Fight Club

L’Angolo di Barney – Un’introduzione

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Barney Stinson approva questo post. This blog is AWESOME!

Ti si dice dalla regia che sei troppo allegro.
Come se si potesse davvero essere troppo una cosa del genere.
Sei troppo ricco, sei troppo bello, sai troppe cose, sei troppo forte.
“Troppo” è un vocabolo troppo abusato.
E, abusandone, ti si dice di essere troppo felice.
Che è tipo un reato, una cosa che se ti vede uno di quei poliziotti perennemente scazzati dei film amerrigani, che hanno voglia di lavorare quanto di essere presi a picconate sui cabbasisi da un nano ubriaco, ti chiede Uè, ‘cazzo ridi?, e ti guarda con sospetto, perché di fatto l’allegria è strana, infida,Che cosa avrà combinato quello lì per sorridere così, si chiedono tutti.

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Ma nulla, commissario. Voglio solo uccidere Batman.

Ti sono arrivate delle e-mail da alcuni Irregolari – soprattutto sfitinzie, pensa te, si vede che nel periodo depresso ti uscivano robe che a confronto Moccia e Volo potevano andare ad aprire una pizzeria pret a porter – per informarti che sì, insomma, i tuoi ultimi post sono molto di ridere e poco di piangere, mentre i primi erano molto più commoventi.
Rispondi pubblicamente a tutti, dicendo che tra “commoventi” e “depressichesembratisiamortalanonna” c’è di mezzo il mare (non era così, il proverbio?) e poi che grazie al cactus, eri innamorato e vedevi tutto il mondo filtrato dalle romantiche endorfine che ti saturavano il cervello.
E ti si chiede anche che cosa sia successo, perché tu abbia smesso di soffrire.
Domanda molto interessante, questa.
Non tanto per il perché, quanto per il percome.
Il perché è presto detto, dalle ossessioni si esce, quando si trova la voglia e il coraggio di uscirne: il guaio è che anche una passione deleteria può diventare piacevole, se è caratterizzante.
Insomma, come dicevi a queste coordinate, c’è chi nel dolore ci si crogiola, ha paura di uscirne, perché quel che c’è fuori potrebbe essere ancora peggio.
Ti rifai alla filosofia del meglio cambiare, né?, lanciata da una compagnia telefonica che da cinque anni ha sempre le stesse offerte.

Insomma, se dovessi rispondere alla domanda perché hai smesso di soffrire, diresti che non hai smesso neanche per il cazzo, che soffri per altri motivi e che il dolore resta ineliminabile.
Ma citeresti anche Il Corvo, con il celeberrimo Non può piovere per sempre e, soprattutto, diresti che fa decisamente troppo caldo per continuare a portare la barba.
Vi ricordate quel post in cui scartavetravi i coglioni perché ti eri fatto crescere la barba?
Ecco, lì si iniziava.
Era una barba da separazione, condensatore di sofferenza, maschera che esprimeva la paura di affacciarsi di nuovo al mondo, perché l’ultima volta ha fatto un male d’inferno.
Nel suo testo che preferisci, il buon Umberto-erto-erto-erto dà una connotazione reazionaria alla barba.

Leggete che roba:

Eravamo agli albori di un grande rovesciamento di paradigma.
Ancora agli inizi degli anni Sessanta la barba era fascista – ma occorreva disegnarne il profilo, rasandola sulle guance, alla Italo Balbo – nel sessantotto era stata contestataria, ed ora stava diventando neutra e universale, scelta di libertà. La barba è sempre stata una maschera (ci si mette una barba finta per non essere riconosciuti), ma in quello scorcio d’inizio anni Settanta ci si poteva camuffare con una barba vera. Si poteva mentire dicendo la verità, anzi, rendendo la verità enigmatica e sfuggente, perché di fronte ad una barba non si poteva più inferire l’ideologia del barbuto.
Ma quella sera, la barba risplendeva anche sui volti glabri di chi, non portandola, lasciava capire che avrebbe potuto coltivarla e vi aveva rinunciato solo per sfida.

