Antropologia Spicciola

Ragazzi, non c’è scampo. Ed anche il gambero sta per finire.

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Se questa è stata la vostra reazione leggendo il titolo del post, siete sulla buona strada per apprendere la nobile arte del beh va beh

No, che tu a volte sorridi, ma non avresti un vero motivo per farlo.
O meglio, sì, ce l’hai, certo che ce l’hai, solo che è collegato a qualche associazione mentale solitamente abbastanza contorta, una di quelle cose che una volta esternate ti farebbero passare ancora di più per pistola che non rimanendo zitto.
E così, quando si parla del Grande Amore, questa chimera, ti viene da sorridere.
Ed anche quando vedi il sole illuminare un cielo terso, la mattina di un caldo giorno festivo, come una promessa, come l’annunciazione di una giornata meravigliosa e perfetta.
È sempre un sorriso a metà, un po’ amaro: cogli l’ironia, la apprezzi, ma ti accorgi anche che, al di là di questa, non vi è altro che la solita distesa di dolore.
Quindi, come si dice, si ride per non piangere.
Quando viene la sera, poi, e il sole lotta per i suoi ultimi raggi ora rosati alla soglia dell’orizzonte, per lasciare spazio alla notte, la malinconia è inevitabile: un po’ l’ empatia per il giorno che muore, un po’ la tristezza per l’aspettativa delusa, un po’ la consapevolezza che domani inizierà tutto da capo, il sole sorgerà di nuovo e saremo di nuovo illusi e di nuovo traditi.
Ascesa e declino, vittime innocenti di un perverso e continuo moto astronomico che poi è anche una metafora della nostra esistenza.
Si inizia a scorgere l’ironia, laggiù in fondo?
Si stanno chiarendo le cause di quel mezzo sorriso?

E senti parlare del Grande Amore, un traguardo che – secondo te – non è un traguardo neanche per ‘sta cippa, come dire che acquistare un libro abbia risolto i conti in sospeso con quel determinato autore.
Non vorresti dire, eh, ma bisognerebbe leggerlo.
Parlandone, lo si capisce subito: siamo troppo giovani, troppo inesperti o, semplicemente, troppo umani per avere davvero idea dell’oggetto in discussione.
Tu lo vedi innanzi a te, vicinissimo eppure irraggiungibile.
Tendi la mano, le dita lo sfiorano… e quello scatta avanti.
Eppure quel contatto, quel fuggevole tocco, racchiudeva in sé l’intensità di mille abbracci dispensati senza pensarci troppo su.
Così, sei destinato a correre, ad inseguire un sogno, e magari, senza accorgertene, a superarlo, a lasciartelo alle spalle, troppo preso dal tuo scatto che Barry Allen a confronto è un ubriacone e per mettere in fila due passi deve concentrarsi come se fosse alle prese con il Teorema di Fermat.
Magari il traguardo l’hai raggiunto e non te ne sei accorto, perché è troppo diverso da come te lo saresti aspettato.
Non cambierebbe nulla comunque: appena acquisisci consapevolezza, ecco che di nuovo quello si allontana, e tu sei costretto a correre, ad inciampare, a sbagliare di nuovo.

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E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi.
C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

Ed è in queste situazioni, in questi frangenti in cui vincere sembra impossibile – e lo è, di fatto, ma non per nostra incapacità, quanto piuttosto per uno scherzo intrinseco della vita per cui ogni vittoria corrisponde in realtà al principio di una nuova partita – in cui la sofferenza è lì dietro l’angolo ed arrendersi non è comunque una possibilità contemplabile, perché troppo stupida, troppo facile per essere davvero soddisfacente, che un grido liberatorio si fa strada dai polmoni, risale facendo vibrare la laringe e rimbomba nelle guance e nei seni mascellari, per essere emesso come un sospiro rassegnato: beh va beh.

Il beh va beh (o be’va’be’ o beh vabbé, ndr) è la somma espressione di presa posizione nei confronti del Gran Giuoco della Vita che è stata messa a nostra disposizione.
Dovrebbe essere pronunciato con parsimonia, ma ti rendi per primo conto che certe volte scappa. E quando scappa, uh, scappa.
La sua pronuncia corretta non puoi definirla in modo diverso che ariosa: deve nascere come un urlo liberatorio che poi, però, trova compimento solo in una sorta di sospiro rassegnato.
Il gesto che solitamente lo accompagna è un’alzata di braccia a spalle chine, con le palme rivolte in avanti, una sorta di apparente sottomissione alle regole di un gioco che si rivela essere palesemente ingiusto, con lo sguardo che dice Stai barando, non vale, waffancool.

