bruce wayne

Baker Street News: Trailers come se piovesse!

Postato il Aggiornato il

20140517-123418.jpg

John Constantine venduto alla concorrenza dei supertizi in mutandoni!

20140517-122942.jpg

The Flash col costume da pistola!

E molto, molto altro!

In questo periodo di propaganda spietata, dove i politicanti si aggirano per le buie strade dell’internetto armati di un sorriso smagliante, volantini dalle foto “al limite dell’osservabile” [semicit.] e promesse che non hanno assolutamente alcuna idea di mantenere (Vi restituiremo il magazzino Planeta De Agostini! Sì! Con tutti i numeri di Flash che vi mancavano! E faremo riprendere le riprese di Firefly! Ricominceremo Dottor House con il doppiatore originale! Votateci! Votateci! La volete una DeLorean con il flusso canalizzatore nel parcheggio dell’ateneo, per arrivare sempre puntuali a lezione, anche se vi svegliate alle undici e mezza? Votateci! Votateci!), mancava in effetti quella luce in fondo al tunnel che raccontasse storie serie e epiche, passioni genuine e totalmente disinteressate, forse frutto dell’immaginazione, ma per questo terribilmente reali.
E mentre guardi i volti di amici candidati senza riuscire a scacciare dalla mente le scene finali de La Zona Morta di David Cronenberg, anche tu senti il bisogno di tornare a scrivere robe di ridere, o comunque robe più serie della politica, che ci vuol poco.
Basta essere un minimo coerenti (ah! Brucia!).

Che poi, oh, non scherziamo (Ragazzi, ma siam pazzi?).
Dall’ultimo post sul tabagista imbroglione in impermeabile da pervertito al parco è passato un mese.
E ne succedono di cose, in un mese.
Ad esempio, succede che non sarà tabagista neanche per un cazzo: la NBC ha stabilito che fosse troppo, uh, diseducativo permettere a Giovanni Constantino di tenere sempre la sizza in bocca, e allora no, niente, a monte, mangerà cingomme, come nel tristissimo finale del Constantine cinematografico.
Un dubbio si insinua a questo punto nei meandri della mente leggero e discreto come un elefante col Parkinson nel soggiorno di tua nonna: se le sigarette sono politically scorrect, il resto del fumetto, allora?
Perché diciamocelo, in Hellblazer il fumo è un elemento persistente, occhèi, ma anche il meno violento, cinico o sconvolgente.
Se censurate il fumo, poveri idioti di produttori (Goyer, tu quoque!), censurerete anche tutto il resto, sì?
Perché volete trarre una serie da un’opera così spiccatamente turpe ed eticamente problematica se avete il bagaglio morale ereditato dalle storie di Topolino?
Che francamente, se te ne devi stare con l’ansia di vedere il tuo personalissimo eroe dei fumetti – scelta più o meno condivisibile, diciamo che Constantine sarebbe più che altro un ottimo amico, un eccellente compagno di bevute – andare in giro a dire Caspiterina, demone malvagio! Mi hai turbato i sentimenti con il tuo fare irrispettoso! Il potere della Scoolacciata Magica ti punirà! mentre si rigira in bocca un Chupa Chups alla fragola, ecco, insomma, preferiresti riguardare il film lungometraggio di Dylan Dog.

20140517-121346.jpg

Nella nostra realtà, l’incubo è un film di Dylan Dog che con l’Indagatore dell’Incubo non c’entri un’infiocchettatissima.

ndr.L’autore dell’articolo, visibilmente alterato, si è concesso questa licenza poetica, ma occhio: NESSUNO può voler guardare una seconda volta e di sua spontanea volontà il – si perdoni il termine – “film” di Dylan Dog.
Bambini, non prendetelo sul serio.
Scherzava.
Non fatelo a casa.

Tra le cose che sono successe questo mese, c’è che è uscito il trailer di questa carnevalata serie TV.
Trailer che, in un accesso di gentilezza del tutto ingiustificato, si linka a voi deboscia qui sotto.

