Cinematografo

Baker Street News: Trailers come se piovesse!

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John Constantine venduto alla concorrenza dei supertizi in mutandoni!

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The Flash col costume da pistola!

E molto, molto altro!

In questo periodo di propaganda spietata, dove i politicanti si aggirano per le buie strade dell’internetto armati di un sorriso smagliante, volantini dalle foto “al limite dell’osservabile” [semicit.] e promesse che non hanno assolutamente alcuna idea di mantenere (Vi restituiremo il magazzino Planeta De Agostini! Sì! Con tutti i numeri di Flash che vi mancavano! E faremo riprendere le riprese di Firefly! Ricominceremo Dottor House con il doppiatore originale! Votateci! Votateci! La volete una DeLorean con il flusso canalizzatore nel parcheggio dell’ateneo, per arrivare sempre puntuali a lezione, anche se vi svegliate alle undici e mezza? Votateci! Votateci!), mancava in effetti quella luce in fondo al tunnel che raccontasse storie serie e epiche, passioni genuine e totalmente disinteressate, forse frutto dell’immaginazione, ma per questo terribilmente reali.
E mentre guardi i volti di amici candidati senza riuscire a scacciare dalla mente le scene finali de La Zona Morta di David Cronenberg, anche tu senti il bisogno di tornare a scrivere robe di ridere, o comunque robe più serie della politica, che ci vuol poco.
Basta essere un minimo coerenti (ah! Brucia!).

Che poi, oh, non scherziamo (Ragazzi, ma siam pazzi?).
Dall’ultimo post sul tabagista imbroglione in impermeabile da pervertito al parco è passato un mese.
E ne succedono di cose, in un mese.
Ad esempio, succede che non sarà tabagista neanche per un cazzo: la NBC ha stabilito che fosse troppo, uh, diseducativo permettere a Giovanni Constantino di tenere sempre la sizza in bocca, e allora no, niente, a monte, mangerà cingomme, come nel tristissimo finale del Constantine cinematografico.
Un dubbio si insinua a questo punto nei meandri della mente leggero e discreto come un elefante col Parkinson nel soggiorno di tua nonna: se le sigarette sono politically scorrect, il resto del fumetto, allora?
Perché diciamocelo, in Hellblazer il fumo è un elemento persistente, occhèi, ma anche il meno violento, cinico o sconvolgente.
Se censurate il fumo, poveri idioti di produttori (Goyer, tu quoque!), censurerete anche tutto il resto, sì?
Perché volete trarre una serie da un’opera così spiccatamente turpe ed eticamente problematica se avete il bagaglio morale ereditato dalle storie di Topolino?
Che francamente, se te ne devi stare con l’ansia di vedere il tuo personalissimo eroe dei fumetti – scelta più o meno condivisibile, diciamo che Constantine sarebbe più che altro un ottimo amico, un eccellente compagno di bevute – andare in giro a dire Caspiterina, demone malvagio! Mi hai turbato i sentimenti con il tuo fare irrispettoso! Il potere della Scoolacciata Magica ti punirà! mentre si rigira in bocca un Chupa Chups alla fragola, ecco, insomma, preferiresti riguardare il film lungometraggio di Dylan Dog.

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Nella nostra realtà, l’incubo è un film di Dylan Dog che con l’Indagatore dell’Incubo non c’entri un’infiocchettatissima.

ndr.L’autore dell’articolo, visibilmente alterato, si è concesso questa licenza poetica, ma occhio: NESSUNO può voler guardare una seconda volta e di sua spontanea volontà il – si perdoni il termine – “film” di Dylan Dog.
Bambini, non prendetelo sul serio.
Scherzava.
Non fatelo a casa.

Tra le cose che sono successe questo mese, c’è che è uscito il trailer di questa carnevalata serie TV.
Trailer che, in un accesso di gentilezza del tutto ingiustificato, si linka a voi deboscia qui sotto.

Visto che roba?
Cioè. Visto le FOTTUTE MANI CHE PRENDONO FUOCO?
Visto Chas, il fidato amico e tassista personale di Constantine, legato a lui da un debito di riconoscenza che si perde nella notte dei tempi trasformato in un FOTTUTO ANGELO che le tre Streghe si spupazerebbero volentieri a turno e ‘fancoolo anche a Leo?
La Magia è stata presa come un dato di fatto: c’è Constantine, c’ha i poteri e bona lì. Esattamente come ti aspetteresti da un Constantine venduto al merchandising dei supertizi in mutandoni in New 52.
Ma in Hellblazer la Magia non è mai qualcosa di dichiarato.
Leggetevi la serie, o il meraviglioso The Books of Magic di Neil Gaiman (di cui scapperà a breve una recensione, occhio pinocchio).
L’arte esoterica non è un dato di fatto, non sono mani che prendono fuoco o angeli che piombano in strada scavando crateri che Michael Bay ci stapperebbe lo champagne.
La Magia è psicologia, è introspezione, è investigazione dell’animo umano spinto ai massimi livelli; è controllo dei propri stati fisiologici per giungere a stati alterati di coscienza, è evocazione volontaria di allucinazioni e distorsioni sensoriali; è la consapevolezza che l’Universo è un gioco di specchi, e che orientando quello che ci è più prossimo in un certo modo sarà possibile ottenere un certo risultato ad una certa distanza.
È la possibilità di generare effetti macroscopici nel mondo reale a partire da cause microscopiche nel mondo mentale.
La Magia è interazione quantica, è il percorso deviato di un atomo per andare a collidere là dove è necessario, è sintonia delle frequenze cerebrali con vibrazioni diverse, è una destrutturazione delle convinzioni, per aprire le porte di Mondi Altri.
La Magia è programmazione neurolinguistica, persuasione, capacità di comunicare ed anche gioco di prestigio, perché no.
La Magia è inganno (e si è tornati a parlare di politica) fatto in buona fede (ah, no).
Non è nulla di eclatante o eccessivamente scenico, ed è necessario che non lo sia: ci circonda, e sarebbe un casino se le persone ancora “addormentate” se ne accorgessero.
Constantine non è un bastardo perché sì, perché fa figo e si rimorchia di più; è un bastardo perché quello che fa gli impone di esserlo, se vuole salvare la pelle, e perché il sarcasmo e l’ironia sono l’unico modo che ha per non perdere la ragione, in un mondo di dolore e dove reale ed irreale si mescolano senza possibilità di discernimento; anzi, dove l’Irreale diviene l’unica realtà.

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Ecco, tipo così.

L’inizio del trailer è decisamente yeah, però: John nel manicomio, ambientazione cupa al punto giusto, riconoscente quanto basta all’Arkham di H.P.Lovecraft; la sua strafottenza spinta agli estremi e richiamata a riva, un attimo prima della fine, da un senso morale mai completamente chiaro, o da un debito contratto chissà quando con se stesso e la sua anima.
Tanti elementi positivi e tanti beh va beh, decisamente un buon potenziale e davvero una grande, grandissima voglia di scoprirne gli sviluppi.

Ma non c’è solo Constantine, nel perverso mondo fumettistico che si sta srotolando in maniera logorroica sul piccolo schermo nella speranza di cavalcare la nerdonda sfornando pootanate pazzesche.
Ci sarebbe anche il trailer di Gotham (non ve lo linko, non sono mica Babbo Natale fuori stagione), che mi sembra tanto una sorta di CSI con la comparsa ogni tanto di qualche bimbo chiamato Bruce Wayne, Harvey Dent o Selina Kyle per far felici i nerdfan.
Sì, insomma, sembra un po’ JL8.

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Con tipo Alfred che cambia il bat-pannolino

C’è anche The Flash, di cui andiamo a parlare in supervelocità (ah ah!)
Dopo l’apprezzabile la serie TV degli anni novanta, del tizio vestito di rosso con gli addominali in gomma piuma e le ‘recchie a forma di alette di plastica che svolazzavano nel vento, ci si riprova.
Il pilot di quella vecchia serie, in fondo, non era male, ma forse per i telefilm vale lo stesso tacito accordo che la società impone sulle persone: una volta dipartite, tutte belle-buone-brave.

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Beh va beh

Diremo che Flash (o meglio Barry Allen) è il supertizio in mutandoni che hai seguito con più piacere nel cartaceo mondo della nona arte: il suo trovare una soluzione a tutti i problemi, la sua indole scientifica ed analitica in grado comunque di assecondare le richieste cardiache del cuore, la sua positività, l’energia che scaturisce dentro ed al di fuori dello Spirito della Velocità te lo hanno reso accattivante già da quando Mark Waid sussurrava con devoto rispetto il suo nome nella sua gestione del personaggio, dove però a vestire di panni del Velocista Scarlatto era il nipote, Wally West.
È con la saga di Rinascita, però, scritta da un Geoff Johns all’apice delle sue energie che il personaggio è salito di diritto nell’Olimpo delle tue letture supereroistiche preferite.
La capacità di Johns di recuperare un eroe che sembrava aver già donato tutto il suo potenziale e riportarlo in un ambiente di supereroismo genuino e tradizionale – in un periodo in cui i tizi mascherati scalciacooli e dalla dubbia moralità andavano per la maggiore – eppure sempre al passo con i tempi gli è valsa un high five pieno quando lo hai incontrato, quasi due anni fa, al Lucca Comics&Gheims.

Ma poche ciance: regia, il trailer, per piacere.

Opporcapaletta, Zoom.
Opporcapupazza, segue per davvero la continuity di Johns a partire da Rinascita.
Esaltante, carico di grandi aspettative, il trailer che tutti stavamo aspettando.
Tutti e tre noi fan di Flash.
Bella la resa dell’eroe in corsa, meravigliosi i turbini di energia elettrostatica generati dalla Speed Force, geniale la citazione forrestgampa, evocativo il dialogo con Oliver Queen.
Qual è il suo “ma”?, ti chiederebbe a questo punto Ted se fossi comodamente seduto sul divano di How I Met Your Mother.
Il “ma” è ben chiaro a tutti, amici miei: con quel costume sembra troppo Sheldon travestito.

