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Se una mattina di primavera, un Indagatore dell’Incubo…

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Questa volta Chandler non c’entra, giuri.

Stamattina eri seduto in camera, alla scrivania.
Stavi cercando di disegnare ua sezione di cuore che non sembrasse un carciofo, con le valvole mitrale e tricuspide un po’ diverse da ciuffetti di erba non meglio identificata.
Ad un certo punto, senti bussare alla porta.
Avanti, gridi.
Non ha mai funzionato, questa cosa.
Chissà perché, le pareti di questo posto sono sottili che sapresti dire con certezza chi ha starnutito e a che ora, ma quando si tratta di dare il permesso a qualcuno di entrare, sembra improvvisamente di essere finiti nel bunker antiatomico della batcaverna.
Stavi pensando seriamente di installare un sistema di apertura porta simile a quello dei Goonies, mentre ripevi la tua esortazione ad entrare.

Tipo. Magari senza galline, che tenerle in camera sembra brutto.

E chi entra?
Proprio lui. Cioè, non ci potevi credere.
Con le sue scarpe chiare, i sui jeans, la sua inconfondibile camicia rossa che è sempre un discreto pugno nell’occhio e la giacca nera da becchino, rubata all’amico Dellamorte.
Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, fa il suo ingresso trionfale.

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Dylan Dog, gente. Che storia.

Controlli che i sigari che hai fumato ieri sera fossero davvero sigari, e vedi che sì, lo erano.
Questa non è un’allucinazione.
Hai smaltito l’ultimo sorso del tuo amico Jack Daniel’s da tempo, ormai, quindi anche l’alcol è da escludere.
Quindi, la verità è questa: Dylan Dog è in camera con te.
Avresti preferito Valentina di Crepax, ma non facciamo i gianfransuà.
O forse, semplicemente, avevi bisogno di un pretesto ed hai invitato l’Indagatore dell’Incubo a fare quattro chiacchiere.
Fate voi.

Doc, ho bisogno di parlarti, mi fa.
Fai il superiore, come se non avessi una fottuta leggenda davanti a te, e lo inviti a sedersi sulla poltrona.
Lui si siede, adottando la tipica postura sgangherata che lo ha reso celebre.
E ci sta da dio.

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Da qualche giorno mi tormenta un ricordo. Il ricordo di un amore. Del Grande Amore.
E vorrei parlarne con te, che sei uno psicoterapeuta mica da ridere, mi ha detto Bruce Wayne.
Discorriamo tranquillamente, dai.
Parliamo
della Vita, della Morte e dell’Amore.
Non sai come funzioni la mente di un personaggio di un fumetto, se si renda conto di essere fittizio o meno. Ma proprio noi uomini dobbiamo rimproverare a qualcuno la falsità?
Facciamo finta di niente, allora, e sorvoliamo anche sulle sue ultime parole, che non sai siano o meno una battuta volontaria.

Quante storie, Dylan.
Quante avventure, quante donne, quanto dolore e quanta passione.
Scriveva Carlos Ruiz Zafón nel romanzo che lo ha reso celebre, “L’Ombra del Vento”, che si ama veramente una sola volta nella vita.
Prendendo per vera questa massima, Dylan, in quale angolo remoto corre la tua mente, la tua sconvolta memoria? A chi doni questo importante ed infame titolo, chi è stato il tuo grande amore?
Quella relazione pura e sincera, così distante dal banale sesso che ottieni da quasi ogni tua cliente, che forse anzi non ha nulla a che fare con il sesso, perché di altro si parla, qui, si parla d’Amore.
E le tue sono questo, lo sono sempre state: grandi storie di Morte e d’Amore, anche perché la vita non è composta d’altro, se non dalle infinite sfumature tese tra questi due estremi.
Allora tralascia i commenti sull’avvenenza della nuova cliente, posa il clarinetto ed abbandona il galeone sulla scrivania, per un attimo.
Sei un puro, i tuoi principi morali ti rendono l’uomo che sei, un eterno ragazzo che vuole credere fermamente a ciò a cui da la caccia, sebbene lo scetticismo e la ragione si insinuino sempre e ti facciano dubitare di tutto, da bravo detective.
Proprio in virtù di quei tuoi principi morali, sono sicuro, mi risponderai sinceramente: qual è il tuo Grande Amore, Dylan?
Un nome si fa strada, emerge, giunge alle labbra, viene liberato.
Marina

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Comunicazione di servizio: cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggere, deboscia.

I capelli, quei meravigliosi capelli dal colore cangiante, ora biondi, ora castano chiari, morbide chiome in cui affondare il volto, sognando di addormentarcisi sopra; o le labbra, quelle morbide labbra che, quando sfiorano le tue, sono come il primo sorso di vino dopo aver attraversato il deserto; e gli occhi, mio dio, vogliamo parlare degli occhi? Quei pozzi celestiali e profondi, che sembrano celare la conoscenza del mondo, i segreti più reconditi del suo animo, che è anche l’unica parte di mondo che realmente ti interessa, adesso, vogliamo parlarne? Quelle acquose e dolci promesse che ti cercano, ogni tanto, e sembrano illuminarsi – povero illuso – trovando riscontro nel tuo sguardo perso, così a fondo che potresti affogare.
Marina.
Parlami di lei, Dylan.
Lasciati andare.
Tu mi hai ascoltato e consolato così tante volte, nei miei giorni peggiori, e mi hai accompagnato per mano verso i successi, rappresentando un valido modello di vita.
Ti devo questo piccolo, insignificante favore.
Parlami di lei.

Mi rivolge uno sguardo assente, come se gli avessi appena chiesto di staccare la luna dal cielo con un cucchiaino.
Poi abbassa gli occhi, li chiude.
Si rilassa. Inizia a parlare.
I silenzi, doc. Sono quelli che fregano. I silenzi.
Le reticenze.
Le parole pensate e non dette, che vagano sulle labbra come un satellite attorno al suo pianeta, senza mai avere davvero il coraggio di giungere al punto centrale.
I silenzi ti fanno innamorare, perché possono essere tutto e niente, possono racchiudere i segreti del mondo.
Lei aveva questo vizio.
“Senti …”, mi faceva. Ed appena rispondevo, appena mi voltavo, lei mi guardava con uno sguardo insieme triste e divertito.
Restava in silenzio.
E dopo qualche secondo terminava con “niente”.
Mi mandava ai matti questa cosa, davvero. Mi faceva impazzire.