Visto che roba?
Cioè. Visto le FOTTUTE MANI CHE PRENDONO FUOCO?
Visto Chas, il fidato amico e tassista personale di Constantine, legato a lui da un debito di riconoscenza che si perde nella notte dei tempi trasformato in un FOTTUTO ANGELO che le tre Streghe si spupazerebbero volentieri a turno e ‘fancoolo anche a Leo?
La Magia è stata presa come un dato di fatto: c’è Constantine, c’ha i poteri e bona lì. Esattamente come ti aspetteresti da un Constantine venduto al merchandising dei supertizi in mutandoni in New 52.
Ma in Hellblazer la Magia non è mai qualcosa di dichiarato.
Leggetevi la serie, o il meraviglioso The Books of Magic di Neil Gaiman (di cui scapperà a breve una recensione, occhio pinocchio).
L’arte esoterica non è un dato di fatto, non sono mani che prendono fuoco o angeli che piombano in strada scavando crateri che Michael Bay ci stapperebbe lo champagne.
La Magia è psicologia, è introspezione, è investigazione dell’animo umano spinto ai massimi livelli; è controllo dei propri stati fisiologici per giungere a stati alterati di coscienza, è evocazione volontaria di allucinazioni e distorsioni sensoriali; è la consapevolezza che l’Universo è un gioco di specchi, e che orientando quello che ci è più prossimo in un certo modo sarà possibile ottenere un certo risultato ad una certa distanza.
È la possibilità di generare effetti macroscopici nel mondo reale a partire da cause microscopiche nel mondo mentale.
La Magia è interazione quantica, è il percorso deviato di un atomo per andare a collidere là dove è necessario, è sintonia delle frequenze cerebrali con vibrazioni diverse, è una destrutturazione delle convinzioni, per aprire le porte di Mondi Altri.
La Magia è programmazione neurolinguistica, persuasione, capacità di comunicare ed anche gioco di prestigio, perché no.
La Magia è inganno (e si è tornati a parlare di politica) fatto in buona fede (ah, no).
Non è nulla di eclatante o eccessivamente scenico, ed è necessario che non lo sia: ci circonda, e sarebbe un casino se le persone ancora “addormentate” se ne accorgessero.
Constantine non è un bastardo perché sì, perché fa figo e si rimorchia di più; è un bastardo perché quello che fa gli impone di esserlo, se vuole salvare la pelle, e perché il sarcasmo e l’ironia sono l’unico modo che ha per non perdere la ragione, in un mondo di dolore e dove reale ed irreale si mescolano senza possibilità di discernimento; anzi, dove l’Irreale diviene l’unica realtà.

20140517-122043.jpg

Ecco, tipo così.

L’inizio del trailer è decisamente yeah, però: John nel manicomio, ambientazione cupa al punto giusto, riconoscente quanto basta all’Arkham di H.P.Lovecraft; la sua strafottenza spinta agli estremi e richiamata a riva, un attimo prima della fine, da un senso morale mai completamente chiaro, o da un debito contratto chissà quando con se stesso e la sua anima.
Tanti elementi positivi e tanti beh va beh, decisamente un buon potenziale e davvero una grande, grandissima voglia di scoprirne gli sviluppi.

Ma non c’è solo Constantine, nel perverso mondo fumettistico che si sta srotolando in maniera logorroica sul piccolo schermo nella speranza di cavalcare la nerdonda sfornando pootanate pazzesche.
Ci sarebbe anche il trailer di Gotham (non ve lo linko, non sono mica Babbo Natale fuori stagione), che mi sembra tanto una sorta di CSI con la comparsa ogni tanto di qualche bimbo chiamato Bruce Wayne, Harvey Dent o Selina Kyle per far felici i nerdfan.
Sì, insomma, sembra un po’ JL8.

20140517-123242.jpg

Con tipo Alfred che cambia il bat-pannolino

C’è anche The Flash, di cui andiamo a parlare in supervelocità (ah ah!)
Dopo l’apprezzabile la serie TV degli anni novanta, del tizio vestito di rosso con gli addominali in gomma piuma e le ‘recchie a forma di alette di plastica che svolazzavano nel vento, ci si riprova.
Il pilot di quella vecchia serie, in fondo, non era male, ma forse per i telefilm vale lo stesso tacito accordo che la società impone sulle persone: una volta dipartite, tutte belle-buone-brave.

20140517-123154.jpg

Beh va beh

Diremo che Flash (o meglio Barry Allen) è il supertizio in mutandoni che hai seguito con più piacere nel cartaceo mondo della nona arte: il suo trovare una soluzione a tutti i problemi, la sua indole scientifica ed analitica in grado comunque di assecondare le richieste cardiache del cuore, la sua positività, l’energia che scaturisce dentro ed al di fuori dello Spirito della Velocità te lo hanno reso accattivante già da quando Mark Waid sussurrava con devoto rispetto il suo nome nella sua gestione del personaggio, dove però a vestire di panni del Velocista Scarlatto era il nipote, Wally West.
È con la saga di Rinascita, però, scritta da un Geoff Johns all’apice delle sue energie che il personaggio è salito di diritto nell’Olimpo delle tue letture supereroistiche preferite.
La capacità di Johns di recuperare un eroe che sembrava aver già donato tutto il suo potenziale e riportarlo in un ambiente di supereroismo genuino e tradizionale – in un periodo in cui i tizi mascherati scalciacooli e dalla dubbia moralità andavano per la maggiore – eppure sempre al passo con i tempi gli è valsa un high five pieno quando lo hai incontrato, quasi due anni fa, al Lucca Comics&Gheims.