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Come faranno a mettere la pera nella bottiglia di grappa? È un miracolo! Davanti a questi misteri, lo scienziato alza le braccia e dice: Io mi fermo qui.

Il motivo per il quale questo potente mantra vada vibrato con parsimonia è presto detto: si tratta di un espediente metareferenziale.
Avete mai letto un fumetto di Deadpool, sì? O avete mai visto Fight Club?
Tanto per fare due esempi, i primi che ti vengono in mente.
In queste opere, i protagonisti si rivolgono spesso allo spettatore, consapevoli di essere parte di uno spettacolo messo in scena per dilettare un pubblico.
Ecco, uguale.
Il beh va beh è l’attimo di presa di coscienza della nostra condizione di attori sul grande palcoscenico della vita, e si insulta mentalmente lo sceneggiatore per qualche minuto perché oh, che ruolo di merda.
Ci si rivolge al pubblico e gli si fa gentilmente capire che se ne avrebbe anche i coglioni pieni di ricevere calci in coolo, chiedi scusa.
Proprio perché metareferenziale, perché potrebbe lacerare il tessuto della finzione scenica e della sospensione dell’incredulità postulata da Coleridge, trattasi di uno strumento utile ma pericoloso, dato che potrebbe sfilacciare le trame del reale facendoci precipitare in una sorta di limbo spaziotemporale estraneo ad ogni legge fisica che crediamo di conoscere.

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Gggente che ha abusato del beh va beh ed ora si trova confinata in un non-spazio ad aspettare un treno per la realtà che passa senza orari… un po’ come i treni veri, alla fine.
Momento Cooltoorale: Lo sapevate che “Mobil”, il nome della via della metropolitana che compare in questo fotogramma di Matrix Revolution, è un anagramma di “Limbo”? Sapevatelo.

Concludendo, il beh va beh è un’espressione ironica, una momentanea presa di distanza dalle faccende mondane che tanto ci perplimono per rimetterle nella giusta ottica e prospettiva.
È una locuzione di resa davanti all’insensatezza della vita che poi, alla fine, non prelude per nulla ad una resa; è una minaccia nei confronti dello sceneggiatore, come a dire Se non risollevi le sorti del mio personaggio, guarda non recito più, poi ti tocca chiamare Iù Gecman che ti spilla millemila milioni di dollari, tiè.
E lo sceneggiatore, dite, si piega alla gentile richiesta?
Ma neanche per sbaglio, proprio.
Anzi, dirai, si incarognisce ancora di più, ma ne è valsa la pena.
L’avviso ormai lo avete dato, e siete liberi di iniziare a recitare secondo il vostro copione, o magari improvvisando.
La sofferenza ed il dolore saranno ineliminabili, ma se non altro si riuscirà a tenere a bada la noia.
Ci si eserciti quotidianamente a pronunciare il beh va beh, anche solo mentalmente, davanti a ciò che non sembra avere senso, davanti ai torti, davanti a cose talmente stupide che risulta difficile credere davvero che siano state fatte.
Ecco, ad esempio: esercitatevi guardando questo film lungometraggio.

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Per questioni di Copioadestra, non vi si dirà che lo potete trovare tranquillamente in streaming cercandolo su gùgol.
Dovete comprare il divudì, piratazzi dall’uncino corto che non siete altro!

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Le Atroci Lusinghe di Madama S.

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Dellamorte Dellamore

Dal titolo sembra una cosa seria, dite? Poveri illusi.

A volte l’uomo è profondamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.
Altre volte anche no, che sì, insomma, grazie per l’offerta ma passo, magari un’altra volta.
E quando ti si presenta, la Sofferenza, ti tende la mano e ti chiede di accompagnarla a spasso per la tua vita, che cosa puoi fare?
Te la immagini così, come una ragazza di un’età indefinita tra i diciotto e i trent’anni, di quelle che incontri per caso alle fermate degli autobus assieme alle vecchine con ombrello e borsetta letale piena di oggetti contundenti da spatafasciarti contro alla bisogna che ti fanno Oh, giovanotto, passa di qui il sette? senza attendere la risposta, che intanto sono già partite per le loro speculazioni sulle mezze stagioni di una volta, sulle pizze quattro stagioni che una volta erano più buone, sui segni zodiacali che Ommioddio sei Sagittario, mi sa che quest’anno non mangi il panettone e chi le acchiappa più.
Tu resti lì, con il principio di un abbiocco che si fa strada attraverso il gusto di caffè sulla lingua ed il tepore delle coperte che porti ancora sulle spalle, ad annuire, ad aspettare quell’autobus, conscio del maledetto principio psicofisico in virtù del quale quando qualcuno ti parla di cose che non ti interessano il tempo si dilata e – in barba ad Einstein (il fisico, non il cane di Doc) – anche lo spazio si dilata, e può essere che tu scorga di lontano il sette arrivare e che ci metta tanto, troppo, come se la strada fosse appena diventata infinita ed il tempo non avesse più ragione di esistere se non quella di stracciarti i coglioni con la massima crudeltà possibile.
Ed intanto guardi di soppiatto la ragazza, domandandoti che cosa avrà da sorridere, con chi starà messaggiando, se sente freddo o a che cosa penserà la sera, prima di addormentarsi.