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Che cos’era quel silenzio? Voleva dire come sto con questo vestito?, oppure guarda che hai una scarpa slacciata? O era qualcosa in più?
Era forse il preludio ad un
ti amo mai espresso?
O, per evitare di esagerare, magari anche qualcosa di meno dell’Amore, ma comunque importante, qualcosa da portarsi nel cuore come un amuleto, da rigirarsi tra le mani nelle sere particolarmente malinconiche, mi spiego?
Qualcosa tipo
per me sei veramente importante o ancora tu sei l’unico che mi abbia mai veramente capito.
Non so perché l’ho detto.
Non è vero, credo di non averla mai capita a fondo.

Mi sorge un dubbio, in questo momento. Ma è troppo terribile, e lascio correre.
Mi concentro su Dylan, poverino, lo vedo davvero affranto.
Ho l’impulso di propinargli la mia stessa medicina per questi casi, ed allungo la mano per invitare nella conversazione il mio vecchio amico JD … poi mi rendo conto che è mattina, e ricordo che Dylan ha smesso di bere, quel bravo ragazzo, un altro atto eroico da cui dovrei prendere esempio.
Quindi nulla, resto seduto e propongo un caffè che, so già, verrà rifiutato.
Non ci resta che continuare il viaggio, che approfondire la storia e scendere al livello ultimo della sofferenza, la cui conoscenza è necessaria, se si vuole risalire.
Così gli chiedo di dirmi di più. Come ha conosciuto questa sua ragazza? Quanto tempo …

Non è mai stata la mia ragazza, mi interrompe.
Ma come, Dylan, il grande amore della tua vita … non è mai stato tuo?
No. La nostra non è mai stata una storia, ma è stata qualcosa di più, a mio avviso.
E’ stata
l’ipotesi di una storia, e quindi la storia perfetta, perché non potrà essere logorata dal tempo, dalle abitudini, dalla noia.
Giuda ballerino, doc, sto parlando come te.
Ed il mio quinto senso e mezzo mi dice che non è un caso.

Ci guardiamo. Di nuovo quell’inquietante sospetto fa capolino dal retro della mia fronte, e di nuovo lo ricaccio dentro, che sia maledetto.
Lo sguardo che ci scambiamo è ricco di significato, lo sguardo che si scambiano persone che iniziano ad intuire la situazione in cui si trovano, ma non hanno il coraggio di esplicitarla, magari semplicemente perché sembra troppo assurda.
Fingiamo che vada tutto bene.
Il silenzio ci salva ancora una volta.

Stavo dicendo … no, non siamo mai stati insieme.
E forse è per questo che la amo. Che l’ho amata, volevo dire.
Il fuggevole contatto di un secondo, le nostre dita che si sfioravano quasi per caso, quegli sguardi rubati e sfociati quasi sempre in un accesso di riso, quelle carezze furtive che facevano rabbrividire la pelle … tutte queste cose valevano più di un qualsiasi contatto più intenso e schietto, perché ne rappresentavano il preludio, il prototipo, l’idealizzazione e, quindi, la forma più perfetta ed inviolabile.
In quei contatti di un secondo c’era più amore che in un prolungato abbraccio di routine.
Capisci quel che voglio dire?

Resto zitto.

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Qualcuno, non mi ricordo chi, ha scritto che L’Amore vero è solamente quello non corrisposto, perché solo all’ombra di una passione del genere l’uomo può capire quanto a fondo il suo sentimento sia radicato, fin dove conficchi gli artigli.
Una relazione consumata troppo presto non potrà mai raggiungere tali livelli di sentimento, quindi potrebbe essere Amore vero in potenza, senza mai però riuscire ad esprimerlo.
Senza mai riuscire a provarlo.
L’Amore fa male, è inutile negarlo. Se si ama, si soffre.
Ho avuto molte donne, doc, e le ho tutte amate, a modo mio.

Te le sei scopate, old boy. E’ diverso.
No, te lo giuro. Le ho amate una ad una.
Per ragioni diverse ed in modo diverso, questo sì, ma non c’è una sola donna con cui sia stato che non si è portata via un pezzo della mia anima. E’ inevitabile doc, pensaci.
Ma l’Amore supremo è quello … quello che non c’è mai stato.
Quello comparso in una calda estate al mare come un miraggio sulla spiaggia, come una tenue foschia che delinea i contorni di una cosa che potrebbe essere, ma no, non è e forse non sarà mai.

Come l’hai conosciuta, Dylan?
Come si conoscono le persone? Puoi mai dire di conoscerle?
No, certo che no.
Ma per lei è diverso, sentivo di conoscerla bene ed intimamente quasi da subito, come fosse un riflesso della mia anima su uno specchio d’acqua.
Faceva parte della nostra compagnia al mare, a Moonlight.
Ecco tutto. Passavamo le giornate insieme, a parlare delle relazioni altrui, a fare grandi discorsi.
Mi prendeva sempre in giro per le mie
“massime storiche”, come le chiamava lei.
Le mie uscite brillanti studiate la notte per fare colpo.
E funzionavano, in un modo o nell’altro: almeno la facevo ridere.
Semplicemente, stavamo bene insieme.
Sentivo di conoscerla meglio di me stesso.
Quando non c’era, mancava forte.
Quando c’era, ogni tanto mi sforzavo di ignorarla, per fingermi distaccato, superiore, non così dannatamente preso.

Tace.

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Vedi, doc, i silenzi, di nuovo.
La nostra vicenda è un giro di giostra sui binari del silenzio.
Mi chiedevo spesso se lei provasse lo stesso per me: se anch’io le mancavo, quando non c’ero, o se notava il mio distacco, chiedendosi a che cosa fosse dovuto.
Chissà se anche lei mi voleva bene? Il tempo trascorso insieme era tanto, e bello.
Perché avrebbe dovuto farlo, altrimenti?