Ma poche ciance: regia, il trailer, per piacere.

Opporcapaletta, Zoom.
Opporcapupazza, segue per davvero la continuity di Johns a partire da Rinascita.
Esaltante, carico di grandi aspettative, il trailer che tutti stavamo aspettando.
Tutti e tre noi fan di Flash.
Bella la resa dell’eroe in corsa, meravigliosi i turbini di energia elettrostatica generati dalla Speed Force, geniale la citazione forrestgampa, evocativo il dialogo con Oliver Queen.
Qual è il suo “ma”?, ti chiederebbe a questo punto Ted se fossi comodamente seduto sul divano di How I Met Your Mother.
Il “ma” è ben chiaro a tutti, amici miei: con quel costume sembra troppo Sheldon travestito.

20140517-122645.jpg

Zum Zum Zum Zum!

Post Scriptum: immagine machebellidea del giorno: Iron Flash.

20140517-122840.jpg

Proviene da un film amatoriale su Flash. Se volete cercarlo e magari – dio ve ne scampi – vederlo, si ricorda che questo blog ha unicamente fini ludici e il redattore non è imputabile per l’uso che lo sprovveduto e temerario lettore ne fa.

Annunci

La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità.

Postato il Aggiornato il

The times they are a-changin’, canticchiava Bob Dylan nel secolo scorso.
Il ché vuol dire panta rei, tutto scorre e ciao.
Arrivederci, a presto, non dimenticare lo scontrino.
E quando lo riguardi, lo scontrino, magari a casa, dopo aver tolto le scarpe ed appeso la giacca, vedi solo un elenco di cose che sono sicuramente entrate nella tua vita, ma che già cominci a dimenticare.
Eppure il loro prezzo è in evidenza, e l’hai pagato.
Fino all’ultimo centesimo.
Vedi persone che si portano sulle spalle il peso della loro esperienza, e la maturità forse non vuol dire altro, più scontrini hai nel portafogli più sei considerato maturo.
Ma chi la vuole questa responsabilità, questa illusione?
Socialmente utile, eh, per carità… ma guardatela un attimo, la società che cercate di accattivarvi, porca miseria.
Dov’è la civiltà? Dov’è la grandezza a cui aspirare, l’ideale?
Da bambino regnavi su sterminati imperi, eri il più grande, il migliore, quel tuo tesoro rappresentato da cianfrusaglie e giocattoli ti rendeva legittimamente il più temibile pirata, niente cazzi.
I grandi restavano a guardare, magari dietro gli sbuffi di fumo di una pipa o un giornale sgualcito.
Guardavano e sorridevano di quella immaturità e leggevi dietro il loro sguardo quasi l’impazienza, la muta domanda: quand’è che abbandonerai queste stronzate, figliolo? Quando ti dedicherai alle cose serie?
E poi via, in ufficio, con il tettuccio della Mercedes rigorosamente abbassato – che la vedano bene tutti questo schianto di automobile – e l’orlo della manica della giacca leggermente sopra il polso, sicché la lucentezza del Rolex abbagli per bene tutti.
Oh, sono passi avanti, eh.
Se la tua massima soddisfazione nella vita è avere il biglietto da visita più costoso e sbrilluccicoso di quello del tuo collega, è ovvio che prima o poi sbarelli e accoppi gente ad accettate. Garantito.

Siamo tutti un po’ Patrick Bateman, non neghiamolo. Fortuna che le persone si accettano così come sono.