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Zum Zum Zum Zum!

Post Scriptum: immagine machebellidea del giorno: Iron Flash.

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Proviene da un film amatoriale su Flash. Se volete cercarlo e magari – dio ve ne scampi – vederlo, si ricorda che questo blog ha unicamente fini ludici e il redattore non è imputabile per l’uso che lo sprovveduto e temerario lettore ne fa.

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Baker Street News: una serie TV su John Constantine. O anche su John da solo.

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Che ci volete fare se quelli della DC volevano più money e mi hanno infilato in mezzo ai tizi in mutandoni?

C’è che una new o, come la chiameremo d’ora in poi, una niù, per essere tale, deve essere, uh, nuova.
Che se spacci per niù la vittoria dell’Oscar da parte di Sorrentino, ormai, non ti prende più sul serio nessuno, e rischi anche di ricevere qualche sputo sull’occipitale.
Il guaio è che certe cose non hai sempre voglia di scriverle proprio subito subito, allora scalano nel tuo interminabile Elenco di Post da Redigere Prima o Poi, che a confronto la lista dei debiti di Donald Duck è lo scontrino del bar per il caffè pomeridiano.
E allora oggi peschi da quella lista una notizia che, quando è stata annotata timidamente sul suddetto pezzo di carta della morte, era perdavveramente una niù.
Adesso boh, non sapresti: ma speri sempre che qualche lettore ne rimanga un minimo interessato.
Parliamo del bastardo imbroglione tabagista in impermeabile di cui si era accennato al termine di questa digressione inutile qui.
Partiamo da Joss Whedon, quel tipo che c’ha la fissa per il sesso strano ed ha fatto una serie dove una graziosa ed innocente fanciulla CONFICCA PALETTI DI LEGNO in culoore a maschi decisamente molto brutti, che Calderoli a confronto è un California Dream Man.
Questa patacca stellare da epistassi che guarda distinta signorina si chiama Buffy, si legge Baffi e non sai perché, visto che è sempre rasata che la Venus ci farebbe volentieri causa, senti.

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Dai, seriamente: ad una così, che ci vuoi dire? Non si possono esprimere commenti oggettivi su questo telefilm, quindi non diremo che è sostanzialmente una pootaanata pazzesca. Non si dice.

Comunque, Joss Whedon, si diceva.
Due anni fa ha pensato bene di girare questo film dove sei drugà vestiti stranissimo prendevano a cinquine un tossico vestito ancora più strano di loro, e fin qui tutto bene.
Tutto benissimo, anche, perché The Avengers è piaciuto un botto a tutti; e se a qualcuno non è piaciuto, ci pensava la Scarletta a rimettere le cose nella giusta, uh, prospettiva.
È partita allora questa serie tv, Agents of SHIELD, che narra le gesta dell’organizzazione capitanata da Nick Fury dopo tutto quel gran casino che un dio un po’ bischero ha combinato a Nuova York.
Alla Distinta Concorrenza DC, la casa fumettistica detentrice dei diritti di gente in mutandoni quali Superman, Batman, Lanterna Verde, Flash eccetera, questa cosa ha fatto un po’ storcere il naso.
E che sono, io“, chiede concitato Jeffrey Bewkes, presidente della Warner, casa cinematografica che attualmente detiene i diritti del fumettame DC a Diane Nelson, presidente(ssa) della Detective Comics “il più stronzo?
Ma no che non lo sei, Jeffrey, dai, non fare così.
Christopher Nolan ti ha regalato una trilogia del Cavaliere Oscuro che lèvati, resterà nella storia del cinema, cosa rara per un cinegiornaletto.
Sta anzi lavorando con Snyder per tirarti fuori un rebùt di Superman che scalci cooli, stai tranquillo, stai.

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Ripensandoci, Jeffrey… agitati un po’, che questo qui ti tira giù tutta Metropolis senza ritegno.

Adesso noi non staremo qui a discutere del come e del perché Man of Steel sia a tuo avviso una pootaanata pazzesca, ma diremo comunque che, per contrastare questa ondata di Marvellismo incontenibile, la DC e la Warner pensarono bene di avviare una campagna analoga per i loro prodotti.
Era già in cantiere Arrow, ed era anzi già iniziata ai tempi del pilota di Agent of SHIELD, ma non bastava.
Di più“, grida Jeffrey con gli occhi ormai iniettati di sangue. “Di più!“.
Gli sceneggiatori provano a spiegargli che il materiale è quello, che, insomma, i supereroi sono stati quasi utilizzati tutti, e più di mettere in cantiere uno spin off di Arrow il cui protagonista sia Flash (e se ne parlerà presto, tranquilli) e una serie tv incentrata su Wonder Woman ed intitolata Amazon (serie che – ti informa la tua cara amica e lettrice nota all’internetto ed a tutti i deboscia che guardano le ficscion sottotitolate come Knock^3 Penny – sarebbe dovuta iniziare già nel 2013, ma è stata posticipata per trovare un’attrice con le zinne adatte fare le cose per bene) non possono proprio fare.
Jeffrey non ci crede, non vuole crederci.
Piglia un giornaletto a caso, lo sfoglia, si sorprende di quante figure ci siano.
Poi lo sbatte in faccia agli sceneggiatori, indicando un personaggio: “ ‘sto stronzo con le ‘recchie da topo, ce l’abbiamo una serie tivù su di lui, sì?“.
No, dicono quelli, ma dopo Nolan chi ci ha più il coraggio di mettere le mani su Batman, siamo seri.
E questo coglione brizzolato con i baffi da p0rnodivo?
Ma no, non ce l’abbiamo, ma davvero vuole fare una serie con solo Jim Gordon?
Quello tace.
Gli luccicano gli occhi.
Di più“, mormora, con la bava alla bocca.

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Con un interprete che non c’azzecca un’infiocchettatissima, tra l’altro.

Giungiamo al punto. Ogni tanto te lo si dice che parti per la tangente, poi finisce che il post termina senza che tu abbia scritto quel che volevi scrivere, alla Heidegger.
In questo tripudio di serie TV e film fumettistici è caduto anche un tuo personalissimo eroe.
Diciamo pure il tuo personaggio del mondo delle vignette preferito, a pari merito con Dylan Dog (più che altro perché è qui di fianco, sapete, non vorresti offendere).
Rullo di tamburi.
Stiamo parlando di
wait for it
John Constantine.
Del motivo per cui il fumetto Hellblazer sia così meravigliosamente meraviglioso e del perché il suo protagonista sia praticamente un tuo doppio nel mondo della Nona Arte parleremo magari un’altra volta.
Per ora, via con le indiscrezioni.
John Constantine fu ideato da quel discreto geniaccio di Alan Moore per le pagine di Swamp Thing, traendo ispirazione dalla fisionomia dell’allora cantante dei Police, Sting.
Chi lo interpreterà in questa serie TV, chiamata in un pazzerello guizzo di originalità Constantine?
Pare che la scelta sia caduta sull’ attore britannico Matt Ryan (reso celebre che ha già recitato in Criminal Minds); e devi ammettere che nei panni del personaggio si è calato a pennello.

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Daniel Cerone (Dexter) scriverà la sceneggiatura insieme a David Goyer (Batman Begins), che sarà anche produttore esecutivo. Il pilot sarà diretto da Neill Marshall (Game of Thrones).
Che cos’altro sappiamo?
Sappiamo che Constantine sarà inglese, ma la serie sarà ambientata a Nuova York (“Come gli Avengers! Come gli Avengers!“, ha urlato in faccia agli sceneggiatori il nostro amico Jeffrey), e già qui gli affezionati del fumetto inizieranno a storcere il naso.
Più che altro, per la puzza di quel primo tentativo di trasposizione cinematografica, nel 2005.
A tuo avviso, Constantine era un bel film, anche se si trattava ovviamente di un prodotto estremamente diverso dal fumetto.
Molti lo hanno odiato, e chissà se questa serie avrà il coraggio di rimanere fedele alla sua versione cartacea (parli di coraggio perché… beh, ma perdinci, leggetelo!) o se sceglierà una via di mezzo tra la trasposizione cinematografica e le storie di Delano ed Ennis.

Le riprese dell’episodio pilota verranno effettuate sia nella città di New York che nella sua periferia, e molte scene verranno girate nell’Ospedale psichiatrico di Ravenscar, notizia che donerà una gentile dose di occhioni a cuoricino per gli amanti del fumetto.
Ma rincariamo: leggi su BadTaste che il protagonista verrà rappresentato come “un truffatore e un misterioso detective dell’occulto (sì, esatto, tipo Scooby Doo, ndr), ossessionato dalla recente perdita dell’anima di una giovane ragazza. Non estraneo al mondo oscuro degli inferi che esiste in parallelo al nostro, Constantine ha iniziato a studiare le arti oscure quando era solo un adolescente (nello stesso periodo in cui i coetanei scoprivano le gioie dell’onanismo. Ok, la pianti.).
Da solo ha imparato a pronunciare incantesimi, rituali, maledizioni e persino giochi di prestigio, ma la persona che più desidera vedere e che, almeno per ora, rimane al di fuori della sua portata, è sua madre – morta per darlo alla luce (che acquisto! niente, è più forte di te).
Quando Liv, la figlia di un amico deceduto, viene presa di mira dai demoni, Constantine interviene per salvarla e i due formano un’alleanza.”
Nel pilot sarà presente anche il personaggio di Papa Midnite, un boss della mafia immortale che opera fuori New York, visto per la prima volta nel primo numero di Hellblazer. Descritto come un uomo d’affari e un praticante di riti vodoo, Papa Midnite, per Constantine, è a volte un inusuale alleato e a volte un nemico.