(Umberto Eco, da Il Pendolo di Foucault, cap. 13, pag. 70, Bompiani, 1989).

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Poi saresti tu quello che si spara i pipponi filosofico-semeiotici sulla peluria. Sì sì.

Cioè, se non si fosse capito, ti sei rasato.
La barba rappresentava tutto ciò che hai accumulato, tutte le tue esperienze, il dolore, l’amore, la voglia di vivere e gli insegnamenti appresi.
L’hai eliminata.
Sfrondi la personalità, elimini gli orpelli, torni alle origini e rinasci fresco e felice come una rosa.
Facciamo come una fenice, dai.
Non c’era bisogno di automigliorarsi.
C’era bisogno di autodistruggersi.
Avete presente Fight Club, sì?
C’è una frase in quel libro che calza a pennello: L’automiglioramento è masturbazione.
Perché spesso è inutile! È una perdita di tempo!
Automigliorarsi è come mettersi a lucidare le maniglie su una nave che cola a picco; è come pretendere di rendere più accettabile una casa in rovina con una mano di intonaco.
Ti schieri a favore della Setta delle Ombre ed ammetti che certe volte l’unico modo per salvare una città è aiutarla a cadere.
Ti sei distrutto, hai cancellato la sovrastruttura, ed ora ricominci da capo.
Un nuovo inizio.
Una barba assente, appena accennata, conferma che è lì, sotto la superficie, e che vi hai rinunciato solo perché non hai più paura di mostrare la tua faccia.
Mica bruscolini.

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Non è perché ti ficchi penne nel culo che diventi una gallina. È solo dopo che hai perso tutto […] che sei libero di fare qualunque cosa.
(Chuck Palahniuk, da Fight Club, cap. 8, pgg. 70-72, Mondadori, 1996)

Ora passiamo al percome, ed introduciamo così anche una nuova rubrica del 221B Baker Street, il vostro blog preferito nei secoli dei secoli amen: L’Angolo di … wait for it… Barney.
Un tuo amico, una volta, ti disse – testuali parole: per dimenticare una donna, scòpatene altre dieci.
Ora, non staremo certo qui ad analizzare il profondo risvolto psicologico, antropologico e sociologico che tale massima di saggezza popolare sicuramente nasconde dietro una formulazione un po’ rude e schietta… anche perché quando hai ricevuto questo consiglio ne avevi sinceramente piene le palle di filosofeggiare, volevi tirarti fuori dal liquame nel modo più pratico possibile, non stare ad ipotizzarne la consistenza.
Hai seguito un quinto del consiglio, e si è rivelato prodigioso.
Vorresti arrivare a seguirne un decimo in più, magari in città – che sarebbe più comodo – invece che sui monti assieme ad Heidi e alle caprette drugà che fanno ciao, come dicevi stamani anche al tuo politicante amico Ted, che salutiamo, visto che ci starà leggendo sicuramente.

Ted Ted Ted Ted Ted

Ti è allora venuto in mente di parlarne, di scrivere degli incredibili consigli venusiani che l’amico Barney ti fornisce su un piatto d’ argento ogni volta che ti rivolgi a lui con un sorriso triste e una bottiglia di scotch in mano.
Quindi, ne L’Angolo di Barney si parlerà di donne, della loro psicologia, dei loro spostamenti, delle loro dinamiche sociali, roba che Roberto Giacobbo può andare a giocare a biglie con Piero Angela sulla pelata di Enrico Ruggeri.
Si riporteranno le teorie più astruse sull’Universo femminile e sul mondo della seduzione, le tecniche di approccio migliori e più improbabili, i milleuno stratagemmi per giungere alla conquista della virginia (non lo stato americano, il distretto anatomico), i reportage dei pali più clamorosi, le conquiste più avvincenti et cetera.
La rubrica, inoltre, risponderà a domande che da sempre attanagliano la mente dell’internauta medio senza che questi si sia mai dato il tempo di trovare una soluzione (in buona sostanza perché non gliene frega un’infiocchettatissima, ndr), ad esempio:

1) Perché le sfitinzie dicono sempre il contrario di quel che pensano?
2) Perché, indipendentemente dal livello di confidenza raggiunto, la vostra ragazza non vi dirà mai chiaro e tondo quel che vuole, ma utilizzerà sempre perifrasi astruse nella vana speranza che voi cogliate il suo reale desiderio quando ormai tutto il sangue che potrebbe perfondere il vostro cervello è già affluito da un’altra parte (complice la forza di gravità, va detto a nostra discolpa)?
3) Che cosa rende le ragazze così incredibilmente ossessionate dalle scarpe?
4) Perché vogliono le coccole dopo il rapporto e si incazzano se per ovviare a questa perdita di tempo immane regali loro un orsetto di peluche talmente coccoloso che te lo saresti tenuto volentieri tu, brutta stronza ingrata?
5) Perché le tipe nei film porno quando slacciano i pantaloni ed estraggono il bazooka al partner fanno sempre la faccia sorpresa? Che si aspettavano di trovarci, l’uccellino del cucù?

E molto, molto altro!

L’Angolo di Barney si occuperà, ovviamente, anche di fornire a voi monsignor deboscia consigli e regole utili nel destreggiarsi nell’universo delle uteromunite, come la summenzionata Regola della Decupla Copula, o altre ancora più incredibili, come Il Principio dell’Emotività Neurale – atto a dimostrare come le decisioni prese dalle donne siano sempre e comunque inevitabilmente sbagliate – e La Terapia dell’Olmo, che tenta proprio di porre rimedio a questo problema.
Siete già curiosi, eh?
Ostregheta! Che sarà mai la Terapia dell’Olmo?, senti già chiedere un amico Irregolare veneto.

Si tratta di una rubrica incredibilmente bastarda, maschilista, misogina, con un tasso di celhodurismo talmente elevato che la bozza del primo articolo è stata incorniciata da Bossi e messa sul comodino così che la possa rileggere tutte le mattine prima di andare a, uh, “lavorare”.
Per cui avvisi le castrate (così in questa rubrica saranno d’ora in poi chiamate in modo generico le sfortunate portatrici del quarantaseiesimo cromosoma X) particolarmente suscettibili, nei giorni della gina ballerina o refrattarie all’ironia (e così sicuramente ne hai eliminato una fetta enorme) e le esorti ad astenersi dalla lettura.
Oppure leggano, ma non frùllino gli zebedei, che le si era avvertite.

Ora, per la gioia di grandi e piccini (ecco, i piccini magari metteteli a letto), un piccolo assaggio, perché sei sicuro che la curiosità riguardo alla Terapia dell’Olmo stia rodendo lo stomaco al nostro amico veneto.
Eccola a voi, allora, dritta dritta dalla sterminata saggezza dell’amico Barney Stinson (così chiamato per difendere la di lui incolumità… o la di lei).

Terapia dell’Olmo, trattamento aviopenico, da somministrare con cautela, nel tentativo di prevenire l’esplosione emozionale ovarica che conduce inevitabilmente la castrata a prendere decisioni irrazionali e sostanzialmente stupide.
La castrata si pone a quattro zampe di fronte ad un grosso olmo, con la testa a circa un centimetro di distanza dal tronco.
Fatto questo, lo studente deve iniziare a, uh, stantuffarla da tergo, cosicché un colpo dietro corrisponda, per la terza legge della dinamica di Newton, ad una capocciata davanti.
Secondo gli studiosi, questa è l’unica cura per far fronte ai numerosi disagi mentali femminili.
Il successo è maggiore se si riesce a procedere per terzine: skiaff-dàng, skiaff-dàng, skiaff-dàng.
È un metodo meno invasivo della lobotomia, ed in grado di produrre risultati oltremodo soddisfacenti.

Siamo partiti cattivissimi, eh.
Dai, castrate fanciulle, si scherza.
Vi si ama tutte quante.