Ora, questa fanciulla ti prende per mano e ti fa Vieni. Vieni a vedere il mondo con i miei occhi. Soffri un po’ adesso, dopo starai meglio.
Ed esattamente come la diabolica vecchina da manuale, solo molto tanto più pheega e senza quel pupullo in testa che fa troppo Psyco, si lancia in voli pindarici.

Pupullo della morte

Però, ci aveva preso. Non lo mangi, il panettone.

Per cui, pensi sia profondamente ingiusto e discriminatorio chiedere ad una persona in pena per che cosa stia soffrendo: sarebbe come chiedere ad un bagnante in quale acqua si sta immergendo.
L’acqua scorre, le esperienze anche: e quando ti immergi nell’una o nelle altre, ti immergi contemporaneamente in tutte le acque e le esperienze del mondo, ed è inutile cercare un ordine.
Così, qualunque sia la causa del tuo momentaneo abbattimento, sarà in realtà causa di tutti gli abbattimenti del mondo, che scorrono e si contorcono nella tua testa, quasi a ricordarti che sì, va bene, stai male per questo, ma guarda che dovresti proprio soffrire un attimo anche per quell’altra cosa lì, ti sarebbe piaciuto dimenticarla, vero?
Non se ne esce più, c’è gente che ci si è persa.
E giù la maschera, ti ci eri perso anche tu.
Ma non è un labirinto da cui sia facile uscire, per il semplice motivo che, uh, non vuoi uscirne.
Molti non lo ammetteranno mai, ma la Sofferenza è catartica: ti stacca dalla banalità, ti innalza, ti fa sentire diverso, emarginato, fottutamente cool (o cùl).
E’ per questo che della Sofferenza è facilissimo innamorarsi: è una donna che ti rompe le palle ogni tre per due, che a confronto le gite da Ikea a mangiare le polpettine svedesi della morte paiono il paradiso, ma che al contempo ti valorizza, ti ammira, ti dice che sei unico e che senza di Lei saresti ugualmente un grande, mentre Lei senza di te sarebbe persa.
Il punto è che non vuoi stare senza di Lei perché, in fondo in fondo, sai benissimo che è una gran trota bugiarda: senza di Lei non saresti per niente grande e, soprattutto, tu non sei unico manco per ‘sta cippa.
Sei uno dei suoi tanti amanti, e dice a tutti le stesse cose, soggiogandoli al suo volere, unica Regina circondata da paggi a cui è stata messa davanti agli occhi l’illusione di essere Re.

Magari ti capita di incontrare un altro sofferente, e no, non capisci ugualmente l’inganno: perché anche lui la ama, e forse a modo suo anche Lei ama lui, ma in modo diverso, non sarà mai un amore profondo e sincero come il tuo.
Diventa quasi una gara all’unicità, una sfida a chi soffre di più per distinguersi dalla massa.
Ci si perde, in questi labirinti mentali.
Il guaio è che, alla fine, non ci si distingue: si appare solo più sfigati, più reietti, più inadatti alla vita.
Tu sei unico, proprio come tutti gli altri.
E se tutti gli altri cercano l’unicità, l’anormalità nella Sofferenza, sta’ a vedere che sarà diventata un luogo di ritrovo per esibizionisti ed alternativi, e che l’aria buona si respira solo al di fuori di essa.
Che nella frenetica corsa per essere diversi, l’unicità spetta ai pochi che non corrono, e si tengono in disparte.

