovuto farlo, altrimenti?

Non sciupare il tempo passato, Dylan – mi sento in dovere di intervenire.
Il tempo passato è, uh, passato. Lascialo tale, non disturbarlo con contorti giochi mentali, non distorcerlo per cercarvi la chiave interpretativa di fatti che non ce l’hanno.
Quando nasci non ti danno un libretto di istruzioni per la vita.
Le cose capitano e basta, e non tutto ha un significato.
O, quando anche ce l’ha, non vale la pena di violare un bel ricordo.
Sorride, e mi guarda di sottecchi. Proprio tu me lo dici, doc?
Già.
Già.
L’hai rivista di recente?
Sì. O forse no, è tutto così confuso. Forse era solo un sogno. Certo, mi è tornata in mente.
Abbiamo parlato a lungo, ed era difficile scavare nei ricordi per far riemergere quell’estate insieme.
Faceva male.

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Ci sono memorie che tendiamo a sigillare, a recludere in un angolo remoto della mente perché non possano disturbarci, per permetterci di continuare a vivere. Perché in certi ricordi si potrebbe tranquillamente prendere residenza, si può vivere del passato.
Ecco perché a volte è meglio fingere di dimenticarlo, isolarlo: non perché sia meglio cancellarlo, anzi, ma per impedirci di restare troppo aggrappati ad esso.
Abbiamo parlato a lungo, ti dicevo, e mi ha raccontato la sua vita.
Le sue delusioni, i suoi tormenti, le sue storie.
Mi ha parlato delle sue esperienze amorose, e di come si siano rivelate fallimentari.
Di come ci abbia creduto troppo spesso e troppo presto, di come sia caduta in trappole in realtà facilmente prevedibili, solo perché speranzosa, ingenuamente fiduciosa della bontà delle persone, segretamente ed appassionatamente convinta che il mondo non sia popolato da soli stronzi.

Stringo i pugni.
Faccio una domanda, ma sento di sapere già la risposta.
Sento di sapere tutte le risposte a tutte le domande.
Ma non si tratta di sapere o non sapere, qui; si tratta di aiutare un amico, e, per questo, posso fingere ignoranza.
La sua fiducia nel genere umano è stata ricompensata?
Dylan mi guarda con occhi tristi, e con un’espressione che sembra chiedere secondo te, scienzià?.
Infatti, non mi risponde.
Si accomoda meglio sulla poltrona, si sporge in avanti e si lascia andare.
Dio, lei è così bella, doc.
Ma non dico fisicamente; certo, anche quello, è meravigliosa, ma …
lei è così bella, capisci?
E’ una ragazza tosta, non ha paura di dire quello che pensa, sa farsi rispettare.
Tu la vedi e pensi
oh, ecco una che sa il fatto suo.
Ecco una stronza che saprebbe prendere a calci nelle palle tutto il mondo, se ce ne fosse bisogno.
Ecco una donna indipendente, che non crede a nessuno e non sente alcun bisogno di crederci.
Ed è così, infatti. Ma solo fuori, solo in apparenza.
In realtà è delusa ed arrabbiata, con un disperato bisogno di credere in qualcuno.
E vuole farlo, è questa la cosa meravigliosa: per quanto sia delusa, amareggiata o ferita, trova sempre la forza di alzarsi dalla comoda poltrona al buio della sua stanza per spalancare le finestre e lasciarsi investire dal sole, dal mondo, dalla vita.
Lei
vive.
Soffre, perché le due cose sono inscindibili (e di nuovo mi sembra che sia tu a parlare, non io. Strano), è ovvio, ma almeno vive, fa le sue esperienze, cresce.
E ti sembra poco, in un mondo talmente impaurito dal dolore che per la maggior parte si limita a sopravvivere, in un tripudio di banalità, routine e noia?
Così, ogni volta, nella sua corazza di donna vissuta e indipendente, lei si affaccia alla finestra.
Ed ogni volta viene scambiata per qualcun’altra.
Sembra così difficile, per gli altri,
comprenderla.
Eppure …
Eppure se solo la stessero per un minuto ad
ascoltare, affogando nei suoi occhi limpidi e sinceri che comunicano molto più delle sue per la verità scarse parole, anziché fissarle le tette, pensare a che cosa dire dopo per fare bella figura o immaginarla nuda.
È incredibile il senso di impotenza e frustrazione che emerge in quei momenti.
La rabbia che prende la bocca dello stomaco e te la chiude con violenza inaudita quando qualcuno la tratta superficialmente, la giudica per il suo aspetto, per il suo corpo, senza conoscerla, e senza alcuna intenzione di farlo.
Se solo questo qualcuno si rendesse minimamente conto della fortuna che ha anche solo standole accanto, anche solo ascoltandola, anche solo odorando il profumo dei suoi capelli o sentendo il ritmo concitato del suo respiro.
Se solo sapessero.
Capisci perché, doc? Ora mi comprendi quando dico che ho amato ogni singola donna con cui sono stato, e che sempre quando una storia finisce soffro come un cane?