Non sciupare il tempo passato, Dylan – mi sento in dovere di intervenire.
Il tempo passato è, uh, passato. Lascialo tale, non disturbarlo con contorti giochi mentali, non distorcerlo per cercarvi la chiave interpretativa di fatti che non ce l’hanno.
Quando nasci non ti danno un libretto di istruzioni per la vita.
Le cose capitano e basta, e non tutto ha un significato.
O, quando anche ce l’ha, non vale la pena di violare un bel ricordo.
Sorride, e mi guarda di sottecchi. Proprio tu me lo dici, doc?
Già.
Già.
L’hai rivista di recente?
Sì. O forse no, è tutto così confuso. Forse era solo un sogno. Certo, mi è tornata in mente.
Abbiamo parlato a lungo, ed era difficile scavare nei ricordi per far riemergere quell’estate insieme.
Faceva male.

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Ci sono memorie che tendiamo a sigillare, a recludere in un angolo remoto della mente perché non possano disturbarci, per permetterci di continuare a vivere. Perché in certi ricordi si potrebbe tranquillamente prendere residenza, si può vivere del passato.
Ecco perché a volte è meglio fingere di dimenticarlo, isolarlo: non perché sia meglio cancellarlo, anzi, ma per impedirci di restare troppo aggrappati ad esso.
Abbiamo parlato a lungo, ti dicevo, e mi ha raccontato la sua vita.
Le sue delusioni, i suoi tormenti, le sue storie.
Mi ha parlato delle sue esperienze amorose, e di come si siano rivelate fallimentari.
Di come ci abbia creduto troppo spesso e troppo presto, di come sia caduta in trappole in realtà facilmente prevedibili, solo perché speranzosa, ingenuamente fiduciosa della bontà delle persone, segretamente ed appassionatamente convinta che il mondo non sia popolato da soli stronzi.

Stringo i pugni.
Faccio una domanda, ma sento di sapere già la risposta.
Sento di sapere tutte le risposte a tutte le domande.
Ma non si tratta di sapere o non sapere, qui; si tratta di aiutare un amico, e, per questo, posso fingere ignoranza.
La sua fiducia nel genere umano è stata ricompensata?
Dylan mi guarda con occhi tristi, e con un’espressione che sembra chiedere secondo te, scienzià?.
Infatti, non mi risponde.
Si accomoda meglio sulla poltrona, si sporge in avanti e si lascia andare.
Dio, lei è così bella, doc.
Ma non dico fisicamente; certo, anche quello, è meravigliosa, ma …
lei è così bella, capisci?
E’ una ragazza tosta, non ha paura di dire quello che pensa, sa farsi rispettare.
Tu la vedi e pensi
oh, ecco una che sa il fatto suo.
Ecco una stronza che saprebbe prendere a calci nelle palle tutto il mondo, se ce ne fosse bisogno.
Ecco una donna indipendente, che non crede a nessuno e non sente alcun bisogno di crederci.
Ed è così, infatti. Ma solo fuori, solo in apparenza.
In realtà è delusa ed arrabbiata, con un disperato bisogno di credere in qualcuno.
E vuole farlo, è questa la cosa meravigliosa: per quanto sia delusa, amareggiata o ferita, trova sempre la forza di alzarsi dalla comoda poltrona al buio della sua stanza per spalancare le finestre e lasciarsi investire dal sole, dal mondo, dalla vita.
Lei
vive.
Soffre, perché le due cose sono inscindibili (e di nuovo mi sembra che sia tu a parlare, non io. Strano), è ovvio, ma almeno vive, fa le sue esperienze, cresce.
E ti sembra poco, in un mondo talmente impaurito dal dolore che per la maggior parte si limita a sopravvivere, in un tripudio di banalità, routine e noia?
Così, ogni volta, nella sua corazza di donna vissuta e indipendente, lei si affaccia alla finestra.
Ed ogni volta viene scambiata per qualcun’altra.
Sembra così difficile, per gli altri,
comprenderla.
Eppure …
Eppure se solo la stessero per un minuto ad
ascoltare, affogando nei suoi occhi limpidi e sinceri che comunicano molto più delle sue per la verità scarse parole, anziché fissarle le tette, pensare a che cosa dire dopo per fare bella figura o immaginarla nuda.
È incredibile il senso di impotenza e frustrazione che emerge in quei momenti.
La rabbia che prende la bocca dello stomaco e te la chiude con violenza inaudita quando qualcuno la tratta superficialmente, la giudica per il suo aspetto, per il suo corpo, senza conoscerla, e senza alcuna intenzione di farlo.
Se solo questo qualcuno si rendesse minimamente conto della fortuna che ha anche solo standole accanto, anche solo ascoltandola, anche solo odorando il profumo dei suoi capelli o sentendo il ritmo concitato del suo respiro.
Se solo sapessero.
Capisci perché, doc? Ora mi comprendi quando dico che ho amato ogni singola donna con cui sono stato, e che sempre quando una storia finisce soffro come un cane?

Come un Dog?
L’ironia è una nostra arma comune, e non ti salverà, questa volta.
Come ci può essere solo sesso con una donna per chi ha conosciuto un amore del genere?
Come puoi scopare e guardarti ancora allo specchio, sapendo che magari c’è chi venderebbe l’anima anche solo per poterle stringere la mano, o vederla sorridere?
Abbiamo il dovere morale di andare oltre, doc.

Dylan, mi conosci. Con la moralità ci ho sempre fatto a cazzotti.
Sei uno stronzo bugiardo e lo ammetto, questa maschera ti dona. Non è questa la sede per trattare il tuo senso morale, che comunque non è certo quello schifo che stai, per chissà quale ragione, facendo credere in giro.

Perché non ti sei mai fatto avanti, Dylan? Che cosa ti ha bloccato?
Forse l’orgoglio. Forse la paura di rovinare tutto. Chi lo sa?
No, non è vero. Devo essere sincero.
E’ stata la paura di avere una risposta.
Strano timore, vero?

Non tanto quanto credi.