Ogni medaglia ha però anche un rovescio, perciò calmate il gorilla che avete sulla spalla e ti si segua.
Vi sono infatti alcune palesi pootaanate a cui i nostri ingenui amici sceneggiatori stanno andando incontro. Ad esempio, la storia dell’angelo custode Manny, interpretato da Harold Perrineau, che oltre a far perdere l’alone di epicità del personaggio – estremamente figo perché sempre estremamente solo – fa anche un sacco Streghe, esattamente il tipo di serie tv che se non ci sbatti tre belle fanciulle come protagoniste procederà sempre zoppicando.
Inoltre, il mitico Chas, amico e tassista di John, disporrà di particolari abilità soprannaturali, cosa che, oltre a snaturare il personaggio, rischia di renderlo troppo poco umano, quando invece la sua funzione è spesso quella di riportare John un po’ con i piedi per terra, oltre a scarrozzarlo con il suo taxi da un punto all’altro dell’Inghilterra.
Si riparlerà di Constantine su queste coordinate, garantito.
Per ora, incroci le dita e speri che ne esca un prodotto decente, e non una di quelle marchette fatte in serie per far felice Jeffrey.
Altrimenti, sai cosa, gentilissimo presidente della Warner?

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Scrivere di Robe: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (seconda ed ultima parte)

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Indiana Jones and de Tèmpol of Dùm: de Continuèscion (and Conclùsion)!

A tutta birra e senza indugi verso la seconda parte del film Indiana Jones e il Tempio Maledetto (mentre la prima parte la si può leggere tranquillamente a queste coordinate), sperando che nel frattempo voi deboscia l’abbiate recuperato e visto. Se non lo avete fatto, occhiospoilerpinocchio e una nota di demerito sul registro degli Irregolari di Baker Street, raus.

Eravamo giunti al punto clousò, ovvero al banchetto con tutte quelle pietanze emetiche troppo raffinate per i palati un po’ rustici dei nostri eroi (ed anche della gallina indisponente).
Indy, nel corso della cena, ha avanzato qualche domandina di troppo sul culto della dea Kali e sulla pietra sacra Shivalingam rubata al villaggio assieme ad una cinquantina di marmocchi.
Ma il Mahraja ha confermato di non avere nulla a che fare con questi spiacevoli avvenimenti, quindi tutti tranquilli e con il cuore leggero e colmo di buoni sentimenti, in quest’atmosfera che fa tanto Mille e una Notte, si ritirano nelle loro stanze, prestando orecchio al lontano gorgoglio della cascata.
O forse sono gli stomaci digiuni dei suddetti palati rustici, uno dei due.
Sì, insomma, i nostri hanno tutti una fame boia.
Shorty ed Indy stanno per ritirarsi nella loro stanza, ma l’archeologo decide di fare una piccola deviazione.
Credo che andrò a dare occhiolino un’occhiata occhiolino a Willie, spiega al suo giovane amico, il quale risponde con accessi di riso, pacche sulle spalle, calci sulle natiche e porgendo una confezione di profilattici nascosta nel doppio fondo del cappello.
Indy dispone infatti di un’arma segreta, un piatto colmo di frutta rinvenuto chissà dove.
Oltre al suo migliore sguardo acasamiaoacasatua in grado di piegare al suo volere qualsiasi donna, figurarsi se affamata come una iena.
Willie, che dapprima lo accoglie stizzita perché – nel caso ti fossi dimenticato di dirlo – è una rompicoglioni, cede dinnanzi allo sguardo languido di una mela decisamente secsi.

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E guarda il piatto colmo di frutta come fosse un bigolo di trenta centimetri. Poi sono gli uomini che vanno presi per la gola.

Lei, come previsto, cede.
Comincia a fare allusioni neanche troppo velate indirizzate al professore, che tipo di ricerche faresti occhiolino su di me occhiolino la notte, inizia a strusciacisi addosso, per poi dirgli che sono troppo amici e non vorrebbe rovinare tutto con il sesso sì, insomma, in sostanza, ce ne sarebbe.
Ma il dottor Jones alla fine è un archeologo, probabilmente anche un po’ nerd, per quanto possa ogni tanto divertirsi ad atteggiarsi da geimsbondo: quindi dice quelle due parole di troppo con un eccesso di sicumera Come scienziato, non anticipo mai i risultati di un esperimento, te lo farò sapere domattina, che gli costano il giro di giostra.
Viene cacciato in malo modo, la pootana che fa la preziosa pronostica un suo ritorno in non più di cinque minuti, e Indy si vede costretto a tornare nel suo alloggio, pensando tra sé e sé, in lacrime, che sicuramente ne sarà valsa la pena.
Ognuno, in camera propria, aspetta senza successo per cinque minuti l’arrivo dell’altro.
Nessuno si decide, quindi la notte sembra essere per entrambi destinata a passare con la pur dolce compagnia del proprio orgoglio.

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Quello non viene!

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Quella non viene!

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In che ssenso?

C’è di bello – per quanto sia magra consolazione – che Indy non è destinato a trascorrere la notte in solitaria compagnia di Federica la mano amica; infatti, spunta dalle tenebre un terribile strangolatore sikh adepto thug che, brandendo con fare minaccioso un filo interdentale, si accinge a, uh, strangolare l’ignaro archeologo.
Jones non accetta di buon grado le intenzioni del malamente, e nasce una colluttazione a colpi pim pem paw da far impallidire Adam West ed anche la sua panza incalzamagliata, al termine della quale lo strangolatore finisce, ironia della sorte, strangolato, perché appeso per il collo alla frusta impigliatasi al ventilatore, come un povero pistola.

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Se non c’è lo spazzolino, ci sono gli strangolatori con il filo interdentale. Tranquilli.

Nel corso di questa scena di lotta, tra l’altro, Harrison Ford si procurò un’ernia del disco, felice ricordino delle riprese (che già ne I Predatori dell’Arca Perduta si era rotto i legamenti crociati della gamba sinistra e sembrava brutto non replicare l’esperienza con un nuovo trauma). Leggi però su uichipidia che grazie ad una “procedura medica controversa” riuscì a recuperare in fretta, e la lavorazione del film non ne fu danneggiata, menomale.

Da bravo cavaliere, Indy si precipita nella camera della scassameenchia madamigella, per accertarsi che nessuno strangolatore sia appostato nell’ombra pronto ad acciderla.
O forse per trovarlo ed aiutarlo nell’impresa.
Quale che sia il caso, resta deluso.
La gallina è talmente piena di sé da essere davvero convinta che il ritorno di Jones sia dovuto al suo fascino irresistibile, ma il professore, da bravo archeologo, sembra essere più interessato ad un altro tipo di figura femminile.

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Oh, scienzià, queste sono più morbide.

Ed invece Indy ci aveva, guarda caso, visto giusto: spingendo le poppe della cariatide si accede ad un passaggio segreto! Ta-taaaaan! Momenti di mistero misterioso!
Il professore fa chiamare il suo piccolo amico, ed insieme si avventurano nel cunicolo… anche se in ventun anni di film di avventura la cosa che hai imparato è: mai entrare in un cunicolo buio, freddo e puzzolente per primi.
Ma oh, si vede che Indy ancora non aveva la tua esperienza.
I due stanno camminando con fare circospetto, come gente che si alza di notte per andare in bagno, e forse, chissà,magari anche a loro stava scappando fortissimo.
L’archeologo avvisa il marmocchio di non toccare nulla, e tu sei lì che aspetti, aspetti un’esclamazione, una parola che non arriva mai.
Shorty non dice di stare attento ai tracobbetti, e tu un po’ ci resti male, ma poi ti ricordi che questo non è I Goonies e che quel capolavoro di film il giovane Jonathan Ke Quan l’avrebbe girato nei panni di Data solo un anno dopo, nel 1985.

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Quindi niente, a monte.
In compenso, il ragazzino pronuncia una frase memorabile, che ancora citi a tavola, quando ti senti particolarmente stronzo ed hai voglia di far salire conati di vomito a tutti coloro che si ricordano di questa scena: Sembra di camminare sui biscotti.
Ed invece no, non sono biscotti manco per ‘sta cippa.
Sono insetti grossi come un palmo di mano del gigante Golia, che strisciano e si contorcono come se non ci fosse domani.
Che alla fine, visti i gusti coolinari degli abitanti del palazzo, magari la mattina queste bestiole le pucciano davvero nel latte.
Oh, ognuno.
Avanzando, i due giungono ad una stretta stanza.
Le porte di ingresso e di uscita si chiudono, il soffitto inizia ad abbassarsi e su questo e sul pavimento emergono acuminati spuntoni ancora adorni dei crani degli ultimi sventurati visitatori.
Tutto regolare, Indy se non affronta queste robe prima di colazione non si prende neanche la briga di scendere dal letto, senti.

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È un tracobbetto!

Questo tracobbetto è il preferito di George Lucas dell’intero film.
Al professore ed a Shorty è piaciuto un po’ meno.
Sono talmente nella melma che si vedono costretti a richiedere l’aiuto dell’algida stronza, la quale risponde con una certa diffidenza, non ha voglia di infilarsi in quello schifo di cunicolo, sapete s’è fatta una certa, se non vado a letto presto domani mi sveglio con due occhiaie che neanche tutto il fondotinta del mondo, eccetera.
Alla fine ci va, perché sì, sennò sai che finale del cappero, e tra mille lagne riesce miracolosamente a salvare i due premendo l’interruttore.
Teh, ci voleva tanto?
Poi ci si riappoggia e ricomincia tutto da capo.
Indy, poco propenso a farsi fregare una seconda volta, spinge tutti oltre la porta prima che si chiuda e ciao.
I tre giungono, ormai baldanzosi per le insidie brillantemente superate, ad una sorta di terrazzo in pietra naturale da cui hanno l’invidiabile opportunità di osservare tutto ciò che accade a valle, rimanendo nel contempo piuttosto nascosti.
Guarda un po’ te il coolo, alle volte.

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Ma va’ come nevica. Va’ che roba.