Così finiscono le grandi storie di Morte e d’Amore: hai smesso di chiamarla.
Hai smesso di cercarla e di cedere alle sue lusinghe.
C’è che ogni tanto ti si ripresenta a sorpresa, una sera come tante, con la nebbia che cala lentamente su questa città maledetta, oscurando le strade, avvolgendo i lampioni, celando ciò che è bene resti per sempre celato; c’è che ogni tanto rientri in camera, lanci giacca e chiavi un po’ dove ti capita (il grande piacere dell’avere uno svuotatasche ed un attaccapanni consiste in gran parte nell’ignorarli), sbottoni la camicia, ti giri e Lei è lì, distesa sul tuo letto, a guardarti con quei suoi occhi languidi e con le labbra già dischiuse in una dolce promessa.
A volte riesci ad ignorarla, altre volte riesci a cacciarla solo a bicchierate di whisky, suonando qualcosa di sufficientemente malinconico da far impiccare anche un Teletubbies o scrivendo idiozie su questo blog dimenticato da dio.
E’ così che si tira avanti, altro non serve, nelle giornate in cui i be’va’be’ ti salgono in gola con eccessiva scioltezza.

Si pensi che questo post doveva essere appunto una spiegazione del significato intrinseco, filologico e filosofico del be’ve’be’, ma ovviamente appena inizi a scrivere la mente se ne va per i fatti suoi, e le dita sui tasti non possono che seguirla a ruota.
Lo scriviamo la prossima volta, dite?
Eh, ci si prova.
C’è anche una new (cioè, era new una settimana fa, quando l’hai scoperta e non hai comunque avuto voglia di scriverne) che attende in cantiere un post ad uopo su un disadattato genio tabagista in impermeabile, ma non vi si è detto niente.

Colombo

Ancora un’altra domanda, doc…

No, non si parla di lei, Tenente. ‘spiace.

La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità.

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The times they are a-changin’, canticchiava Bob Dylan nel secolo scorso.
Il ché vuol dire panta rei, tutto scorre e ciao.
Arrivederci, a presto, non dimenticare lo scontrino.
E quando lo riguardi, lo scontrino, magari a casa, dopo aver tolto le scarpe ed appeso la giacca, vedi solo un elenco di cose che sono sicuramente entrate nella tua vita, ma che già cominci a dimenticare.
Eppure il loro prezzo è in evidenza, e l’hai pagato.
Fino all’ultimo centesimo.
Vedi persone che si portano sulle spalle il peso della loro esperienza, e la maturità forse non vuol dire altro, più scontrini hai nel portafogli più sei considerato maturo.
Ma chi la vuole questa responsabilità, questa illusione?
Socialmente utile, eh, per carità… ma guardatela un attimo, la società che cercate di accattivarvi, porca miseria.
Dov’è la civiltà? Dov’è la grandezza a cui aspirare, l’ideale?
Da bambino regnavi su sterminati imperi, eri il più grande, il migliore, quel tuo tesoro rappresentato da cianfrusaglie e giocattoli ti rendeva legittimamente il più temibile pirata, niente cazzi.
I grandi restavano a guardare, magari dietro gli sbuffi di fumo di una pipa o un giornale sgualcito.
Guardavano e sorridevano di quella immaturità e leggevi dietro il loro sguardo quasi l’impazienza, la muta domanda: quand’è che abbandonerai queste stronzate, figliolo? Quando ti dedicherai alle cose serie?
E poi via, in ufficio, con il tettuccio della Mercedes rigorosamente abbassato – che la vedano bene tutti questo schianto di automobile – e l’orlo della manica della giacca leggermente sopra il polso, sicché la lucentezza del Rolex abbagli per bene tutti.
Oh, sono passi avanti, eh.
Se la tua massima soddisfazione nella vita è avere il biglietto da visita più costoso e sbrilluccicoso di quello del tuo collega, è ovvio che prima o poi sbarelli e accoppi gente ad accettate. Garantito.

Siamo tutti un po’ Patrick Bateman, non neghiamolo. Fortuna che le persone si accettano così come sono.

Vai per le strade e vedi.
Che i cari Irregolari di Baker Street ti seguano in questo tour dell’umanità, se vogliono.
Vedi l’ipocrisia che si trascina sui marciapiedi, l’arrivismo che non disprezza i più subdoli espedienti, l’oggi e l’attimo fuggente sacrificati senza pietà in vista di un futuro incerto.
Vedi il ragazzo segretamente innamorato della fanciulla alla fermata dell’autobus, di cui non conosce nemmeno il nome e mai lo conoscerà; resterà muto a consumare l’ipotesi di un amore, e già lo immagini, tra trent’anni, immobilizzato dietro la sua scrivania in un ufficio polveroso con le luci al neon a pensare alla futilità e sdrucciolevolezza di quel sentimento giovanile, con una punta innegabile di rimpianto.
Vedi quindicenni che si prostituiscono per regali costosi, e già le immagini in Parlamento accolte sotto l’ala protettrice di qualche anziano e ricco signore, mentre ragazzi frustrati restano nascostamente amareggiati perché consapevoli di non averle possedute per davvero.
Vedi cicche di sigarette ammucchiate contro i marciapiedi, cieli grigi di piombo e smog, sorrisi falsi e sguardi eloquenti di parole che non trovano la strada del laringeo ricorrente.
Vedi infine i tuoi accompagnatori, il manipolo di Irregolari che ti ha seguito, darti ragione ed abbassare lo sguardo, far segno di diniego e rassegnazione con la testa, magari sintomi di indignazione, senti serpeggiare frasi tipo “dove siamo andati a finire?”, “povero mondo” o “sono cose che non sono cose”.
Forse sono loro che ti feriscono di più.
Perché è facile citare Rorschach, condannare e profetizzare