Vai per le strade e vedi.
Che i cari Irregolari di Baker Street ti seguano in questo tour dell’umanità, se vogliono.
Vedi l’ipocrisia che si trascina sui marciapiedi, l’arrivismo che non disprezza i più subdoli espedienti, l’oggi e l’attimo fuggente sacrificati senza pietà in vista di un futuro incerto.
Vedi il ragazzo segretamente innamorato della fanciulla alla fermata dell’autobus, di cui non conosce nemmeno il nome e mai lo conoscerà; resterà muto a consumare l’ipotesi di un amore, e già lo immagini, tra trent’anni, immobilizzato dietro la sua scrivania in un ufficio polveroso con le luci al neon a pensare alla futilità e sdrucciolevolezza di quel sentimento giovanile, con una punta innegabile di rimpianto.
Vedi quindicenni che si prostituiscono per regali costosi, e già le immagini in Parlamento accolte sotto l’ala protettrice di qualche anziano e ricco signore, mentre ragazzi frustrati restano nascostamente amareggiati perché consapevoli di non averle possedute per davvero.
Vedi cicche di sigarette ammucchiate contro i marciapiedi, cieli grigi di piombo e smog, sorrisi falsi e sguardi eloquenti di parole che non trovano la strada del laringeo ricorrente.
Vedi infine i tuoi accompagnatori, il manipolo di Irregolari che ti ha seguito, darti ragione ed abbassare lo sguardo, far segno di diniego e rassegnazione con la testa, magari sintomi di indignazione, senti serpeggiare frasi tipo “dove siamo andati a finire?”, “povero mondo” o “sono cose che non sono cose”.
Forse sono loro che ti feriscono di più.
Perché è facile citare Rorschach, condannare e profetizzare

le fogne si estendono nelle strade e sono piene di sangue e quando un giorno traboccheranno, i parassiti affogheranno tutti. La lordura accumulata per tutto il sesso e i delitti salirà schiumando fino alla loro cintola e tutte le puttane e i politici leveranno lo sguardo gridando “salvaci!”… e io dall’alto gli sussurrerò: “no”.

se poi nessuno si mette una cazzo di maschera ed inizia a prendere tutti a cinquine e a scalciare cooli.
C’è da organizzarsi, ragazzi, dai, non facciamo la fine dei Grillini, che sembrava dovessero tirar giù il mondo poi, poveretti, non sapevano neanche come girare la chiave nella serratura di Palazzo Montecitorio.
Che fare il pirata fa figo, ti da l’aria da misantropo tormentato che Capitan Harlock, scansati, fai il piacere, ma non è così che risolvi le cose; non è così che prendi in mano le redini della tua vita.
Così resti comunque sballottato dai flutti, con la differenza che in faccia hai un’espressione imperturbabile e scostante tanto chic quanto inutile.

Potevano scegliere. Tutti. Potevano seguire le orme di brave persone, uomini decorosi che credevano nel lavoro e in una giusta paga. Invece hanno seguito lo sterco di pervertiti e mafiosi, e solo troppo tardi si sono accorti che quella strada conduceva a un precipizio. Non ditemi che non avevano scelta. Ora il mondo intero è sul bordo del baratro. Tutti i progressisti e gli intellettuali e i sapientoni… tutt’a un tratto non sanno più cosa dire.

Tu adoperi il tuo solito metodo: il metodo autolesionista per eccellenza, quello che fa più male, perché a far le cose in modo lineare ti annoi, quindi neanche a parlarne.
Devi conoscere il tuo avversario per poterlo battere; devi scendere allo stadio più profondo del dolore per poter risalire; devi compiere l’Opera al Nero o Nigredo per poter approdare all’Albedo.
Così, devi immergerti nella fanghiglia sociale per poterla cambiare.
È già stato detto, ma va ripetuto: non serve un eroe per sconfiggere un bastardo; basta solo qualcuno che sia ancora più bastardo di lui.
La sola idea di essere condannato a seguire uno schema prestabilito mi atterrisce, diceva l’oramai ospite onorario del 221B di Baker Street Raymond Chandler.
E tu, tu che adori rompere gli schemi, seguire l’imprevisto, deludere le aspettative con comportamenti che sembrerebbero estranei alla tua personalità, trovi che l’unico modo realmente utile per essere un outsider sia non esserlo. Trovi che le maschere di Guy Fawkes, se restano un simbolo senza tramutarsi in azione, siano ipocrite oltre che inutili.