Quello che si para dinnanzi agli occhi dello sconcertato trio è il Tempio Maledetto.
Come il dottor Jones aveva giustamente intuito, col fischio che il culto Thug è morto e sepolto.
A valle, una folla che neanche al Lucca ComicsendGheims sta venerando la dea Kali, in onore della quale è stato apparecchiato anche un succulento sacrificio umano.
Un pover’uomo è legato ad una griglia e sta per essere, uh, grigliato.
Prima, però, il sacerdote officiante questa cerimonia dall’indubbio interesse folkloristico introduce una mano tra le coste del futuro spiedino e ne trae il cuore ancora palpitante, con un trucco che a confronto la tecnica dell’esplosione con cinque colpi delle dita è un gioco di prestigio e Pai Mei dovrebbe andare a vendere meloni in autostrada.
Non sai se a livello metaforico sia una rappresentazione della friendzone o la rievocazione in chiave truculenta del rapporto tra il nano ed Angelino agente Smith, ma comunque il povero eviscerato viene spedito tra le fiamme dell’inferno e chi s’è visto, s’è visto.

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Sei stato friendzoned

In questi frangenti, risulta chiara la volontà di Lucas di realizzare un film dai toni più cupi del primo, un po’ come successo già per quel film del nano verde che parla strano rispetto al predecessore. Ha voluto applicare alla saga cinematografica di Indiana Jones lo stesso processo che l’esempio di Nolan (spesso ripreso più perché fa faigo che per convinzione) sta diffondendo tra le pellicole di stampo supereroistico, solo trent’anni prima.
Lucas, però, va giustificato, perché era effettivamente in una fase nera della sua vita, alle prese con il divorzio, e sì, veder bruciare gente e strappare cuori doveva evidentemente avere un effetto catartico.

Il sacerdote estrae la pietra Shivalingam che, assieme ad altre due pietre della stessa fatta, comincia a sbrilluccicare peggio di quei messaggi tutti glitterati che giravano su msn qualche anno fa.
Indy, diligentemente, spiega che questo effetto è dovuto ai diamanti contenuti al loro interno… e non fa in tempo a terminare la frase che Willie, risvegliatasi dal suo shock da overdose di viulenza grazie alla parola magica che inizia per D, si fa avanti per vedere dove sono, questi stramaledetti diamanti.
Adesso ti prendi una pausa, perché sei arrivato alla fine del primo dei due file che hai scaric un attimo stanco.

Tornando a noi, Indy si cala con la sua frusta a recuperare la pietra.
E la recupera, tutt’occhei.
Solo che poi non si trattiene, va oltre e vede che ci sono questi bestioni col turbante che frustano i cininni rapiti al villaggio affinché scavino alla ricerca di altre pietre sacre, che bastava prenderne una a caso, disegnarci tre strisce sopra e felici tutti.
A questa vista, il dottor Jones si indispettisce.
Solo io e Catwoman possiamo usare la frusta!, esclama piccato, e scaglia un sasso non sacro sull’osso – questa volta, sacro – del bestione più grande in circolazione.
Bella mossa, Indy.
Il professore, Shorty e la fanciulla dolcequandodorme vengono catturati, e a Jones viene propinato il Sangue della dea Kali, una sorta di filtro che lo avrebbe reso succube di questo culto.
Dapprima lo sputa, poi – soggiogato dall’antica tecnica ninja che veniva in tempi remoti utilizzata anche contro di te quando ti rifiutavi di ingollare sciroppi disgustosi e che consiste nel tappare le narici per farti andare in carenza di ossigeno e costringerti ad introdurre il gas vitale da un altro orifizio a scelta (ma pur sempre connesso alle vie respiratorie) – è costretto a bere.
Comunque, anche leggere l’inciso nella frase precedente è una tecnica niente male e dalle identiche conseguenze, appena incontri un rappresentante Thug provi a vendergliela.
Indy si trasforma, diventa un fanatico della dea Kali ed inizia a pensare sai che c’è? Alla fine bruciare laggente non è poi così male.

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Il mio cuore brucia per te! Pessima scelta di parole.

E tu a questo punto eri carichissimo, oh, stanno per bruciare la gallina, ‘sta a vedere che è la volta buona che ce la leviamo dai coglE INVECE NO.
Arriva Shorty che, non ricevendo risposte soddisfacenti ma solo mugugni e grugniti dal suo amico Indy, pensa bene di USTIONARLO CON UNA FIACCOLA.
L’idea, per quanto possa apparire bislacca, si rivela invece davvero buona, perché l’archeologo si riprende, e con un doppio gioco nel doppio gioco (che fa quadruplo gioco, se fate i conti), intima le guardie di lasciare stare Shorty, perché se ne vuole occupare personalmente.
Così lo prende per il bavero, e gli strizza l’occhio.
Shorty è terrorizzato: il suo amico si è ripreso, occhei, ma ricorda benissimo a che cosa alludeva l’ultima volta che ha fatto l’occhiolino, e forse avrebbe preferito esser acciso.

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Sono occhiolino sveglio occhiolino adesso

Il dottor Jones inizia a prendere tutti a cavucincù, pim pem paw, tema di Williams in sottofondo, lacrime di commozione e giuoia.
Nel frattempo, cerca di salvare Willie, legata come un salame alla griglia che sta facendo su e giù verso il pozzo di lava come uno yo-yo, con la differenza sostanziale che lei non si sta divertendo neanche per un cazzo.
Alla fine, però, Indy la salva dalle fiamme, mannaggia, e come ricompensa riceve una cinquina, che a tuo avviso si merita tutta e anche con gli interessi, non si può fare un piacere a nessuno, non si può.
Momento di raccoglimento, gente che si abbraccia e, soprattuttamente, il professor Jones che torna ad indossare il suo borsalino, senza il quale si sentiva effettivamente un po’ nudo.

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Senza questo cerchio alla testa, non ero più io.

Tutti nelle miniere, a questo punto, che ci sono i marmocchi da salvare, su.
E li salvano, infatti, con grande abbondanza di scene pim pem paw, parole di maleducazione che volano da entrambe le fazioni e il Mahraja che si rivela essere un figlio di Sharazad perché con una bambolina voodoo infligge all’archeologo – già impegnato in una colluttazione con un armadio a quattro ante – dolori atroci.
Ad un certo punto, però, si ricorda di non credere nel voodoo, che lui è indiano mica caraibico, ed allora il suo piano malefico va a pootane.
Shorty, che ormai ci ha preso gusto, da una strinatina con la fiaccola anche a lui, a sua volta vittima del Sangue di Kali.
Indy continua a scazzottare il bestione, la cui sciarpina effettivamente da checca si impiglia in un rullo compressore schiacciasassi che passava di lì per caso, e l’armadio a quattro ante diventa, uh, un armadio a quattro ante spiattellato, mentre grida Da lunedì dieta, però pian piano, non così di bottAaaah.
Su consiglio del giovane Mahraja regazzino, ridestatosi dal sonno indotto dal Sangue di Kali, i due eroi più quell’essere venusiano inutile salgono su un vagone della miniera e si avventurano per i binari, inseguiti senza tregua dai tirapiedi del sacerdote, che li vogliono giustamente accidere, se non altro per recuperare quei tre fottutissimi sassi.
La scena dell’inseguimento in miniera, così come quella del rafting sul fiume e della sparatoria nel night di Shangai, era stata girata originariamente per far parte de I Predatori dell’Arca Perduta; poi sono state tagliate, ma erano comunque gran belle sequenze, ed appena finito il film Lucas pensò sai che c’è? Se facessimo un altro film e ce le sbattessimo tutte dentro?
Detto fatto, ecco a voi Indiana Jones e il Tempio Maledetto.

Il sacerdote pensa di stanare i tre allagando la miniera, che è un po’ una trovata tipo radere al suolo una casa com una bomba H perché hai visto un ragnetto sulla parete, ma vabbè.
I freni del vagone si rompono, così Indy utilizza il proprio corpo per rallentare la corsa dello stesso, appoggiando gli stivali sulle rotaie.
Terminata la corsa, accortosi di aver consumato tutta la suola delle scarpe, alla prima esclamazione Nuooooo! Erano nuove! fa seguire la ben più struggente richiesta di acqua per lenire il bruciore alle piante dei piedi.

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Accontentato

I tre sono lì, sull’orlo del precipizio e con un getto d’acqua potentissimo che minaccia di spingerli nel baratro da un momento all’altro, mentre Willie minaccia semplicemente di non venire più in vacanza con loro, che “gita culturale” lo venissero a dire a sua nonna in carriola.
Scampati anche a questa umida situazione, si ritrovano innanzi un ponte vecchio e pericolante su un fiume popolato da affamatissimi coccodrilli, di quelli che appena ti vedono iniziano a schioccare la lingua e a mettersi il tovagliolo al collo.
Willie, da persona simpatica qual è, si rifiuta di attraversare, e Shorty, esasperato, cerca di farla finita inizia a saltellare sul ponte per dimostrarne la resistenza.
E lo sfonda.
Bravo scienzià.

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Ma in Shrek ha funzionato!

Intanto Indy si trova a dover fronteggiare due malamente, che fanno gli esibizionisti sboroni con le sciabole, con quei gesti inutili e scenici che da bambino facevi sempre anche tu, poi ti finiva la spada di plastica nell’occhio ed avevi già finito di divertirti.
Il dottor Jones li guarda come due poveri stronzi, poi mette mano alla pistola per freddarli.
Se non fosse che la pistola è stata gettata da quella pistola di Willie all’inizio del film. Superato il trauma e lo scuorno, il nostro si trova costretto ad affrontare i due villanzoni a mani nude.

La stessa scena, identica, uguale uguale, era presente ne I Predatori dell’Arca Perduta, con la differenza che nel primo film Indy aveva la pistola e risolveva dunque il duello in modo rapido e indolore (cioè, per lui).
Poiché Il Tempio Maledetto rappresenta un prequel, si può intuire che la spiacevole esperienza sia stata di insegnamento al professore.
Di più: nelle intenzioni originali del regista, già ne I Predatori quel combattimento avrebbe dovuto svolgersi a suon di cazzotti e pim pem paw. Solo che, come si era detto, avevano tutti il cagotto (tutti tranne Spielberg) e di fare scene d’azione non ne aveva voglia nessuno.
Fu proprio Harrison Ford a proporre di risolvere la cosa con una pistolettata: Spielberg ne fu entusiasta, gli attori con la dissenteria neanche a parlarne.

