Gatsby

Ragazzi, non c’è scampo. Ed anche il gambero sta per finire.

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Se questa è stata la vostra reazione leggendo il titolo del post, siete sulla buona strada per apprendere la nobile arte del beh va beh

No, che tu a volte sorridi, ma non avresti un vero motivo per farlo.
O meglio, sì, ce l’hai, certo che ce l’hai, solo che è collegato a qualche associazione mentale solitamente abbastanza contorta, una di quelle cose che una volta esternate ti farebbero passare ancora di più per pistola che non rimanendo zitto.
E così, quando si parla del Grande Amore, questa chimera, ti viene da sorridere.
Ed anche quando vedi il sole illuminare un cielo terso, la mattina di un caldo giorno festivo, come una promessa, come l’annunciazione di una giornata meravigliosa e perfetta.
È sempre un sorriso a metà, un po’ amaro: cogli l’ironia, la apprezzi, ma ti accorgi anche che, al di là di questa, non vi è altro che la solita distesa di dolore.
Quindi, come si dice, si ride per non piangere.
Quando viene la sera, poi, e il sole lotta per i suoi ultimi raggi ora rosati alla soglia dell’orizzonte, per lasciare spazio alla notte, la malinconia è inevitabile: un po’ l’ empatia per il giorno che muore, un po’ la tristezza per l’aspettativa delusa, un po’ la consapevolezza che domani inizierà tutto da capo, il sole sorgerà di nuovo e saremo di nuovo illusi e di nuovo traditi.
Ascesa e declino, vittime innocenti di un perverso e continuo moto astronomico che poi è anche una metafora della nostra esistenza.
Si inizia a scorgere l’ironia, laggiù in fondo?
Si stanno chiarendo le cause di quel mezzo sorriso?

E senti parlare del Grande Amore, un traguardo che – secondo te – non è un traguardo neanche per ‘sta cippa, come dire che acquistare un libro abbia risolto i conti in sospeso con quel determinato autore.
Non vorresti dire, eh, ma bisognerebbe leggerlo.
Parlandone, lo si capisce subito: siamo troppo giovani, troppo inesperti o, semplicemente, troppo umani per avere davvero idea dell’oggetto in discussione.
Tu lo vedi innanzi a te, vicinissimo eppure irraggiungibile.
Tendi la mano, le dita lo sfiorano… e quello scatta avanti.
Eppure quel contatto, quel fuggevole tocco, racchiudeva in sé l’intensità di mille abbracci dispensati senza pensarci troppo su.
Così, sei destinato a correre, ad inseguire un sogno, e magari, senza accorgertene, a superarlo, a lasciartelo alle spalle, troppo preso dal tuo scatto che Barry Allen a confronto è un ubriacone e per mettere in fila due passi deve concentrarsi come se fosse alle prese con il Teorema di Fermat.
Magari il traguardo l’hai raggiunto e non te ne sei accorto, perché è troppo diverso da come te lo saresti aspettato.
Non cambierebbe nulla comunque: appena acquisisci consapevolezza, ecco che di nuovo quello si allontana, e tu sei costretto a correre, ad inciampare, a sbagliare di nuovo.

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E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi.
C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

Ed è in queste situazioni, in questi frangenti in cui vincere sembra impossibile – e lo è, di fatto, ma non per nostra incapacità, quanto piuttosto per uno scherzo intrinseco della vita per cui ogni vittoria corrisponde in realtà al principio di una nuova partita – in cui la sofferenza è lì dietro l’angolo ed arrendersi non è comunque una possibilità contemplabile, perché troppo stupida, troppo facile per essere davvero soddisfacente, che un grido liberatorio si fa strada dai polmoni, risale facendo vibrare la laringe e rimbomba nelle guance e nei seni mascellari, per essere emesso come un sospiro rassegnato: beh va beh.