Continua per ora il tuo ritiro spirituale, ed è anche per questo che hai scritto il qui presente post.
Per una comunicazione di servizio.
Se non rispondi, se non ci sei mai, se sembri tipo morto, è perché… beh, sei morto.
Metaforicamente parlando.
Sentivi bisogno di tagliare ponti in maniera abbastanza radicale, sviluppando il minor quantitativo possibile di rapporti sociali.
Troppi sentimenti ti inchiodano al passato, e non devono interferire con il tuo progetto, sei desideroso di consolidare l’integrità dell’oggettività mentale che hai ritrovato.
Sei in una fase della tua vita in cui i ricordi sono un’arma a doppio taglio.
Da una parte, ti uccidono: rievocano momenti cari ed inesorabilmente perduti, e non riesci a cacciare il rimpianto. Anzi, non lo vuoi cacciare, ti ci crogioli, non sia mai che tu possa riprecipitare nell’ignava banalità da cui provieni (ed invece già ne senti il fiato sul collo, di una routine priva di vita e inevitabilmente noiosa, e già dunque senti un irrefrenabile bisogno di andare a cercar guai).
D’altra parte, ti fanno andare avanti: sono i famosi “scontrini” di cui si parlava ad inizio post, ed il tuo portafogli sta cominciando ad essere bello gonfio.

Dentro il mio cuore di muro e metallo, dentro la mia cassaforte
Dentro la mia collezione d’amori con le gambe corte.
E su ognuno c’è un numero, sopra ognuno una croce, ma va bene lo stesso
Ma va bene così.

Hai bisogno di rinascere, di cambiare.
Di cambiare praticamente tutto.
Per rinascere, devi prima morire, come una fenice, o un pipistrello che emerge dalle tenebre.
Il Thogal è un antico rituale che affonda le sue radici forse nel Giappone imperiale, forse nei culti vedici, forse nella leggenda di Siddharta.
Forse se l’è inventato Grant Morrison per Batman R.I.P., vallo a sapere.
È una simulazione di morte: ci si isola dalla società per sette settimane di intensa meditazione, al termine delle quali si riemerge dalla grotta come uomo nuovo.
Circa così.
O forse non c’hai voglia di parlar con la gente, vabbè, stessa cosa.
Ma vi si ama tutti lo stesso, eh, sappiatelo.
Non è che non rispondi perché sì.
Ah, e a tal proposito, alcuni curiosi tra voi si chiederanno la tua posizione nei confronti di una certa festa di laurea.
La tua risposta è ovviamente no.
Partecipare a quell’evento è proprio la cosa più sbagliata che tu possa fare in questo frangente.
Niente “ma”, “se” o “però” (e neanche i “maccome” e i “maddai” ti vanno a genio) tanto ormai lo sanno anche i muri che sei uno stronzo egoista, è inutile ripeterlo.
Però se si fa un regalo, bello, ci stai, cacciate il soldo che quando esco dalla grotta lo restituisco con gli interessi.

Un Giro di Vite per il Nuovo Anno, un po’ come Bruce Wayne con la barba.

Postato il Aggiornato il

Buon fine anno e felice anno nuovo, manica di debosc cari Irregolari di Baker Street. Al duemilacredici mancano ancora ventordici anni, tranquilli.

In questi giorni gelidi – ommioddio quanto fa freddo – ti senti un po’ Bruce Wayne.
Non ci hai il maggiordomo, la villa, le auto, i fantastrilioni o gli addominali a tartaruga, ok, però state guardando il pelo.
E proprio il pelo dovete guardare: è quello che ti fa sentire Wayne.
Quello e quei tanto sani quanto fastidiosi conflitti interiori che la solitudine inevitabilmente comporta.
Avete presente i periodi più bui di Bruce, nella trilogia di Nolan?
Tipo quando raggiunge Ra’s al Ghul, oppure nel suo periodo di letargo durato otto anni dopo la morte di Harvey “Belghigno” Dent, o dopo l’amichevole con Bane.
Ecco, in quelle circostanze, il nostro caro Bruce abbandona l’azione per darsi all’introspezione: che, lo sappiamo, i suoi momenti di riflessione non sono mai un autocommiserarsi, quanto piuttosto un guardare al futuro con rinnovata speranza, conscio dei suoi errori.
E quando pensa, a Bruce Wayne cresce la barba: lo capisci ad occhio che è in un suo momento no, che è preoccupato, basta vedere quanto è accurata la rasatura.