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Il Tempio Maledetto

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I Predatori dell’Arca Perduta

Giunto alla fin della tenzone incerto sull’arcione tentò di risalir, Indy si avventura a sua volta sul ponte pericolante.
C’è un problema, però, una quisquilia, oseresti dire: da entrambi i lati del ponte giungono i sicari Thug, guidati dal sacerdote, ed i nostri non hanno via di scampo.
Ta-taaaaan! Momento altamente drammatico.
L’archeologo prende in ostaggio le pietre sacre nella sua bisaccia, minacciando di gettarle nel fiume se non fossero stati lasciati passare.
Il sacerdote fa spallucce, Vabbè, ne dipingiamo delle altre, dice.

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Vi accido i sassi! Occhio!

Fortunatamente, ad Indy viene un’idea delle sue: FAR CROLLARE L’INTERO PONTE.
Willie e Shorty ci provano, hanno davvero a cuore di fargli capire che sì, insomma, sul ponte, ecco, ci sarebbero anche loro, ma il professore, con quel maledetto borsalino che gli blocca l’ afflusso di sangue al cervello, non vuole sentire ragioni.
Gli unici d’accordo sono i coccodrilli, laggiù, che intanto hanno apparecchiato ed hanno mandato il minore a prendere una bottiglia di rosso in cantina.
Il ponte, a seguito di un colpo di sciabola ben assestato, cede, e molti Thug finiscono in pasto agli alligatori.
Restano appesi a stagionare alle corde del ponte giusto Indy, Willie, Shorty e il sacerdote malamente, che comunque, dopo una breve scazzottata con l’archeologo e un trucchetto un po’ guardalà, molla la presa e finisce nel fiume.
Willie e Shorty sono ormai in salvo, ma non vedono Indiana… che dopo qualche momento di suspanza compare sul bordo del precipizio, tenendo in mano la pietra sacra Shivalingam.
È uguale a quella che danno in edicola con Pietre e Minerali, esclama imprudentemente Shorty, che infatti viene messo a tacere da un coppino fortissimo che gli fa anche cadere la cingomma.

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Quando avete tempo, eh.

Nel frattempo, sono arrivate anche le truppe inglesi, avvertite dal giovane Mahraja di nuovo in possesso delle sue facoltà mentali, tutte e due.
C’è che ormai i malamente sono morti, e niente, i soldati stanno lì a prendersi un po’ di gloria, che male non fa.
Siamo alla fine del film: i due eroi e mezzo fanno ritorno al villaggio in maniera trionfante, da vincitori.
Portano con sé la pietra sacra, e il vecchio capotribù è raggiante: Non sapevamo proprio come altro delimitare la porta del calcetto, dice.
Sono anche accompagnati da una cinquantina di bambini, sottratti ai lavori forzati e che finalmente possono fare ritorno alle loro famiglie per, uh, lavorare.

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Indy e Willie si guardano negli occhi: dai che ce n’è pensa l’archeologo, ma Willie fa la difficile, sono in quei giorni, ti vedo di più come un amico eccetera.
Fa per andarsene, quando INDY LA TRATTIENE CON LA FRUSTA.
Finalmente, i due si baciano.

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Ma non si può limonare un attimo in santa pace che l’elefante dispettoso (stretto parente del delfino curioso e del cavallo goloso) li inonda con un getto d’acqua.

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Amore, stasera tagliata di elefante.

Non è finita qui: neanche il tempo di avvicinare di nuovo le labbra, che vengono travolti da un’orda di bambini indiani scalmanati e festanti, che vogliono esprimere la loro riconoscenza per essere stati liberati dalle miniere di Pankot.
Gli amanti, poveretti, che devono fare? Fanno buon viso a cattivo gioco, sorridono, sorridono un sacco.
Indy, mantenendo il sorriso di facciata, domanda: Tu non vuoi marmocchi, vero? Almeno un annetto o due di sesso disimpegnato?

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Andata!

Tema di Williams, lacrime di commozione, coccodrilli ingrassati come maiali, titoli di coda.
Fine.

Post Scriptum: cari Irregolari, siamo giunti al termine del primo Scrivere di Robe, la rubrica in cui vi si racconta una storia tratta da qualsiasi forma d’arte tu abbia voglia di affrontare al momento.
Ti sei divertito molto a scriverlo, certo è un lavoro abbastanza lungo ed impegnativo, quindi non lo rifarai troppo presto.
Se anche voi vi siete divertiti a leggerlo, fatelo sapere, perché a) Ti farebbe molto piacere e b) Cercheresti di accorciare i tempi per una prossima puntata.
E adesso, però, per concludere, ve lo si linka davvero il tema di John Williams, via, va’ che regalone.

Scrivere di Robe: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (prima parte)

Postato il Aggiornato il

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Immaginate il tema di John Williams in sottofondo, che te sei troppo pezzente per andarlo a linkare dal tubo.

“Che – ti si dice – lasci passare un mese intero senza post?”
Eh, infatti. Non sarebbero proprio cose.
Va bene l’isolamento, la caverna, il freddo, la barba e tutto, ma adesso basta, però.
Il Thogal terminerebbe tra 10 giorni, ma hai deciso che non puoi ributtarti nella mischia così, come se nulla fosse: vuoi dire, hai passato 39 (trentanove) giorni senza relazioni sociali, se non quelle necessarie al tuo sostentamento, se ti ritrovassi circondato da gente che sbraita, urla, mette le canzoni (si perdoni il termine) di Gigidalé alle 8 di mattina, imposta la sveglia della morte pee-pee-pee alle 15.00 di ogni pomeriggio, regazzini scalmanati che ti stuprano la porta, altri che saltellano, altri che svaccano sul letto come se in sua prossimità la forza di gravità ventuplicasse (sooca, Goku, fai il piacere), potresti rimanere un attimino turbato.
Quindi con calma, ti sei detto. Affronta un periodo di acclimatazione graduale.
Abituati alla luce del sole pian piano, sennò finisci come quel pistola del mito della caverna di Platone, che uscito dalla grotta si è subito giocato tutti i bastoncelli e non ci capiva più niente.
Sennò finisci come Forrester, rannicchiato in un angolino appartato perché la folla è brutta e cattiva.

E allora, ripartiamo dal blog, anche perché la scadenza del mese è pericolosamente vicina.
Adesso che le acque si sono chetate, che la meditazione ti ha permesso di ridurre il dolore al minimo e che la noia ti spia da dietro la colonna, di che cosa si scrive? Si torna, giustamente, alle intenzioni programmatiche di questo blog.
Quelle cose bellissime scritte sotto il titolone, vedete? Recensioni, poesie, racconti e pensieri sparsi.
Oggi, racconti un film.
Così, perché ti va.
E chissà che, se ci prendi gusto e non ci metti troppo tempo, questa non diventi una rubrica fissa del blog. Si potrebbe chiamare, chessò, Scrivere di Robe, anche se forse è un po’ generico. Ma si potrebbe fare un unico grande minestrone in cui parlare di film, serie TV, fumetti, libri ed ogni altra amenità ti passi per la testa. Vedremo.
In particolare, in quest’occasione andiamo ad analizzare fotogramma per foto a grandi linee l’ultima pellicola che hai avuto il piacere di vedere, il nuovissimo Indiana Jones e il Tempio Maledetto, del 1984. Giuri.

Henry Walton Jones Jr. è il professore di Archeologia all’Università di Chicago.
Ma shuntando rapidamente i preamboli – che queste cose le sapete anche voi debosciati – andiamo a trattare del film in questione: unico film della serie, si dirà, in cui Indy non compare nei distinti panni di professore universitario, ma solo in quelli di avventuriero un po’ ciaciarone.
In compenso, il film inizia con una scena geimsbonda meravigliosa, a tuo avviso.
Come sempre nei film del dottor Jones, la montagna logo della Paramount Pictures si tramuta in un particolare del film, nel nostro caso un bassorilievo scolpito su un gigantesco gong di bronzo.
Ci troviamo a Shangai, in un locale notturno che lo sceneggiatore imberbe George Lucas – allora poco noto e già regista di un filmetto fantascienzo di serie Z con Belfagor tecnologici e asmatici, errisonfordi abbandonati (se si esclude la compagnia di esseri pelosi orribili) e fratelli che limonano durissimo le sorelle – ha pensato bene di chiamare Obi Wan, giusto per distinguerlo da quel posto dove vai a comprare a tua madre le robe di giardinaggio.
Siamo nel 1935, esattamente un anno prima del primo film della serie – I Predatori dell’Arca Perduta – e, dopo una sequenza di ballo in stile musical cacciata dentro di forza da Lucas per fare un regalino a quell’egoista di Spielberg, che se non si fa come dice lui comincia a fare i capricci e a battere i piedi per terra ed il set diventa un posto insopportabile, compare finalmente il dottor Jones.
In tenuta oltremodo geimsbonda, si era detto. ‘va che roba.

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Il mio nome è Jones. Indiana Jones.