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Se lei avesse esplicitato i suoi sentimenti … sarebbe tutto finito.
L’attesa, la speranza, il dolore, forse l’amore.
Magari mi amava, magari no.
Ad ogni modo, con una risposta avrei smesso di sperare, di immaginare, di illudermi.
La foschia si sarebbe diradata, avrebbe lasciato il posto alla cruda verità.
Forse intimamente non volevo stare con lei.
Forse questa storia non avrebbe potuto svolgersi diversamente.
Forse siamo tutti attori su un gigantesco palcoscenico, e siamo tenuti a vivere al massimo, a soffrire al massimo, senza risparmiarci mai.
Di nuovo, vedi? Il silenzio.
Non mi sono fatto avanti per rispettare quel silenzio, che così in profondità ci legava.
Non avevo intenzione di sciuparlo.

E il rimpianto, Dylan? Non ti tormenta il rimorso per le parole non dette, per i baci non dati?
Ogni giorno. Ogni notte.
Ma fa parte del gioco. E’ giusto così.

E mi hai sospeso su un filo di lana
E mi ci terrai ancora per molto
Giovane amore, fiore non colto,
o forse sì, ma da un’altra mano.

E questa che cos’era?
E’ una canzone che scrissi allora, per sfogarmi, per esprimere i miei sentimenti per lei.
E’ proprio dedicata al silenzio, quelle risposte non date che mi facevano comunque sentire vivo.
L’ultima strofa parla proprio di questo. Ti va di sentirla?

Dylan, vecchio mio. Speravo me lo avresti chiesto.

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Cristalli di brina. Un ricordo straziante e dolce al tempo stesso.
Sicuro di non volertene disfare? Ora puoi, Dylan.
Sai già la risposta. Così come sai perché sai già le risposte alle tue domande, e perché ho bussato alla tua porta per parlarti del mio ricordo di amore, proprio oggi, dopo tanti anni.
Già. Lo so. Credo di averlo intuito non appena ti ho visto affacciarti oltre la porta, vecchio mio.
Come al solito, sei tu che salvi me.
Ci salviamo entrambi. Ma la sospensione dell’incredulità ci impone di portare a termine la nostra conversazione, prima che si sfaldino le trame dell’immaginazione dei lettori.
Hai un’ultima domanda?

Sai che ce l’ho. E’ quella che temo di più.
Come è finita, Dylan? Lei dov’è?
Ha importanza? In realtà ho ricordi confusi, ma tutto ciò che conta è che lei non è più qui.
Eppure, ci resterà per sempre.
Ricordo che, abbandonandola, l’ultima volta, pensai
ah, essere giovani e innamorati. Che crudeltà..

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Abbiamo tante speranze, il domani ci sembra carico di promesse, non può che essere migliore … e diventi adulto quando ti accorgi che nessuno ti ha promesso che ci sarà, un domani.
Che l’oggi, l’adesso è la nostra unica certezza, e che fantasticare sul futuro è pericoloso, si rischia di rimanere profondamente delusi.
Mentre partivo, in treno, lei mi corse dietro, e mi gridò qualcosa.
Qualcosa che sembrava importante.
Ma io non la sentii, ero semplicemente troppo felice di vederla ancora una volta, e le urlai
me lo dici la prossima estate …

Si alza. Mi getta uno sguardo dei suoi, quelli che ti fanno sentire al sicuro, e ti spingono a rivelargli tutto, a parlargli, a fidarti.
Affonda le mani in tasca, sotto la camicia rossa. Si allontana.
Si ferma solo un attimo, per dirmi Sempre in gamba, old boy.
Non ribatto che l’old boy, in realtà, sarebbe lui.
Oggi non ha senso.
Apre la porta, esce, la richiude.
Resto seduto alla scrivania, a pensare.
A digerire il rimorso accumulato nell’aria, e il rimpianto, il dolore, la passione e l’amore.
Quanto amore.
Penso alle sue ultime parole.
Penso al suo lungo addio.

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Già.
Ma quanto tempo ci separa dalla prossima estate?

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Un Giro di Vite per il Nuovo Anno, un po’ come Bruce Wayne con la barba.

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Buon fine anno e felice anno nuovo, manica di debosc cari Irregolari di Baker Street. Al duemilacredici mancano ancora ventordici anni, tranquilli.

In questi giorni gelidi – ommioddio quanto fa freddo – ti senti un po’ Bruce Wayne.
Non ci hai il maggiordomo, la villa, le auto, i fantastrilioni o gli addominali a tartaruga, ok, però state guardando il pelo.
E proprio il pelo dovete guardare: è quello che ti fa sentire Wayne.
Quello e quei tanto sani quanto fastidiosi conflitti interiori che la solitudine inevitabilmente comporta.
Avete presente i periodi più bui di Bruce, nella trilogia di Nolan?
Tipo quando raggiunge Ra’s al Ghul, oppure nel suo periodo di letargo durato otto anni dopo la morte di Harvey “Belghigno” Dent, o dopo l’amichevole con Bane.
Ecco, in quelle circostanze, il nostro caro Bruce abbandona l’azione per darsi all’introspezione: che, lo sappiamo, i suoi momenti di riflessione non sono mai un autocommiserarsi, quanto piuttosto un guardare al futuro con rinnovata speranza, conscio dei suoi errori.
E quando pensa, a Bruce Wayne cresce la barba: lo capisci ad occhio che è in un suo momento no, che è preoccupato, basta vedere quanto è accurata la rasatura.