Ragazzi, non c’è scampo. Ed anche il gambero sta per finire.

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Se questa è stata la vostra reazione leggendo il titolo del post, siete sulla buona strada per apprendere la nobile arte del beh va beh

No, che tu a volte sorridi, ma non avresti un vero motivo per farlo.
O meglio, sì, ce l’hai, certo che ce l’hai, solo che è collegato a qualche associazione mentale solitamente abbastanza contorta, una di quelle cose che una volta esternate ti farebbero passare ancora di più per pistola che non rimanendo zitto.
E così, quando si parla del Grande Amore, questa chimera, ti viene da sorridere.
Ed anche quando vedi il sole illuminare un cielo terso, la mattina di un caldo giorno festivo, come una promessa, come l’annunciazione di una giornata meravigliosa e perfetta.
È sempre un sorriso a metà, un po’ amaro: cogli l’ironia, la apprezzi, ma ti accorgi anche che, al di là di questa, non vi è altro che la solita distesa di dolore.
Quindi, come si dice, si ride per non piangere.
Quando viene la sera, poi, e il sole lotta per i suoi ultimi raggi ora rosati alla soglia dell’orizzonte, per lasciare spazio alla notte, la malinconia è inevitabile: un po’ l’ empatia per il giorno che muore, un po’ la tristezza per l’aspettativa delusa, un po’ la consapevolezza che domani inizierà tutto da capo, il sole sorgerà di nuovo e saremo di nuovo illusi e di nuovo traditi.
Ascesa e declino, vittime innocenti di un perverso e continuo moto astronomico che poi è anche una metafora della nostra esistenza.
Si inizia a scorgere l’ironia, laggiù in fondo?
Si stanno chiarendo le cause di quel mezzo sorriso?

E senti parlare del Grande Amore, un traguardo che – secondo te – non è un traguardo neanche per ‘sta cippa, come dire che acquistare un libro abbia risolto i conti in sospeso con quel determinato autore.
Non vorresti dire, eh, ma bisognerebbe leggerlo.
Parlandone, lo si capisce subito: siamo troppo giovani, troppo inesperti o, semplicemente, troppo umani per avere davvero idea dell’oggetto in discussione.
Tu lo vedi innanzi a te, vicinissimo eppure irraggiungibile.
Tendi la mano, le dita lo sfiorano… e quello scatta avanti.
Eppure quel contatto, quel fuggevole tocco, racchiudeva in sé l’intensità di mille abbracci dispensati senza pensarci troppo su.
Così, sei destinato a correre, ad inseguire un sogno, e magari, senza accorgertene, a superarlo, a lasciartelo alle spalle, troppo preso dal tuo scatto che Barry Allen a confronto è un ubriacone e per mettere in fila due passi deve concentrarsi come se fosse alle prese con il Teorema di Fermat.
Magari il traguardo l’hai raggiunto e non te ne sei accorto, perché è troppo diverso da come te lo saresti aspettato.
Non cambierebbe nulla comunque: appena acquisisci consapevolezza, ecco che di nuovo quello si allontana, e tu sei costretto a correre, ad inciampare, a sbagliare di nuovo.

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E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi.
C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

Ed è in queste situazioni, in questi frangenti in cui vincere sembra impossibile – e lo è, di fatto, ma non per nostra incapacità, quanto piuttosto per uno scherzo intrinseco della vita per cui ogni vittoria corrisponde in realtà al principio di una nuova partita – in cui la sofferenza è lì dietro l’angolo ed arrendersi non è comunque una possibilità contemplabile, perché troppo stupida, troppo facile per essere davvero soddisfacente, che un grido liberatorio si fa strada dai polmoni, risale facendo vibrare la laringe e rimbomba nelle guance e nei seni mascellari, per essere emesso come un sospiro rassegnato: beh va beh.