Il nostro intende concludere una trattativa con il gangster Lao Che, ovviamente affiancato dal figlio e da una nutrita banda di scagnozzi – che se sei un malavitoso nel mondo del cinematografo e non te ne vai in giro con almeno un paio di coglioni inguardabili e stupidi come una sedia non sei un cazzo di nessuno, senti.
L’archeologo ha recuperato i resti dell’Imperatore Nurhaci, che cederebbe volentieri al malamente in cambio di un diamante grosso quanto un uovo di gallina.
Ceneri per del carbonio, uno scambio equo, dai.
Nel frattempo, ecco arrivare la cantante del night, Willie, fidanzata di Lao.
Tu già a pelle lo sentivi che sarebbe stata una rottura di scatole, già la prima volta che hai visto questo film, che avrai avuto dieci anni; e ci avevi preso, eh.
La cosa brutta è che la gallina ce la trascineremo dietro per il resto della pellicola.
L’attrice che la interpreta è Kate Capshaw, ad uno dei suoi primi ruoli; poi sarà ricordata per film come Ti Presento un’Amica, Black Rain, Love Affair, Le Locuste.
No, stai scherzando: non sarà ricordata.
C’è che Steven Spielberg ha ammesso di non amare particolarmente questo film, se non per la presenza della Capshaw.
Che infatti diventerà sua moglie.
Chiamalo fesso.
Comunque, Lao non è proprio d’accordissimo d’accordo manco per il cazzo, che il diamante se lo terrebbe molto volentieri, però vuole anche le ceneri del vecchio, insomma, la botte piena e la moglie ubriaca, l’uovo e la gallina, le ceneri e il diamante.
Chiede troppo? Eh, sì.
Infatti Indy si spazientisce, ghermisce l’ochetta e la minaccia con una pericolosissima forchetta. Al ché Lao cede, che tra il diamante e la patata non c’è partita, lo scambio avviene e si fa anche un brindisi con lo champagne, crepi l’avarizia.

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Bravo pistola. Alla “salute”.

Lo champagne di Indy era avvelenato. Infatti guardate come se la ridono, quei fetenti, mentre mostrano ad uno stravolto Jones l’antidoto.

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Antidoto ottenuto sciogliendo in acqua di rubinetto una confezione di Viagra.

“Il veleno ha un effetto immediato”, avvisano con estrema cortesia i malamente.
Talmente immediato che dalla somministrazione passano cinque minuti in cui Indy fa più attività fisica di quanta ne abbia fatta tu in tutta la tua esistenza.
Il professore non si scompone, la prende benissimo.
Così bene che TRAFIGGE UNO SCAGNOZZO CON UNO SPIEDO FLAMBÉ.
Questo tipo non solo ha una faccia che ispira valanghe di cinquine, ma ha anche freddato un cameriere del locale, amico e complice di Indy.

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Eh, quando girano, girano. Non gli spiedini.

A questo punto, succede un mezzo casino.
Gente che urla, gente che scappa, gente che ti parla del suo dio, gente che ti vuol vendere le pentole Mondialcasa. Sia il diamante, sia l’antidoto cadono, e allora tutti giù per terra.
Willie, la cantante polla, cerca il diamante disperatamente, ed invece trova l’antidoto e, per sicurezza, se lo mette tra le zizze.
Il diamante, invece, è un po’ come la gnocca, s’attacca a chi non la vuole.
Ergo, non lo trova nessuno e ciao.

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Però intanto arrivano altri scagnozzi con gli armamenti pesanti, roba che Commando a confronto è un professore di educazione fisica alle scuole medie, e allora giù sventagliate di mitra, per difendersi dalle quali il gong dell’inizio capita proprio a fagiolo.
Per evitare morte certa, l’archeologo pensa bene, assieme a Willie, di fiondarsi giù dalla finestra. Fortunatamente lo sceneggiatore la Divina Provvidenza ha posto uno sproposito di tende lungo la traiettoria del balzo, che rallentano la caduta.
Il capitombolo termina nell’automobile di Indy, parcheggiata lì sotto, con una precisione che Zorro a confronto non riuscirebbe a saltare in groppa all’oceano neanche cadendo da una barca.
Alla guida del mezzo, c’è il mitico Shorty, bambino amico di Indy e salvato dall’archeologo dopo aver perso i suoi genitori.
L’attore che lo interpreta, Jonathan Ke Quan, vinse per questa prova il Young Artist Award ed apprese, per le riprese, il Tae kwon do, arte marziale che lo affascinò al punto da divenirne un esperto, cosa che gli consentì di lavorare come coreografo degli stunt in film tipo il primo X-Men, del 2000. Mica brustolini.

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I nostri scappano, Willie riesce incredibilmente a rendersi ancora più odiosa perché getta la pistola di Indy dal finestrino (scottava troppo, si è rotta un unghia e gné gné gné), ma in compenso il professore riesce a prendere la sua rivincita, ravanando per bene in cerca dell’antidoto e, forse, di qualcos’altro.
“Non è il momento per queste cose, Indy!”, lo redarguisce Shorty, che ha capito tutto.
La corsa si conclude in aeroporto, con Indy ormai in condizioni fisiologiche, dove ad accoglierli c’è Dan Aykroyd che si scusa, ma è riuscito a trovare un posto solo in mezzo al pollame, con così poco preavviso.
Il professore, abituato a ben peggio, ringrazia e sale; Willie, ovviamente, scassa gli zebedei. Strano, avresti detto fosse felice di viaggiare tra i suoi simili.
Prima di partire, Indy rivolge un sorriso trionfante ai gangster che li hanno raggiunti… i quali ridono sotto i baffi, perché il pilota dell’aereo è un malamente al loro soldo. Vatti a fidare.

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Ve l’ho fatta, villanzoni. Ride bene chi ride ultimo, ha ha.

Saliti sull’aereo, l’archeologo indossa i panni che lo hanno reso celebre: giacca di pelle logora, borsalino in testa e frusta al fianco.
La cantante gallina, come al solito, si lamenta delle condizioni del viaggio.
Argomentazioni che Indy ascolta con estrema attenzione e comprensione.

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Ma i piloti, come detto, sono malamente. Aprono il serbatoio e si lanciano con tutti i paracadute disponibili, salutando però molto gentilmente prima di saltare, va detto.
Willie ed Indiana trovano finalmente una cosa in comune, ed è il primo seme dell’ammmore: nessuno dei due sa pilotare un aereo.

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Troppe coincidenze, sposiamoci.

Prima, però, devono uscire dalla situazione di melma.
Equipaggiatisi di un gommone gonfiabile e del detto “se la vita ti da i limoni, fai una limonata”, i tre si salvano precipitando dall’aereo a bordo del gommone.
Il veivolo esplode impietosamente contro le montagne innevate, giusto pochi attimi dopo.
‘va che esplosione, ‘va che roba.

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Mica per nulla il film ha vinto l’Oscar per i migliori effetti speciali, realizzati da un certo David Fincher, che in seguito si sarebbe cimentato come regista e sarebbe diventato famoso per un film dove un tipo si pesta di brutto da solo, oltre che, in tempi più recenti, per film di gente che invecchia al contrario e di adolescenti che inventano social network della morte.
I due avventurieri più l’impacciata uteromunita si trovano a sciare sulle montagne indiane, trovano un precipizio, finiscono in un fiume troppo limpido per essere il Gange e così via.
Che ormai a forza di capitomboli ci hanno preso gusto anche loro.
Appena il moto del gommone si fa più lento, i nostri eroi più la donna rompipalle possono trarre un attimo di respiro.
“Dove siamo?” domanda l’algida stronza.
“In India”, risponde Indy.
“Come fai a saperlo?”, insiste la zuccona.
“Oh, gira la testa, scienzià.”, vorrebbe rispondere l’archeologo, solo è troppo educato per farlo, e congiunge le mani in segno di saluto.
Davanti a loro, infatti, si para questo bel tipo qui.

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Vi prego, ditemi che avete un elastico.

Si tratta del capo di una tribù ridotta in miseria, a causa della carestia.
Secondo gli indigeni, la magra situazione sarebbe causata dal furto della pietra sacra Shivalingam (in effetti, uno dei tanti simboli di adorazione di Shiva in India, in grado di donare Shankara, “Fortuna e Gloria”, come traduce prontamente Indy) da parte dei seguaci del culto Thugs, adoratori della dea Kali insediatisi nel palazzo di Pankot e sudditi di Pdor figlio di Kmer.
I tre sono invitati a mangiare con il capotribù, e questa scena la ricordi con affetto.
Willie si rifiuta di mangiare – ormai eviti anche le battute sul suo contNO, DAI, CHE CAGACAZZO, PERÒ – e Indy le fa notare che così avrebbe insultato quella gente, e per dare l’esempio si ciba di gran gusto di quella roba molliccia.
Quando eri bambino, tua madre , memore di quella scena, ti convinse a mangiare l’insalata russa appellandola come “il cibo di Indiana Jones”. E, anche se non c’entra una cippa, per te rimarrà sempre tale.

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Se non lecchi le dita godi solo a metà.

Che insomma i film di Indiana Jones con il cibo non siano mai stati troppo fortunati lo abbiamo capito. Già ne I Predatori dell’Arca Perduta (per cui si rimanda al meravigliosamente meraviglioso post del Dr. Manhattan), girato in Tunisia, la troupe fu colpita da attacchi di diarrea talmente intensi da richiedere una variazione di molte scene in cui l’azione sarebbe stata decisamente troppa per evitare di lordarsi le braghe. L’unico a restare immune da questa pandemia di cagotto collettivo fu Steven Spielberg, che, diffidando del cibo tunisino, si era portato da casa una pantagruellica scorta di quei deliziosi spaghetti precotti in lattina, che in America vanno tanto di moda, specialmente con il ketchup sopra. Gnam gnam.
Comunque. I nostri si stanno nutrendo di gusto, ed il vegliardo racconta la sua storia.
Gli abitanti del villaggio avevano pregato Shiva di ricevere aiuto e, vedendo i tre piombati dal Cielo, li hanno creduti inviati dagli dei per fare il lavoro sporco.
Perché si trattasse solo di un sasso, vabbé; il guaio è che quei malamente adoratori di Kali hanno rapito anche molti dei bambini del villaggio, per farli lavorare – si scoprirà – come minatori.
Indiana e compagnia bella, allora, si mettono in viaggio verso il palazzo di Pankot, in sella ad agilissimi elefanti; Willie cavalca rivolgendo alla strada la parte migliore di sé, perché sì.
Forse è a questo punto che Steven Spielberg ha iniziato a farci un pensierino.