Uh, chissà se ho chiuso il gas…

La tua situazione non è dissimile: sei nel cuore delle festività, lontano dalla tua città, distante dalla tua vita.
Sei in attesa.
Guardi fuori dalla finestra, la sera, con la fronte appoggiata sul vetro, una mano in tasca e l’altra a reggere il bicchiere. Vedi la calma piatta della vita che scorre con ritmi lenti, la nebbia che ondeggia giallastra al livello dei lampioni, le luminarie di Natale che già appaiono desuete e stantie.
Pensi alla vita in città, alla frenesia, all’attività; ricordi le relazioni sociali, gli scontri, i dolori, le vittorie racimolate lungo la strada.
Se l’azione ti manca, sai di non poter tornare. Non ancora.
Aspetti.
Sei un po’ Wayne, un po’ Rocky, un po’ il Gatsby mai raccontato, nell’ellissi narrativa tra la guerra e le grandi feste, tra l’amore per Daisy e la sua ricerca.
Sei Luke Skywalker in allenamento presso Yoda, sei Daniel San che pratica karate sulla spiaggia, con il tramonto e la melodia sdolcinata in sottofondo.
Ti prepari alla battaglia.
La tua barba cresce, vivi in una continua attesa del domani, congelando l’oggi, immolandolo al futuro.
Ti dedichi alle tue letture, ai tuoi studi, ai tuoi progetti.
Ogni tanto, quando il peso di questo tuo isolamento volontario sembra farsi eccessivo, scrivi, e cerchi di visualizzare l’obiettivo. Il sogno.
Allora, intanto, sogni.
Ed attendi.
Non sei mai triste, non sei mai felice.
Alle volte, e solo alle volte, sei annoiato: guardi fuori e ti accorgi di quanta noia scorra per le strade, quanta banalità.
Non c’è nulla che ti interessi, là fuori.
Come al solito, è dentro. È tutto dentro: la rabbia, la creta da plasmare, gli elementi ed i tasselli per costruire il tuo nuovo ingresso nella società.
È una preparazione lenta e meticolosa, un lavoro di cesello che ti assorbe completamente.
Ti sei eletto a supremo demiurgo della tua vita: la vivrai, domani, ma per ora devi prepararla.
Che cosa è rimasto del sentimento che ti animava il mese scorso?
Un po’ di rimpianto, una cicatrice.
La delusione per aver considerato grande qualcosa che in realtà non lo era (o che lo è, invece, ed al di là di ogni tua aspettativa, come un tassello di un puzzle troppo immenso perché tu possa subito intuirne l’esatta collocazione. O forse l’hai intuita e preferisci tacerla?).
Non provi alcun rimorso per quanto hai fatto, e se tornassi indietro non ti sottrarresti nemmeno ad una delle battaglie che hai affrontato; ti dispiace molto di più, invece, per le battaglie che hai evitato, per le parole non dette, per i messaggi bellissimi mai inviati.
Questo, dunque, ti rimane: un po’ di amarezza, come al solito. Ed un giro di vite.

The Turn of the Screw può voler dire tante cose.
Di sicuro, rappresenta un giro di vite nel tuo percorso, e nella tua determinazione per raggiungere certi obiettivi: un incentivo, insomma, una motivazione (e solo tu sai quanto hai bisogno di motivazioni che ti sottraggano al vortice ozioso della noia, che ti diano una scossa di vita).
In secondo luogo, rappresenta il lato ossessivo della faccenda: come la vite penetra nel legno ed ogni suo giro corrisponde ad una maggiore profondità, così puoi forse considerare questa tua esperienza.
Un chiodo fisso. Un’ossessione.
Sfumata, forse, ormai relegata al passato.
Ma la cicatrice c’è: riusciresti ad indicare con precisione nella tua mappa mentale il punto in cui il chiodo è stato piantato.
Si parlava di letture, di studi a cui ti stai dedicando: Il Giro di Vite, di Henry James, è una delle tue conquiste più recenti.
È una storia (romanzo? racconto?) che ti ha decisamente sbalordito (un po’ come l’allarme antincendio che scatta nel cuore della notte perché qualche scienziato sta fumando un sigaro in camera o si sta asciugando i capelli con un raggio laser), e per cui provi sentimenti contrastanti, che molto spesso derivano dal periodo in cui l’hai letta e dal preciso significato che le attribuivi, motivazioni dunque distanti dalla natura del testo in sé. Essere oggettivi, dunque, ti riesce difficile, e per quanto avresti voglia di recensirlo, il tuo buon senso ti suggerisce di rimandare il lieto evento ad una seconda lettura un po’ più distaccata.
Ma due parole ce le spendi lo stesso, perché il blog è tuo e te lo gestisci tu.
Perché c’è chi può e chi non può e tu, modestamente, può.

Miles e Flora, in tutto il loro radioso splendore di bimbi allegri e vivaci.

Ti disse una volta un’amica che, a voler sintetizzare, Il Giro di Vite è una storia di fantasmi.
Punto.
Anzi, puntini di sospensione.
Perché “fantasmi” può voler dire tutto e nulla: sono fantasmi le ectoplasmatiche apparizioni di spiriti defunti che devono risolvere questioni in sospeso sul nostro piano (e, in questo caso, Who you gonna call?), ma lo sono anche gli eventi del passato che si riaffacciano sulla soglia della tua mente, tormentandoti di nuovo.
I fantasmi sono spaventosi, in qualsiasi accezione li si consideri.
Sono invadenti, fastidiosi, rappresentano un’alterazione dello status quo, una patologia che varia la condizione fisiologica dell’organismo.
I fantasmi di James assecondano entrambe le definizioni.
Paiono apparizioni sovrannaturali, intangibili e misteriose, ma assumono anche i connotati di paranoie, di psicosi, di allucinazioni.
Perché sia credibile questa ambivalenza, il lavoro di introspezione a cui i personaggi sono sottoposti deve necessariamente essere profondo.
I protagonisti, infatti, sono pochi: la giovane istitutrice ventenne che racconta tramite un manoscritto la storia, la governante Grose, campagnola credulona e di scarsa cultura, ed i due bambini affidati alle cure della ragazza, Miles di dieci anni e Flora di otto.
Il romanzo in un centinaio di pagine traccia un profilo psicologico estremamente accurato dell’istitutrice: suo è il manoscritto, e la vicenda è conseguentemente filtrata dalla sua personale visione degli eventi. Il lettore vede la scena con gli occhi della ragazza, né gli è dato sapere di più, in quanto un punto di vista onnisciente è abolito.
James stesso sembra comparire brevemente nel romanzo, con la sua dichiarazione d’intenti: il proprietario della tenuta a Bly ed unico parente dei due bambini, affida alla protagonista il compito di badare all’istruzione dei pargoli, raccomandandosi – qualunque cosa succeda – di non essere disturbato.
È come se James desse le redini del racconto da lui stesso ideato nelle mani di un personaggio che, necessariamente, non è a conoscenza di tutti i retroscena della vicenda. Quando una visione d’insieme più ampia sarebbe gradita per far luce su alcuni fatti dalla dubbia interpretazione, James resta in disparte: non vuole “essere disturbato”, che la storia si sviluppi e che i personaggi ne subiscano le conseguenze. Che gli avvenimenti siano veri o meno, non ci è dato sapere.
Tutti mentono. E poiché tutti mentono, la narratrice stessa potrebbe mentire, così come i pargoli potrebbero aver mentito a lei, e chissà che due menzogne non diano come risultato una mezza verità.
Si procede, pagina dopo pagina, a sprofondare nell’abisso: che l’abisso sia reale, tangibile o unicamente relegato nei limiti di una fragile e suscettibile mente sconvolta dagli eventi e dal peso della responsabilità, è impossibile a dirsi.
Così come è impossibile dire se sia o meno reale la tragica conclusione, se sia la conseguenza di un pericolo effettivo o l’inevitabile smarrimento di un’anima nel labirinto della mente.
Insomma, Irregolari di Baker Street, leggetevelo: sono cento pagine che scorrono con estrema tranquillità, e scommetti che, giunti alla fine, avrete il desiderio irrefrenabile di ricominciare la lettura a caccia di sfumature (anche una sola parola, se posta in visione soggettiva, può fare la differenza tra quello che accade e quello che sembra accadere) che prima vi erano sfuggite.