Il beh va beh (o be’va’be’ o beh vabbé, ndr) è la somma espressione di presa posizione nei confronti del Gran Giuoco della Vita che è stata messa a nostra disposizione.
Dovrebbe essere pronunciato con parsimonia, ma ti rendi per primo conto che certe volte scappa. E quando scappa, uh, scappa.
La sua pronuncia corretta non puoi definirla in modo diverso che ariosa: deve nascere come un urlo liberatorio che poi, però, trova compimento solo in una sorta di sospiro rassegnato.
Il gesto che solitamente lo accompagna è un’alzata di braccia a spalle chine, con le palme rivolte in avanti, una sorta di apparente sottomissione alle regole di un gioco che si rivela essere palesemente ingiusto, con lo sguardo che dice Stai barando, non vale, waffancool.

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Come faranno a mettere la pera nella bottiglia di grappa? È un miracolo! Davanti a questi misteri, lo scienziato alza le braccia e dice: Io mi fermo qui.

Il motivo per il quale questo potente mantra vada vibrato con parsimonia è presto detto: si tratta di un espediente metareferenziale.
Avete mai letto un fumetto di Deadpool, sì? O avete mai visto Fight Club?
Tanto per fare due esempi, i primi che ti vengono in mente.
In queste opere, i protagonisti si rivolgono spesso allo spettatore, consapevoli di essere parte di uno spettacolo messo in scena per dilettare un pubblico.
Ecco, uguale.
Il beh va beh è l’attimo di presa di coscienza della nostra condizione di attori sul grande palcoscenico della vita, e si insulta mentalmente lo sceneggiatore per qualche minuto perché oh, che ruolo di merda.
Ci si rivolge al pubblico e gli si fa gentilmente capire che se ne avrebbe anche i coglioni pieni di ricevere calci in coolo, chiedi scusa.
Proprio perché metareferenziale, perché potrebbe lacerare il tessuto della finzione scenica e della sospensione dell’incredulità postulata da Coleridge, trattasi di uno strumento utile ma pericoloso, dato che potrebbe sfilacciare le trame del reale facendoci precipitare in una sorta di limbo spaziotemporale estraneo ad ogni legge fisica che crediamo di conoscere.

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Gggente che ha abusato del beh va beh ed ora si trova confinata in un non-spazio ad aspettare un treno per la realtà che passa senza orari… un po’ come i treni veri, alla fine.
Momento Cooltoorale: Lo sapevate che “Mobil”, il nome della via della metropolitana che compare in questo fotogramma di Matrix Revolution, è un anagramma di “Limbo”? Sapevatelo.

Concludendo, il beh va beh è un’espressione ironica, una momentanea presa di distanza dalle faccende mondane che tanto ci perplimono per rimetterle nella giusta ottica e prospettiva.
È una locuzione di resa davanti all’insensatezza della vita che poi, alla fine, non prelude per nulla ad una resa; è una minaccia nei confronti dello sceneggiatore, come a dire Se non risollevi le sorti del mio personaggio, guarda non recito più, poi ti tocca chiamare Iù Gecman che ti spilla millemila milioni di dollari, tiè.
E lo sceneggiatore, dite, si piega alla gentile richiesta?
Ma neanche per sbaglio, proprio.
Anzi, dirai, si incarognisce ancora di più, ma ne è valsa la pena.
L’avviso ormai lo avete dato, e siete liberi di iniziare a recitare secondo il vostro copione, o magari improvvisando.
La sofferenza ed il dolore saranno ineliminabili, ma se non altro si riuscirà a tenere a bada la noia.
Ci si eserciti quotidianamente a pronunciare il beh va beh, anche solo mentalmente, davanti a ciò che non sembra avere senso, davanti ai torti, davanti a cose talmente stupide che risulta difficile credere davvero che siano state fatte.
Ecco, ad esempio: esercitatevi guardando questo film lungometraggio.

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Per questioni di Copioadestra, non vi si dirà che lo potete trovare tranquillamente in streaming cercandolo su gùgol.
Dovete comprare il divudì, piratazzi dall’uncino corto che non siete altro!