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Inizia il viaggio, e subito la gallina esclama “oh, che begli uccelli!”, che alla fine non pensa ad altro.
Indy la corregge: sono pipistrelli giganti.
E lo dice con aria triste, chissà, magari ricorda ancora le scagazzate sull’elefante nuovo parcheggiato al sole.
Nel viaggio accadono cose parecchio di ridere, tipo l’elefante che disarciona la ragazza, la ragazza che appende a stendere un pipistrello gigante, l’elefante che importuna la ragazza con la proboscide e questa che afferra un serpente e lo scaglia lontano, convinta si trattasse sempre di quel simpatico e dell’elefante. Sembra una cosa di niente, e invece no, perché Indiana Jones è un personaggio estremamente umano, con i suoi pregi, i suoi punti di forza, ma anche i suoi difetti e le sue paure. In particolare, ha una fobia incredibile per i serpenti.
Scopriamo a questo punto, nel corso di un bivacco, che il professor Jones detesta essere chiamato con il suo nome completo: si scoprirà poi, nel terzo film della serie Indiana Jones e l’Ultima Crociata, che il nome “Indiana” era quello del cane che l’archeologo aveva da bambino. Indiana, tra l’altro, è il nome di un cane realmente esistito: quello di Lucas nel corso delle riprese.
I nostri arrivano al palazzo, dove vengono accolti.
Si cambiano abiti, Jones è di nuovo formale come un qualsiasi noioso professore di archeologia che poi noioso non lo è manco per la cippa, mentre l’oca giuliva ed esibizionista si veste con un abito costosissimo, e subito pensa Uh, chissà quanto è ricco il Mahraja, e si informa in modo molto discreto su sua moglie, per sapere se può o meno insidiarlo con le sue armi da femme fatale, tutte e due.
No, non è sposato, e va in brodo di giuggiole.
La cosa dura poco, perché, si scopre, il Mahraja è un regazzino.

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Lei, ovviamente, ci rimane malissimo (cit. Doc Manhattan)

Beh, almeno si mangia.
E invece no. Perché le portate sono così… ehm… particolari ed invitanti da spingere Willie a chiedere il cappello di Shorty, al nobile fine di vomitarci dentro.
Serpenti ripieni di robe striscianti vive non meglio identificate, scarrafoni grigliati ed altre amenità, a confronto delle quali tua nonna è Gordon Ramsay.
Continua così la carrellata delle disavventure coolinarie di Indiana Jones, reali o fittizie che siano.
Ad ogni modo, comunque, il bambino, saggiamente, rifiuta la gentile offerta e va avanti, dopo aver diplomaticamente domandato “Vuoi che muoro?”.

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Neanche lui, comunque, sembrerebbe troppo soddisfatto.

Nel corso del banchetto, il Mahraja gianfransuà assicura di non avere nulla a che fare con le sorti del villaggio, né tantomeno con la setta dei Thug che, leggi su uichipidia, è una setta realmente esistita in India fino alla metà del XIX secolo, in cui si venerava la dea Kali e venivano perpetrati sacrifici umani in suo nome.

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In realtà lorsignori mi perdoneranno se affermo di essere estraneo e disgustato da pratiche di tal fatta. Passate quel cervello di scimmia semifreddo, fate il piacere.

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Vuoi che muoro? Hai cucinato sotto tortura? Hai scoperto che sono l’amante di tua moglie, per caso?

Adesso basta, Irregolari, che ti cala la palpebra, e vi si lascia anche con un po’ di suspanza.
Questo è un assaggio del film, a breve la seconda parte, così anche i più debosciati di voi che ancora non l’hanno visto nel frattempo possono rimediare (bella scusa).
Concludi per ora con una curiosità: che il nome Indiana Jones sia preso da un cane è cosa nota. Era il cane di Lucas a chiamarsi Indiana, ed originariamente il personaggio doveva chiamarsi Indiana Smith, solo che Spielberg al solito ha cominciato a piagnucolare, a battere i piedi per terra e a lamentarsi che suonava davvero male, al ché, esasperato, Lucas avrebbe detto “guagliò, puoi chiamarlo pure Indiana Jones, per quel che mi frega”.
E Spielberg, poco abile nel percepire l’ironia, lo prese in parola.
Quello che invece pochi sanno è che anche i due comprotagonisti portano i nomi di cani realmente esistiti: Shorty trae il suo nome dal cane dello sceneggiatore Willard Huyuck, mentre Willie era il nome del cane di Steven Spielberg (ed il fatto che la relazione sia iniziata chiamando la moglie con il nome del suo cane la dice lunga).
Quindi, questo è un film che tu, personalmente, adori, ma se ti venissero a dire che è recitato da cani…beh, non avresti nulla da ribattere.

Farewell, my lovely

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Sì, la fotografia della tua anima è un misto tra Gotham City e Basin City. Ganzo, nevvero?

Serata piovosa.
Una nebbia insistente si diffonde dalle strade semi deserte, popolate solo da tossicomani rintanati in sudici vicoli, alcolizzati con le loro preziose bottiglie vuote in fila ordinata davanti ai loro occhi vitrei e signorine da cinquanta dollari l’ora.
I lampioni diffondono il loro giallognolo bagliore sulle pozze di acqua fetida agli angoli dei marciapiedi, dove le fogne sono troppo colme per rigurgitarla, per lasciarla scorrere nelle viscere della terra, per dimenticarla.
Di lontano, si ode l’eco di una sirena della polizia: troppo distante, troppo remota, certo mai nel posto in cui dovrebbe trovarsi.
Un uomo, in impermeabile, con lucide scarpe Oxford che spuntano al di sotto, un cappello calato pesantemente sul capo ed un sigaro quasi spento in bocca, passeggia adagio con il capo chino, con le mani sprofondate nelle tasche piene di troppe cose, ricordi di una vita di cui non si vuole o non ha il coraggio di liberarsi. Ogni tanto si guarda attorno, fissa le luminarie, le insegne, le persone.
Non capisci se sul suo volto siano dipinte ironia, rassegnazione, disprezzo o disgusto.
Forse tutto insieme.
Questo è lo scenario della tua anima.
L’Humphrey Bogart della situazione, ovviamente, sei tu.
Che la realtà sia un po’ più deprimente non hai certo bisogno di dirlo.
Ma non più deprimente nel senso di “più brutta”, questo no: semplicemente, meno romantica, più fredda e prosaica, in sostanza banale e noiosa.
C’è davvero, la nebbia.
E se qualcosa di bello ti offre, questa foschia (se ne parlava in uno dei tuoi primi post), è l’incertezza di ciò che dietro essa si nasconde e, con questa, la possibilità di immaginare sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Ma non placano il resto, non lo cancellano.
Manco per ‘sta cippa, proprio.

Lo hai detto spesso, citando Chandler: dirsi addio è un po’ come morire.
E la melanconia che segue queste parole ti accompagnava, ti dava un’ottima scusa per bere e fare lo stronzo tormentato, che quando ti incontrava dottor House ti diceva ma sorridi, Cristo santo, fatti una vita. Ed Edward Cullen muto, che a lui con questa storia che sbrilluccica al sole tormentato davvero non lo sembra mai, spiace per le bimbeminkia in calore.
Marlowe, quello sì che era un poveraccio come si deve, sempre assillato dai suoi fantasmi, primo della sua classe alla scuola dei duri, dove ti insegnano la nobile arte del “bassismo carismatico” (Dr. Manhattan docet).
Dicevi, quella melanconia alla fine ti piaceva, ti ci crogiolavi.
Soffrivi, è vero, ma non fa poi così schifo il dolore se lo paragoni alla noia.
Quella sì, è una brutta bestia.
Non volevi essere salvato, in sostanza, perché quello che avresti potuto trovare fuori da quel baratro sarebbe potuto essere molto peggio. Non avevi mai creduto, dirai, che quell’addio fosse vero.

La tristezza dipinta negli occhi, proprio. O il principio di un abbiocco, uno dei due.

Invece lo era, porca cicca.
Lo era e tu sei rimasto lì come un pistola, con le tue massime filosofiche da quattro soldi caricate a salve giusto per mettere a tacere chi ti diceva che non potevi andare avanti così, è solo una donna, per la miseria.
Ma qui è il guaio: non era solo una donna, non lo è mai stata, per te.
Era qualcosina in più, era quel tassello che separa la banalità di una vita ordinaria dalla magnificenza di una vita maestosa.
Era un ideale, qualcosa da inseguire per avere un punto di riferimento, e per non essere sballottati dai flutti di una vita capricciosa.
Ma proprio perché capricciosa per definizione, non aspetta i tuoi comodi.
Scorre, scorre come pioggia sulle strade, e lascia i tuoi ricordi e le tue speranze come cartoni fradici agli angoli dei marciapiedi, troppo immensi e pesanti per essere fagocitati dalle fogne.
Per essere sepolti.
Per essere dimenticati, macinati, resi neutri, terreno fertile su cui edificare nuove esperienze.
Ma ormai quello è il passato, desiderio futile e vano di ingigantire un sentimento per potervicisi aggrappare, per uscire dal pozzo di vacuità in cui eri precipitato.
Ed il giorno giusto era quello. Ma tu ovviamente troppo stupido, troppo concentrato su te stesso per rendertene conto.
Per accorgerti che non ritorna mai più niente, che il tempo che hai lasciato alle spalle resterà dietro di te e non hai il diritto ad una seconda occasione.
Era bello pensare che ti avrebbe aspettato, che avresti avuto modo di allenarti, di cambiare e di tornare pronto.
Queste cose non te le dicono, nei film.
Bane era lì ad aspettare Wayne, Apollo ha aspettato Rocky, Anakin mica ha levato le tende mentre Luke puliva la fogna di Yoda con la Forza.
Sai l’incazzatura di Daniel San se dopo tutto quel dailacera-toglilacera gli saltava il torneo? Se il suo avversario non si fosse presentato?
E per questo la vita scade nella banalità: manca di trama, non ha quell’incastro perfetto che te la fa rimirare con meraviglia.
È come un puzzle con i pezzi speculari e mai complementari, e tu stai lì a scervellarti senza mai veramente capire un cazzo, ed ogni tanto ti chiedi se valga la pena di continuare a giocare.
Ma non sei il tipo che lascia le partite a metà.
Piuttosto ti fai polverizzare il culo a pedate, ma non dai mai all’avversario la soddisfazione di averti fatto arrendere: che se la sudi la sua vittoria.
Hai scelto un mestiere che ti chiede per contratto di essere un loser, un perdente: che possibilità hai contro la Morte? Prolunghi la partita, ecco tutto, se riesci la rendi degna di essere giocata, ma di più non fai. E per questo dovresti lasciar perdere?