Ad ogni modo, in ogni circostanza, loro avrebbero saputo cosa fare. Ghostbusters! Ta-ta ta-ta tatatarata ta-ta ta-ta tatatarata!

Ora occhio che sta per emergere il lato spoilerone della tua gioviale personalità, per cui se qualcuno non ha ancora letto il racconto ed è interessato a farlo, abbandoni queste sponde: ti dicono dalla regia che sul blog di Grillo ci sia da ridere, in questi giorni.
Tutti gli altri, invece, si sorbiscano con gioia queste riflessioni a caldo.
Come hai detto, il narratore è inaffidabile. Non l’hai detto? Ecco, appunto: visto?
Comunque, il narratore, la ventenne istitutrice con le crisi isteriche che chissà come sarà a cinquant’anni, poverello il marito, è inaffidabile.
La narrazione procede così: la vigilia di Natale, un branco di debosciati si incontra davanti al caminetto per raccontarsi storie di tremare.
Una signora racconta che un signore – un certo Douglas – racconta che una signora ha scritto la storia che ella ha vissuto quando era ventenne che al mercato mio padre comprò, una storia di fantasmi e di cininni, appunto.
Tipo lo scaricabarile più grande del mondo.
Alla fine, il racconto è filtrato da tre (e dici tre) persone diverse: la vera versione dei fatti è interpretata dall’istitutrice, l’interpretazione è raccontata da Douglas ad una manica di manigoldi, tra i quali vi è la signora che, infine, la riferisce a noi lettori.
Già questo un dubbio sull’attendibilità del racconto lo dovrebbe suscitare.
Che già te, quando tua madre ti chiedeva di domandare a tua nonna del sale, alla fine le prendevi sempre, perché il sale era l’unica cosa che non arrivava.
Avete mai fatto quel giuoco del telefono senza fili, da bambocci? Che un tipo dice una parola nell’orecchio al vicino, questo lo ripete al suo vicino, e così via, fino alla fine, e l’ultimo urla la parola che ha ricevuto: ci si ribaltava dalle risate, allora, quando si iniziava tipo con “imbuto” e si finiva con “australopiteco”.
Vabbè, noi si faceva i coglioni e gli errori li si introduceva apposta, che sennò sai che pizza, ma il principio è lo stesso: più una storia passa di bocca in bocca, più risulterà inevitabilmente diversa dalla versione originale.
Proprio su questo gioca, il caro James: fin dalle prime pagine, con questo espediente, avvisa il lettore del fatto che nulla di quanto leggerà può essere considerato oggettivo.
Magari le menzogne sono dette nella massima buonafede, ma ciò nondimeno mascherano la realtà, la plasmano, la rendono più umana.
Se la letteratura è una scienza del linguaggio, qui James gioca con il suo strumento, lo spinge ai massimi estremi consentiti, va in cerca del punto di rottura.
Punto di rottura che c’è, inevitabilmente, per alcuni prima, per altri dopo: il punto di rottura si ha quando il lettore, che affronta la narrazione fidandosi in principio dell’istitutrice – donna all’apparenza coscienziosa ed equilibrata – inizia a mettere in discussione le sue parole.
E se le sue parole sono messe in discussione, allora tutto è messo in discussione, perché James non offre altri appigli, altri punti di vista.
Se vuoi, la storia è questa, ma chi te la racconta potrebbe saperne quanto te. Potrebbe avere interesse a proteggersi, a mentire, o semplicemente non essere abbastanza lucida per narrare le cose come veramente sono andate.
Ma forse sì.
Ti fidi?
C’è una teoria, un’interpretazione della vicenda che ti affascina alquanto.
Sembra svelare l’enigma, far pendere finalmente la storia verso uno dei due versanti tra cui oscilla costantemente, quello del fatto reale e quello della suggestione dell’istitutrice.
La ragazza ha vent’anni, quando arriva a Bly, e Miles – che alla fine del racconto muore, secondo le parole della donna – ne avrebbe dieci.
Douglas, colui che racconta la storia, dice che il manoscritto appartiene ad una donna più vecchia di lui di dieci anni e che si prendeva cura, al tempo, della sua sorellina minore.
Quale famiglia affiderebbe le cure di una ragazza ad un’istitutrice che, al suo primo impiego, ha assistito al crollo nervoso di una bambina ed alla morte del fratello?
Forse che il fratello non sia realmente morto? Che Douglas e Miles siano la stessa persona e che la sua morte sia stata solo un’esagerazione di una donna sull’orlo di una crisi di nervi?
Nel qual caso, avremmo una soluzione: nasce tutto dalla fantasia dell’istitutrice, gravata dal peso della responsabilità e dall’ingenuità della sua giovinezza.
È una possibilità come un’altra, un lieto fine, se vogliamo, che però rende tutta la vicenda ancora più inquietante, in quanto parto integrale di una mente malata; mente che, per giunta, ci ha accompagnato per mano all’interno della storia, senza che noi sospettassimo di nulla. Se non è questo un giro di vite all’orrore della situazione…