Uh, chissà se ho chiuso il gas…

La tua situazione non è dissimile: sei nel cuore delle festività, lontano dalla tua città, distante dalla tua vita.
Sei in attesa.
Guardi fuori dalla finestra, la sera, con la fronte appoggiata sul vetro, una mano in tasca e l’altra a reggere il bicchiere. Vedi la calma piatta della vita che scorre con ritmi lenti, la nebbia che ondeggia giallastra al livello dei lampioni, le luminarie di Natale che già appaiono desuete e stantie.
Pensi alla vita in città, alla frenesia, all’attività; ricordi le relazioni sociali, gli scontri, i dolori, le vittorie racimolate lungo la strada.
Se l’azione ti manca, sai di non poter tornare. Non ancora.
Aspetti.
Sei un po’ Wayne, un po’ Rocky, un po’ il Gatsby mai raccontato, nell’ellissi narrativa tra la guerra e le grandi feste, tra l’amore per Daisy e la sua ricerca.
Sei Luke Skywalker in allenamento presso Yoda, sei Daniel San che pratica karate sulla spiaggia, con il tramonto e la melodia sdolcinata in sottofondo.
Ti prepari alla battaglia.
La tua barba cresce, vivi in una continua attesa del domani, congelando l’oggi, immolandolo al futuro.
Ti dedichi alle tue letture, ai tuoi studi, ai tuoi progetti.
Ogni tanto, quando il peso di questo tuo isolamento volontario sembra farsi eccessivo, scrivi, e cerchi di visualizzare l’obiettivo. Il sogno.
Allora, intanto, sogni.
Ed attendi.
Non sei mai triste, non sei mai felice.
Alle volte, e solo alle volte, sei annoiato: guardi fuori e ti accorgi di quanta noia scorra per le strade, quanta banalità.
Non c’è nulla che ti interessi, là fuori.
Come al solito, è dentro. È tutto dentro: la rabbia, la creta da plasmare, gli elementi ed i tasselli per costruire il tuo nuovo ingresso nella società.
È una preparazione lenta e meticolosa, un lavoro di cesello che ti assorbe completamente.
Ti sei eletto a supremo demiurgo della tua vita: la vivrai, domani, ma per ora devi prepararla.
Che cosa è rimasto del sentimento che ti animava il mese scorso?
Un po’ di rimpianto, una cicatrice.
La delusione per aver considerato grande qualcosa che in realtà non lo era (o che lo è, invece, ed al di là di ogni tua aspettativa, come un tassello di un puzzle troppo immenso perché tu possa subito intuirne l’esatta collocazione. O forse l’hai intuita e preferisci tacerla?).
Non provi alcun rimorso per quanto hai fatto, e se tornassi indietro non ti sottrarresti nemmeno ad una delle battaglie che hai affrontato; ti dispiace molto di più, invece, per le battaglie che hai evitato, per le parole non dette, per i messaggi bellissimi mai inviati.
Questo, dunque, ti rimane: un po’ di amarezza, come al solito. Ed un giro di vite.

The Turn of the Screw può voler dire tante cose.
Di sicuro, rappresenta un giro di vite nel tuo percorso, e nella tua determinazione per raggiungere certi obiettivi: un incentivo, insomma, una motivazione (e solo tu sai quanto hai bisogno di motivazioni che ti sottraggano al vortice ozioso della noia, che ti diano una scossa di vita).
In secondo luogo, rappresenta il lato ossessivo della faccenda: come la vite penetra nel legno ed ogni suo giro corrisponde ad una maggiore profondità, così puoi forse considerare questa tua esperienza.
Un chiodo fisso. Un’ossessione.
Sfumata, forse, ormai relegata al passato.
Ma la cicatrice c’è: riusciresti ad indicare con precisione nella tua mappa mentale il punto in cui il chiodo è stato piantato.
Si parlava di letture, di studi a cui ti stai dedicando: Il Giro di Vite, di Henry James, è una delle tue conquiste più recenti.
È una storia (romanzo? racconto?) che ti ha decisamente sbalordito (un po’ come l’allarme antincendio che scatta nel cuore della notte perché qualche scienziato sta fumando un sigaro in camera o si sta asciugando i capelli con un raggio laser), e per cui provi sentimenti contrastanti, che molto spesso derivano dal periodo in cui l’hai letta e dal preciso significato che le attribuivi, motivazioni dunque distanti dalla natura del testo in sé. Essere oggettivi, dunque, ti riesce difficile, e per quanto avresti voglia di recensirlo, il tuo buon senso ti suggerisce di rimandare il lieto evento ad una seconda lettura un po’ più distaccata.
Ma due parole ce le spendi lo stesso, perché il blog è tuo e te lo gestisci tu.
Perché c’è chi può e chi non può e tu, modestamente, può.

Miles e Flora, in tutto il loro radioso splendore di bimbi allegri e vivaci.