Ora sei tu, l’ubriacone con le bottiglie collezionate davanti.
Ma non sono bottiglie: sono amori, i tuoi innumerevoli amori dalle gambe corte, che forse nemmeno meritano l’appellativo di “amori”.
Esistono postumi da sbronza che non sono dovuti all’alcool.
Tu ce li hai per le donne.
Le donne ti fanno ammalare.
Ed allora, dicevi? Dicevi che quell’addio era definitivo.
Che a parole son buoni tutti con i massì, ci rivediamo, non cambia nulla e blablabla.
Ma ne hai sentiti troppi di “non cambia nulla” per non sapere che sono una cazzata pazzesca.
Cambia tutto, invece.
Cambia sempre tutto: solo le persone, non cambiano.
Magari mentono in modo diverso, si fanno più esperte, fantasiose o furbe, ma i motivi che le spingono all’ipocrisia non escono mai di moda.
E se quell’addio è definitivo, se è davvero uno struggente lungo addio e farewell my lovely, be’, allora tutto perde un po’ di senso: il tuo allenamento, il tuo ritiro volontario dalla società, questo stesso blog.
Capisci solo ora quanto può essere doloroso un allontanamento del genere, lento, inesorabile.
Non traumatico, uno stillicidio cronico, e di anemia ipocronica sideropenica si muore, eh.
Come togliere un cerotto – di quelli che non van più via, avete presente? Quelli che paiono rivestiti di attack e ci lasci sempre attaccato un pezzo più o meno grande di te – ma non velocemente e ciao.
Piano. Lentamente.
Assapora ogni centimetro della tua cute, quel cerotto maledetto.

Edward Hopper, I Nottambuli

E a te che cosa resta da fare? La tempra di un uomo si misura da come affronta le avversità del percorso, non certo dal percorso in sé.
Che cosa ti lascia questo addio, dottore? Questo ritorno mancato, questo vuoto in fondo allo stomaco, che eredità porta?
Un bel niente, ecco cosa.
Il vuoto resta vuoto, una tristezza di fondo indefinibile che ti segue come un cagnolino, un dolore inespresso e che non merita di vedere la luce, perché troppo sciocco, troppo vacuo, che ci son passati tutti, porca pupazza, non c’è da farci tutto ‘sto casino.
Ed invece sì, ed anche di più se sarai in grado, perché la vita è tua e la vuoi rendere grandiosa, anche nella sofferenza, che è forse tutto ciò che ti resta da coltivare.
Ti lascia sulla punta della lingua il sapore del caffè del primo pomeriggio, di parole sospese a mezz’aria in quella stanza che alla fine è anche un po’ sua, che ti incazzavi come una bestia
quando qualcun altro profanava il suo posto; ti lascia un gioco di sguardi, qualche serata trascorsa con lei a chiacchierare del più o del meno, prima che tu definissi i tuoi sentimenti, prima che le cose fossero complicate; ti lascia inviti che forse hai frainteso, confidenze che forse non meritavi; ti lascia tempo per cui non sei stato grato (che cosa c’è di più prezioso, in fondo? Di una persona che ti dedica tempo, dici. Quello non torna mai, e quella fetta del suo tempo sarà tua per sempre) e che ora rimpiangi, perché non dovevi darlo per scontato;
ti lascia il ricordo di sorrisi, di meravigliosi sorrisi e di cristalline risate spese come se non ci fosse un domani, ed infatti un domani non c’era, ma vallo a sapere, allora.

Quante volte l’hai congedata con quel vago “ci vediamo domani”?
Calda certezza di un futuro incerto: ci vediamo domani.
C’è tutta la malinconia del mondo in queste parole, l’errore più grande dell’uomo è racchiuso nella muta speranza che questa affermazione sigilla: ci vediamo domani.
Quale domani? Chi ci ha promesso che ci sarebbe stato di meglio di quel momento già perfetto?
Ma si sa, non è mai abbastanza.
Si deve cercare, scavare, approfondire.
E a che cosa porta, questo? Che cosa ti lascia?
Ti lascia solo quella meravigliosa ed inutile collezione di bottiglie vuote, anzi, colme di rimpianto, neanche buono da bere.
Che come scusa per la tua adorata melanconia non è comunque niente male.

Fotogramma di Casablanca. Quindi quello non è Marlowe, lo sai. Però oh, anche voi, sempre a guardare il pelo.

Into the Fog, tipo James Bond. Ma anche no.

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“La nebbia del mattino”, di Marek Langowski

La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale.
Anche qui da me. Uguale. Anche se non è San Martino.
Quello che Cardù forse non sapeva, comunque, è che quando piovviginando sale, la nebbia, c’è poco da starsene tranquilli a scrivere poesie. Che vederti entrare un’auto in soggiorno perché l’ignaro e sprovveduto conducente non ha la più pallida idea di dove sia finita la strada è un attimo.
Ma non siamo qui a fare del moralismo spicciolo sulla sicurezza stradale, comunque, che ci pensano già quelli delle micromascins.
Siamo qui a dire che questa nebbia, in fondo, questa coltre di foschia che neanche in un romanzo di Stevenson, alla fine ti piace.
Ti piace perché se hai l’incommensurabile fortuna/sfortuna di abitare esattamente di fronte alla ragazza responsabile di tutto il patatrac del post precedente, almeno ti impedisce di vedere la sua finestra. E ti impedisce, se non altro, di trascorrere la giornata a fingere di studiare, alzandoti ogni 5 secondi alla ricerca di una luce, delle tapparelle, di un volto.

Ecco, uguale. Con la differenza che a) Hai le ossa integre b) Non hai vicino Grace Kelly c) Non stai spiando un assassino (almeno, non ancora) e d) Il binocolo brobdingnagiano da pervertito non lo usi. Ma forse dovresti.

C’è che poi stamattina l’hai vista, e ti ha parlato del suo appuntamento, tanto per, visto che non stai già abbastanza male.
Ma che fai in queste situazioni? Sorridi e annuisci, sorridi e annuisci, carini e coccolosi, e ti ripeti che non è mica colpa sua, alla fine. Che lei non ne ha la minima idea di quello che stai passando, ed è meglio così, o rischieresti a) di rovinare una bella amicizia, per quanto tu non sia più in grado di considerarla come tale e b) di rattristare anche lei.
E allora si tace, si ascolta che no, non se lo vorrebbe proprio chiavare al primo appuntamento, però neanche aspettare poi tanto, perché insomma, non sarebbero cose.
La guardi negli occhi, le sorridi, con i pensieri vaghi alle pagine dell’esame che dovresti preparare, che non hai proprio tempo per queste distrazioni, non ne hai mai avuto e vorresti non dovertene occupare.
Pensi che a te la solitudine è sempre piaciuta, e non sarebbe affatto male trascorrere l’esistenza sui libri amati, sulle leopardiane “sudate carte”; pensi che per creare una coppia dovrebbe esserci abbastanza spazio per entrambi, e ben sai che al tuo ego spropositato quello spazio va stretto.

Per cui, in linea di massima, di quelle cose tendi a non occuparti, le ragazze le tratti di fatto come oggetti, come fonte di svago a cui non dedicare troppo tempo.
Ma questa, cazzarola, perché occupa così i tuoi pensieri? Cioè, scansati un attimo, maledizione!
E mentre volteggi e precipiti in questi voli pindarici mentali, vedi i suoi occhi, le sue labbra che si muovono e dicono chissà che, e ti dici che forse sarebbe proprio bene ascoltarla, che nel malaugurato caso in cui formulasse una domanda, tu te ne potresti riuscire con qualcosa di diverso e decisamente più intelligente della tua migliore faccia da pesce lesso.

Tipo Giacomo Legame.
Bond: Sei una delle più belle ragazze che io conosca.
Tatiana: Grazie, ma forse ho la bocca troppo grande.
Bond: No, è della grandezza giusta… almeno per me.
(da “Dalla Russia con Amore”) rotfl

E ti chiede, in effetti; ti chiede di sedere con lei. Di parlare.
Ma da un lato, di roderti il fegato ascoltando del suo appuntamento e di come questo ’93 sia – ommioddio – fighissimo non ne hai proprio voglia; dall’altro, hai un fottutissimo esame tra una settimana, e il tuo inconscio sa se non hai la testa abbastanza tra le nuvole già di tuo.
Niente, allora, le dici che devi studiare, che ti piacerebbe ma no, non sono cose, adesso. La saluti, le sorridi, ingoi il dolore e te ne vai.
Te ne vai, come sempre.
Come tutte le volte che hai abbandonato ragazze perché c’era qualcosa di più importante, perché comunque ai tuoi studi pensi sempre con un certo carico di orgoglio, e cerchi di dare loro la precedenza.
Prima, però, non ha mai fatto così male.

Ed ora, nella tua camera, speri che ci sia una nebbia simile anche la fatidica sera dell’appuntamento, per nascondere ciò che sarà; per non pensarci, per mandare giù la malinconia, la sera, con un bicchiere di whiskey Laphroaigh nell’incertezza di ciò che è realmente successo, per concentrarti sui tuoi doveri.
Il fatto che invece tu sia qui a battere le dita sulla tastiera è assolutamente irrilevante ai fini della narrazione.