Adesso però basta, che se dici di rimandare la recensione poi non lo fai la gente ti prende per poco serio e si stabilisce sul blog di Grillo.
Sei serissimo, invece: questa era una recensione in stato embrionale, e forse ne farai una più approfondita. Forse. Ma non contateci troppo.
Intanto ormai siamo nell’anno nuovo, quindi auguri, fate a modo.
Tu ti vai a preparare, che saresti invitato ad una festa, hai voglia di andarci pari a zero e ti senti, si diceva, un po’ troppo Bruce Wayne con la barba per partecipare a feste così a caso.
Tanto finisce che ingolli whiskey solo soletto in un angolino lamentandoti col barista di quanto sia ingiusta la vita. Garantito.
Ma no, dai.
Stasera no.
Diamo tutti un giro di vite a quest’anno, d’accordo?

Che recensiamo? Il flippotrippissimo Antro Atomico del Dr. Manhattan.

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Se tu fossi un blogger come si deve, avresti fatto in modo che, come per magia, cliccando sull’immagine si venisse immediatamente catapultati sull’Antro. Ma hai appena cancellato il Cestino dal desktop ed hai quindi problemi più urgenti, adesso.

No, perché quando ci vuole ci vuole. Ed adesso, per la miseria, ci vuole.
Che la gente per strada ti iniziava a chiedere “Ué, dottò, chissenefrega che c’hai il cuore in pappa, facce ride”.
Poi alcune persone battevano le mani, alcune fischiavano o ti lanciavano dietro croccantini.
Per cui ti sei detto che sarebbe proprio ora di mantenere qualcuna delle promesse scritte con lo stilo della solennità come sottotitolo di questo blog… ma era un brutto momento e dovevi scrivere qualcosa da qualche parte, su, pure voi.
Ma una recensione, stasera, la faresti volentieri: un po’ perché ne hai voglia, un po’ perché proprio devi. Devi rendere omaggio a chi questo insulso frammento dell’internetto su cui voi ora state consumando il nervo ottico lo ha reso possibile, seppur indirettamente.
E che recensiamo, che recensiamo?
Un film? No.
Un libro? No.
Un CD? Un fumetto? Un pornazzo?
No, no e no (ma ti piacerebbe, lo ammetti).
Recensiamo un blog… IL blog, ti verrebbe da scrivere.
Il blog che ti ha introdotto al mondo dei blog, quello di cui attendi impaziente l’aggiornamento nel cuore della notte (che lo scrittore c’ha degli orari strani, c’ha), quello che ti ha strappato il maggior numero di risate e che ti ha fatto capire – scusate se è poco – che non c’è bisogno di risultare pedanti o di prendersi troppo sul serio per dire la propria opinione, per parlare di sé, ma di sé come persone, come individui, come parte del Tutto. E che ogni giorno, ogni singolo, maledettissimo giorno, ti ricorda che sei tristemente nato nel decennio sbagliato, che tu cinque anni fa dovevi essere nelle sale giochi con lo zaino Eastpak e lo skateboard e tutti quegli accessori McFlyosi a discutere di A-Team e di flussi canalizzatori con una discreta banda di debosciati pronta ad andare alla ricerca di ogni ipotetico tesoro di Willy l’Orbo, mica da solo, ranicchiato in poltrona a leggere Artemis Fowl e a giocare al Gheimboy, che poi ti sei giocato la vista prestissimo e tua mamma pensava male.
Che a lei mica lo dicevi, ma in bagno ci stavi ore perché c’avevi il Gheimboy in tasca, mica per altro.

Mappa di Willy l’Orbo, come no. Mappa del tesoro tua nonna in carriola. Ecco altri futuri miopi tra tre…due…uno… E anche Willy sarà orbo per un motivo.

No, comunque, si diceva, recensiamo il blog.
L’Antro Atomico del Dr. Manhattan.
E già senti il coro degli “aaaaah, quello!”, e un po’ dovreste vergognarvi, se non ci eravate arrivati (che poi oh, scienzià, dal titolo si capiva abbastanza). Ma soprattutto dovrebbero vergognarsi quelli che se ne sono stati muti ad annuire fingendo conoscenza, e che ora se ne dovrebbero andare di corsa a leggere quello che il buon Doc scrive, mica starsene qui a leggere le mie insulse robe.
Per gli antriani, te la sbrighi in fretta: l’Antro Atomico è flippotrippissimo.
Per coloro che antriani ancora non lo sono (è una questione di tempo, fidatevi), invece, cerchi di fare un discorso un attimino più articolato.
Perché ti piace, l’Antro Atomico? Innanzi tutto ti piace perché si ride; ma si ride di gusto, di un riso sincero e schietto che neanche in Cina.
Si ride molto e si sorride spesso, e parlando di tutti gli argomenti nerd possibili ed immaginabili: cioè, il paradiso sull’internet.
In secondo luogo, il Doc scrive davvero bene: mantiene sempre quel tono colloquiale che ti accoglie, ti invita ad accomodarti, siediti, da bravo, e goditi lo spettacolo; eppure riesce ad essere di un’incisività unica, colpendo sempre il suo bersaglio.
Cioè, tu leggi una cosa di ridere, ridi come il commissario Gordon all’inizio della run batmaniana di Morrison (vabbé, troppo nerd: ridi come un povero cristo vittima del gas esilarante del Joker), e dopo ti rimane pure qualcosa, ti ricordi quello che hai letto e ne fai tesoro.
I lettori abituali del Doc se ne accorgeranno: lo stile con cui scrivi deve moltissimo alla prosa docmanhattiana. Da un lato il desiderio di imitarlo c’era, perché in questo blog vuoi trattare di cose importanti, ma sempre ridendo, e a te personamente il Doc fa sganasciare dalle risate; dall’altro, c’è che leggendo l’Antro si viene tipo contagiati da un virus che ti porta a scrivere, a parlare e – ommioddio – a pensare in quella determinata forma.
L’Antro è un tormentore estivo di stampo letterario.