Ti disse una volta un’amica che, a voler sintetizzare, Il Giro di Vite è una storia di fantasmi.
Punto.
Anzi, puntini di sospensione.
Perché “fantasmi” può voler dire tutto e nulla: sono fantasmi le ectoplasmatiche apparizioni di spiriti defunti che devono risolvere questioni in sospeso sul nostro piano (e, in questo caso, Who you gonna call?), ma lo sono anche gli eventi del passato che si riaffacciano sulla soglia della tua mente, tormentandoti di nuovo.
I fantasmi sono spaventosi, in qualsiasi accezione li si consideri.
Sono invadenti, fastidiosi, rappresentano un’alterazione dello status quo, una patologia che varia la condizione fisiologica dell’organismo.
I fantasmi di James assecondano entrambe le definizioni.
Paiono apparizioni sovrannaturali, intangibili e misteriose, ma assumono anche i connotati di paranoie, di psicosi, di allucinazioni.
Perché sia credibile questa ambivalenza, il lavoro di introspezione a cui i personaggi sono sottoposti deve necessariamente essere profondo.
I protagonisti, infatti, sono pochi: la giovane istitutrice ventenne che racconta tramite un manoscritto la storia, la governante Grose, campagnola credulona e di scarsa cultura, ed i due bambini affidati alle cure della ragazza, Miles di dieci anni e Flora di otto.
Il romanzo in un centinaio di pagine traccia un profilo psicologico estremamente accurato dell’istitutrice: suo è il manoscritto, e la vicenda è conseguentemente filtrata dalla sua personale visione degli eventi. Il lettore vede la scena con gli occhi della ragazza, né gli è dato sapere di più, in quanto un punto di vista onnisciente è abolito.
James stesso sembra comparire brevemente nel romanzo, con la sua dichiarazione d’intenti: il proprietario della tenuta a Bly ed unico parente dei due bambini, affida alla protagonista il compito di badare all’istruzione dei pargoli, raccomandandosi – qualunque cosa succeda – di non essere disturbato.
È come se James desse le redini del racconto da lui stesso ideato nelle mani di un personaggio che, necessariamente, non è a conoscenza di tutti i retroscena della vicenda. Quando una visione d’insieme più ampia sarebbe gradita per far luce su alcuni fatti dalla dubbia interpretazione, James resta in disparte: non vuole “essere disturbato”, che la storia si sviluppi e che i personaggi ne subiscano le conseguenze. Che gli avvenimenti siano veri o meno, non ci è dato sapere.
Tutti mentono. E poiché tutti mentono, la narratrice stessa potrebbe mentire, così come i pargoli potrebbero aver mentito a lei, e chissà che due menzogne non diano come risultato una mezza verità.
Si procede, pagina dopo pagina, a sprofondare nell’abisso: che l’abisso sia reale, tangibile o unicamente relegato nei limiti di una fragile e suscettibile mente sconvolta dagli eventi e dal peso della responsabilità, è impossibile a dirsi.
Così come è impossibile dire se sia o meno reale la tragica conclusione, se sia la conseguenza di un pericolo effettivo o l’inevitabile smarrimento di un’anima nel labirinto della mente.
Insomma, Irregolari di Baker Street, leggetevelo: sono cento pagine che scorrono con estrema tranquillità, e scommetti che, giunti alla fine, avrete il desiderio irrefrenabile di ricominciare la lettura a caccia di sfumature (anche una sola parola, se posta in visione soggettiva, può fare la differenza tra quello che accade e quello che sembra accadere) che prima vi erano sfuggite.

Ad ogni modo, in ogni circostanza, loro avrebbero saputo cosa fare. Ghostbusters! Ta-ta ta-ta tatatarata ta-ta ta-ta tatatarata!