Come un Dog?
L’ironia è una nostra arma comune, e non ti salverà, questa volta.
Come ci può essere solo sesso con una donna per chi ha conosciuto un amore del genere?
Come puoi scopare e guardarti ancora allo specchio, sapendo che magari c’è chi venderebbe l’anima anche solo per poterle stringere la mano, o vederla sorridere?
Abbiamo il dovere morale di andare oltre, doc.

Dylan, mi conosci. Con la moralità ci ho sempre fatto a cazzotti.
Sei uno stronzo bugiardo e lo ammetto, questa maschera ti dona. Non è questa la sede per trattare il tuo senso morale, che comunque non è certo quello schifo che stai, per chissà quale ragione, facendo credere in giro.

Perché non ti sei mai fatto avanti, Dylan? Che cosa ti ha bloccato?
Forse l’orgoglio. Forse la paura di rovinare tutto. Chi lo sa?
No, non è vero. Devo essere sincero.
E’ stata la paura di avere una risposta.
Strano timore, vero?

Non tanto quanto credi.

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Se lei avesse esplicitato i suoi sentimenti … sarebbe tutto finito.
L’attesa, la speranza, il dolore, forse l’amore.
Magari mi amava, magari no.
Ad ogni modo, con una risposta avrei smesso di sperare, di immaginare, di illudermi.
La foschia si sarebbe diradata, avrebbe lasciato il posto alla cruda verità.
Forse intimamente non volevo stare con lei.
Forse questa storia non avrebbe potuto svolgersi diversamente.
Forse siamo tutti attori su un gigantesco palcoscenico, e siamo tenuti a vivere al massimo, a soffrire al massimo, senza risparmiarci mai.
Di nuovo, vedi? Il silenzio.
Non mi sono fatto avanti per rispettare quel silenzio, che così in profondità ci legava.
Non avevo intenzione di sciuparlo.

E il rimpianto, Dylan? Non ti tormenta il rimorso per le parole non dette, per i baci non dati?
Ogni giorno. Ogni notte.
Ma fa parte del gioco. E’ giusto così.

E mi hai sospeso su un filo di lana
E mi ci terrai ancora per molto
Giovane amore, fiore non colto,
o forse sì, ma da un’altra mano.

E questa che cos’era?
E’ una canzone che scrissi allora, per sfogarmi, per esprimere i miei sentimenti per lei.
E’ proprio dedicata al silenzio, quelle risposte non date che mi facevano comunque sentire vivo.
L’ultima strofa parla proprio di questo. Ti va di sentirla?

Dylan, vecchio mio. Speravo me lo avresti chiesto.

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Cristalli di brina. Un ricordo straziante e dolce al tempo stesso.
Sicuro di non volertene disfare? Ora puoi, Dylan.
Sai già la risposta. Così come sai perché sai già le risposte alle tue domande, e perché ho bussato alla tua porta per parlarti del mio ricordo di amore, proprio oggi, dopo tanti anni.
Già. Lo so. Credo di averlo intuito non appena ti ho visto affacciarti oltre la porta, vecchio mio.
Come al solito, sei tu che salvi me.
Ci salviamo entrambi. Ma la sospensione dell’incredulità ci impone di portare a termine la nostra conversazione, prima che si sfaldino le trame dell’immaginazione dei lettori.
Hai un’ultima domanda?

Sai che ce l’ho. E’ quella che temo di più.
Come è finita, Dylan? Lei dov’è?
Ha importanza? In realtà ho ricordi confusi, ma tutto ciò che conta è che lei non è più qui.
Eppure, ci resterà per sempre.
Ricordo che, abbandonandola, l’ultima volta, pensai
ah, essere giovani e innamorati. Che crudeltà..

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Abbiamo tante speranze, il domani ci sembra carico di promesse, non può che essere migliore … e diventi adulto quando ti accorgi che nessuno ti ha promesso che ci sarà, un domani.
Che l’oggi, l’adesso è la nostra unica certezza, e che fantasticare sul futuro è pericoloso, si rischia di rimanere profondamente delusi.
Mentre partivo, in treno, lei mi corse dietro, e mi gridò qualcosa.
Qualcosa che sembrava importante.
Ma io non la sentii, ero semplicemente troppo felice di vederla ancora una volta, e le urlai
me lo dici la prossima estate …

Si alza. Mi getta uno sguardo dei suoi, quelli che ti fanno sentire al sicuro, e ti spingono a rivelargli tutto, a parlargli, a fidarti.
Affonda le mani in tasca, sotto la camicia rossa. Si allontana.
Si ferma solo un attimo, per dirmi Sempre in gamba, old boy.
Non ribatto che l’old boy, in realtà, sarebbe lui.
Oggi non ha senso.
Apre la porta, esce, la richiude.
Resto seduto alla scrivania, a pensare.
A digerire il rimorso accumulato nell’aria, e il rimpianto, il dolore, la passione e l’amore.
Quanto amore.
Penso alle sue ultime parole.
Penso al suo lungo addio.

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Già.
Ma quanto tempo ci separa dalla prossima estate?

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