Recenti studi rivelano che il gas esilarante utilizzato dal Joker sia somministrabile anche testualmente: cioè, tu leggi e ridi da solo come un pistola, svegliando e preoccupando i parenti, che vedranno di farti internare al più presto.

E poi c’è quell’altra cosetta lì, quell’insignificante elemento che costituisce il passaggio finale, il gradino che separa l’apprezzare qualcosa dall’amarla.
In genere nei telefilm è così, no? Si guardano le prime puntate, e ci si diverte, piace; poi c’è quell’episodio, quell’unico episodio che ti fa capire che non potrai più farne a meno, ed inizi a preoccuparti per il dolore che proverai quando la serie sarà conclusa.
Quel fattore, per quanto ti riguarda, è l’amarezza.
Quasi tutti i post dell’Antro hanno – almeno per te – un retrogusto un po’ amaro, che ti colpisce come un pugno nello stomaco dopo aver passato diversi minuti in preda agli attacchi di riso più smodati: l’amarezza può essere data, come si diceva, dalla tua consapevolezza di essere nato nel decennio sbagliato, ma anche dalla nostalgia che quella valanga di ricordi sottoforma di cose di ridere riesce inevitabilmente a suscitare; può essere causata da un commento tagliente, dall’ironia sottile che ti fa sì divertire, ma ti trascina anche a brutto muso davanti alla realtà, facendoti sbattere la testa più volte contro quello che ti ostinavi a non vedere (ricordi solo, tra i tanti post, la bellissima recensione di Diaz, che se avessi voglia potresti anche cercare e linkare.
Sì, c’hai voglia, tié: http://docmanhattan.blogspot.it/2012/04/diaz-dont-clean-up-this-blood.html);
può essere dovuta ai racconti di vita vissuta, a metà strada tra il nostalgico e l’ironico, sempre divertentissimi, ma capaci di ricordarti con tutta la crudeltà del mondo che bambino non lo sei più, ma lo sei stato… e da bambini, alla fine, si pensano le stesse cose e si nutrono le stesse grandi speranze, che tu abbia vissuto gli anni Ottanta, che te li sia persi per un soffio o che abbia importunato qualche passante nei sudici vicoli della Londra vittoriana (e tra questi post quello che ricordi con più affetto è indubbiamente il resoconto dell’esperienza tra gli scout, questo qui: http://docmanhattan.blogspot.it/2012/07/non-ci-vuole-un-pennello-coltello.html); o può essere dovuta alle maledette esche-bruschetta che il Doc semina sapientemente e con un certo spietato gusto tra i suoi post, cosicché tu sei lì che ridi come se non ci fosse un domani e taaaaac, ci resti secco: vedi una pubblicità, leggi una frase, una parola, è quella, ed i ricordi ti travolgono, neanche ti avessero aperto il rubinetto della nostalgia in testa.
Sa quali tasti toccare, il Doc, c’è poco da fare.

No, infatti. Vi basta solo una barra degli indirizzi e questo indirizzo: http://docmanhattan.blogspot.it

Pretendere di riassumere in un post quello che l’Antro rappresenta per te e per tutti gli altri antriani è davvero troppo. E’ impossibile. Per fortuna, il buon Doc ha messo a disposizione due libri, scaricabili comodamente dal suo blog, che rappresentano un ottimo assaggio di quel che l’Antro può offrire.
E’ che poi al destino non puoi mica dare sempre del tu” è una raccolta di racconti, storie di una delicatezza meravigliosa: si va da una riunione di divinità ad un complotto religioso con “annunciazione annunciazione”, dalle avventure del sosia di Lino Banfi aggrovigliate inevitabilmente ad altre vite che apparentemente nulla hanno da spartire ad una storia fantascienza ambientata in un futuro distopico, dall’avanzare inesorabile dei conigli in ascensore (eh, non fate quelle facce da fessi: leggete, leggete!) alla storia di un tipo a cui ci piacciono i fuochi d’artificio grossi, quelli che fanno un bel botto.
C’è anche un meraviglioso racconto di dipendenza patologica da biscottini, e da quando lo hai letto trovi gli Oreo ovunque, anche alle macchinette del reparto di Ematologia, che sono sempre deserte. Un caso? Più probabile che voglian trascinarti nel vortice della perdizione.
In “Inseguendo un Super Santos verso l’infinito” il fattore bruschetta sfiora livelli altissimi ed abbastanza pericolosi, quindi occhio (ah ah).
Trattasi delle memorie fanciullesche del Doc, e qui a parlarne ti viene il magone, che la conclusione ti ha lasciato tristissimo, e lo volevi rileggere tutto da capo, ma poi lo avresti finito di nuovo, ed avresti sofferto ancora di più. E non ne vuoi parlare, che a farlo ti sembrerebbe quasi di contaminare qualcosa che già di per sé è puro e bellissimo, e non sarebbe proprio cosa.

E vogliamo poi parlare delle rubriche? No, ma vogliamo?
Certo che vogliamo, che domande.
L’Antro Atomico ha un parco-rubriche immenso e meravigliosamente meraviglioso: ci sono quelle filmiche, quelle telefilmiche, quelle fumettare, quelle pubblicitarie, quelle dedicate ai pupazzetti dispendiosissimi e bellissimi… non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Tu, personalmente, adori le recensioni filmiche, e saresti anche un antrista abbastanza illegale, avresti dovuto riconsegnare la tessera tempo fa, che molti film li hai visti solo dopo che il Doc ne aveva parlato…ma quanto è bello ripercorrere amati fotogrammi con una guida divertente, appassionata ed incredibilmente complice come il Doc?
Ve lo dico io, se non lo avete ancora provato: tanto, tantissimo.
Almeno un 5/5 sulla scala Wilde.

E se vi state chiedendo che cosa sia la scala Wilde, niente, tocca proprio cacciarvi a pedate.
Un clic qui, per cortesia, su:
http://docmanhattan.blogspot.it