Ora occhio che sta per emergere il lato spoilerone della tua gioviale personalità, per cui se qualcuno non ha ancora letto il racconto ed è interessato a farlo, abbandoni queste sponde: ti dicono dalla regia che sul blog di Grillo ci sia da ridere, in questi giorni.
Tutti gli altri, invece, si sorbiscano con gioia queste riflessioni a caldo.
Come hai detto, il narratore è inaffidabile. Non l’hai detto? Ecco, appunto: visto?
Comunque, il narratore, la ventenne istitutrice con le crisi isteriche che chissà come sarà a cinquant’anni, poverello il marito, è inaffidabile.
La narrazione procede così: la vigilia di Natale, un branco di debosciati si incontra davanti al caminetto per raccontarsi storie di tremare.
Una signora racconta che un signore – un certo Douglas – racconta che una signora ha scritto la storia che ella ha vissuto quando era ventenne che al mercato mio padre comprò, una storia di fantasmi e di cininni, appunto.
Tipo lo scaricabarile più grande del mondo.
Alla fine, il racconto è filtrato da tre (e dici tre) persone diverse: la vera versione dei fatti è interpretata dall’istitutrice, l’interpretazione è raccontata da Douglas ad una manica di manigoldi, tra i quali vi è la signora che, infine, la riferisce a noi lettori.
Già questo un dubbio sull’attendibilità del racconto lo dovrebbe suscitare.
Che già te, quando tua madre ti chiedeva di domandare a tua nonna del sale, alla fine le prendevi sempre, perché il sale era l’unica cosa che non arrivava.
Avete mai fatto quel giuoco del telefono senza fili, da bambocci? Che un tipo dice una parola nell’orecchio al vicino, questo lo ripete al suo vicino, e così via, fino alla fine, e l’ultimo urla la parola che ha ricevuto: ci si ribaltava dalle risate, allora, quando si iniziava tipo con “imbuto” e si finiva con “australopiteco”.
Vabbè, noi si faceva i coglioni e gli errori li si introduceva apposta, che sennò sai che pizza, ma il principio è lo stesso: più una storia passa di bocca in bocca, più risulterà inevitabilmente diversa dalla versione originale.
Proprio su questo gioca, il caro James: fin dalle prime pagine, con questo espediente, avvisa il lettore del fatto che nulla di quanto leggerà può essere considerato oggettivo.
Magari le menzogne sono dette nella massima buonafede, ma ciò nondimeno mascherano la realtà, la plasmano, la rendono più umana.
Se la letteratura è una scienza del linguaggio, qui James gioca con il suo strumento, lo spinge ai massimi estremi consentiti, va in cerca del punto di rottura.
Punto di rottura che c’è, inevitabilmente, per alcuni prima, per altri dopo: il punto di rottura si ha quando il lettore, che affronta la narrazione fidandosi in principio dell’istitutrice – donna all’apparenza coscienziosa ed equilibrata – inizia a mettere in discussione le sue parole.
E se le sue parole sono messe in discussione, allora tutto è messo in discussione, perché James non offre altri appigli, altri punti di vista.
Se vuoi, la storia è questa, ma chi te la racconta potrebbe saperne quanto te. Potrebbe avere interesse a proteggersi, a mentire, o semplicemente non essere abbastanza lucida per narrare le cose come veramente sono andate.
Ma forse sì.
Ti fidi?
C’è una teoria, un’interpretazione della vicenda che ti affascina alquanto.
Sembra svelare l’enigma, far pendere finalmente la storia verso uno dei due versanti tra cui oscilla costantemente, quello del fatto reale e quello della suggestione dell’istitutrice.
La ragazza ha vent’anni, quando arriva a Bly, e Miles – che alla fine del racconto muore, secondo le parole della donna – ne avrebbe dieci.
Douglas, colui che racconta la storia, dice che il manoscritto appartiene ad una donna più vecchia di lui di dieci anni e che si prendeva cura, al tempo, della sua sorellina minore.
Quale famiglia affiderebbe le cure di una ragazza ad un’istitutrice che, al suo primo impiego, ha assistito al crollo nervoso di una bambina ed alla morte del fratello?
Forse che il fratello non sia realmente morto? Che Douglas e Miles siano la stessa persona e che la sua morte sia stata solo un’esagerazione di una donna sull’orlo di una crisi di nervi?
Nel qual caso, avremmo una soluzione: nasce tutto dalla fantasia dell’istitutrice, gravata dal peso della responsabilità e dall’ingenuità della sua giovinezza.
È una possibilità come un’altra, un lieto fine, se vogliamo, che però rende tutta la vicenda ancora più inquietante, in quanto parto integrale di una mente malata; mente che, per giunta, ci ha accompagnato per mano all’interno della storia, senza che noi sospettassimo di nulla. Se non è questo un giro di vite all’orrore della situazione…

Adesso però basta, che se dici di rimandare la recensione poi non lo fai la gente ti prende per poco serio e si stabilisce sul blog di Grillo.
Sei serissimo, invece: questa era una recensione in stato embrionale, e forse ne farai una più approfondita. Forse. Ma non contateci troppo.
Intanto ormai siamo nell’anno nuovo, quindi auguri, fate a modo.
Tu ti vai a preparare, che saresti invitato ad una festa, hai voglia di andarci pari a zero e ti senti, si diceva, un po’ troppo Bruce Wayne con la barba per partecipare a feste così a caso.
Tanto finisce che ingolli whiskey solo soletto in un angolino lamentandoti col barista di quanto sia ingiusta la vita. Garantito.
Ma no, dai.
Stasera no.
Diamo tutti un giro di vite a quest’anno, d’accordo?