Il beh va beh (o be’va’be’ o beh vabbé, ndr) è la somma espressione di presa posizione nei confronti del Gran Giuoco della Vita che è stata messa a nostra disposizione.
Dovrebbe essere pronunciato con parsimonia, ma ti rendi per primo conto che certe volte scappa. E quando scappa, uh, scappa.
La sua pronuncia corretta non puoi definirla in modo diverso che ariosa: deve nascere come un urlo liberatorio che poi, però, trova compimento solo in una sorta di sospiro rassegnato.
Il gesto che solitamente lo accompagna è un’alzata di braccia a spalle chine, con le palme rivolte in avanti, una sorta di apparente sottomissione alle regole di un gioco che si rivela essere palesemente ingiusto, con lo sguardo che dice Stai barando, non vale, waffancool.

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Come faranno a mettere la pera nella bottiglia di grappa? È un miracolo! Davanti a questi misteri, lo scienziato alza le braccia e dice: Io mi fermo qui.

Il motivo per il quale questo potente mantra vada vibrato con parsimonia è presto detto: si tratta di un espediente metareferenziale.
Avete mai letto un fumetto di Deadpool, sì? O avete mai visto Fight Club?
Tanto per fare due esempi, i primi che ti vengono in mente.
In queste opere, i protagonisti si rivolgono spesso allo spettatore, consapevoli di essere parte di uno spettacolo messo in scena per dilettare un pubblico.
Ecco, uguale.
Il beh va beh è l’attimo di presa di coscienza della nostra condizione di attori sul grande palcoscenico della vita, e si insulta mentalmente lo sceneggiatore per qualche minuto perché oh, che ruolo di merda.
Ci si rivolge al pubblico e gli si fa gentilmente capire che se ne avrebbe anche i coglioni pieni di ricevere calci in coolo, chiedi scusa.
Proprio perché metareferenziale, perché potrebbe lacerare il tessuto della finzione scenica e della sospensione dell’incredulità postulata da Coleridge, trattasi di uno strumento utile ma pericoloso, dato che potrebbe sfilacciare le trame del reale facendoci precipitare in una sorta di limbo spaziotemporale estraneo ad ogni legge fisica che crediamo di conoscere.

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Gggente che ha abusato del beh va beh ed ora si trova confinata in un non-spazio ad aspettare un treno per la realtà che passa senza orari… un po’ come i treni veri, alla fine.
Momento Cooltoorale: Lo sapevate che “Mobil”, il nome della via della metropolitana che compare in questo fotogramma di Matrix Revolution, è un anagramma di “Limbo”? Sapevatelo.

Concludendo, il beh va beh è un’espressione ironica, una momentanea presa di distanza dalle faccende mondane che tanto ci perplimono per rimetterle nella giusta ottica e prospettiva.
È una locuzione di resa davanti all’insensatezza della vita che poi, alla fine, non prelude per nulla ad una resa; è una minaccia nei confronti dello sceneggiatore, come a dire Se non risollevi le sorti del mio personaggio, guarda non recito più, poi ti tocca chiamare Iù Gecman che ti spilla millemila milioni di dollari, tiè.
E lo sceneggiatore, dite, si piega alla gentile richiesta?
Ma neanche per sbaglio, proprio.
Anzi, dirai, si incarognisce ancora di più, ma ne è valsa la pena.
L’avviso ormai lo avete dato, e siete liberi di iniziare a recitare secondo il vostro copione, o magari improvvisando.
La sofferenza ed il dolore saranno ineliminabili, ma se non altro si riuscirà a tenere a bada la noia.
Ci si eserciti quotidianamente a pronunciare il beh va beh, anche solo mentalmente, davanti a ciò che non sembra avere senso, davanti ai torti, davanti a cose talmente stupide che risulta difficile credere davvero che siano state fatte.
Ecco, ad esempio: esercitatevi guardando questo film lungometraggio.

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Per questioni di Copioadestra, non vi si dirà che lo potete trovare tranquillamente in streaming cercandolo su gùgol.
Dovete comprare il divudì, piratazzi dall’uncino corto che non siete altro!