le fogne si estendono nelle strade e sono piene di sangue e quando un giorno traboccheranno, i parassiti affogheranno tutti. La lordura accumulata per tutto il sesso e i delitti salirà schiumando fino alla loro cintola e tutte le puttane e i politici leveranno lo sguardo gridando “salvaci!”… e io dall’alto gli sussurrerò: “no”.

se poi nessuno si mette una cazzo di maschera ed inizia a prendere tutti a cinquine e a scalciare cooli.
C’è da organizzarsi, ragazzi, dai, non facciamo la fine dei Grillini, che sembrava dovessero tirar giù il mondo poi, poveretti, non sapevano neanche come girare la chiave nella serratura di Palazzo Montecitorio.
Che fare il pirata fa figo, ti da l’aria da misantropo tormentato che Capitan Harlock, scansati, fai il piacere, ma non è così che risolvi le cose; non è così che prendi in mano le redini della tua vita.
Così resti comunque sballottato dai flutti, con la differenza che in faccia hai un’espressione imperturbabile e scostante tanto chic quanto inutile.

Potevano scegliere. Tutti. Potevano seguire le orme di brave persone, uomini decorosi che credevano nel lavoro e in una giusta paga. Invece hanno seguito lo sterco di pervertiti e mafiosi, e solo troppo tardi si sono accorti che quella strada conduceva a un precipizio. Non ditemi che non avevano scelta. Ora il mondo intero è sul bordo del baratro. Tutti i progressisti e gli intellettuali e i sapientoni… tutt’a un tratto non sanno più cosa dire.

Tu adoperi il tuo solito metodo: il metodo autolesionista per eccellenza, quello che fa più male, perché a far le cose in modo lineare ti annoi, quindi neanche a parlarne.
Devi conoscere il tuo avversario per poterlo battere; devi scendere allo stadio più profondo del dolore per poter risalire; devi compiere l’Opera al Nero o Nigredo per poter approdare all’Albedo.
Così, devi immergerti nella fanghiglia sociale per poterla cambiare.
È già stato detto, ma va ripetuto: non serve un eroe per sconfiggere un bastardo; basta solo qualcuno che sia ancora più bastardo di lui.
La sola idea di essere condannato a seguire uno schema prestabilito mi atterrisce, diceva l’oramai ospite onorario del 221B di Baker Street Raymond Chandler.
E tu, tu che adori rompere gli schemi, seguire l’imprevisto, deludere le aspettative con comportamenti che sembrerebbero estranei alla tua personalità, trovi che l’unico modo realmente utile per essere un outsider sia non esserlo. Trovi che le maschere di Guy Fawkes, se restano un simbolo senza tramutarsi in azione, siano ipocrite oltre che inutili.

Continua per ora il tuo ritiro spirituale, ed è anche per questo che hai scritto il qui presente post.
Per una comunicazione di servizio.
Se non rispondi, se non ci sei mai, se sembri tipo morto, è perché… beh, sei morto.
Metaforicamente parlando.
Sentivi bisogno di tagliare ponti in maniera abbastanza radicale, sviluppando il minor quantitativo possibile di rapporti sociali.
Troppi sentimenti ti inchiodano al passato, e non devono interferire con il tuo progetto, sei desideroso di consolidare l’integrità dell’oggettività mentale che hai ritrovato.
Sei in una fase della tua vita in cui i ricordi sono un’arma a doppio taglio.
Da una parte, ti uccidono: rievocano momenti cari ed inesorabilmente perduti, e non riesci a cacciare il rimpianto. Anzi, non lo vuoi cacciare, ti ci crogioli, non sia mai che tu possa riprecipitare nell’ignava banalità da cui provieni (ed invece già ne senti il fiato sul collo, di una routine priva di vita e inevitabilmente noiosa, e già dunque senti un irrefrenabile bisogno di andare a cercar guai).
D’altra parte, ti fanno andare avanti: sono i famosi “scontrini” di cui si parlava ad inizio post, ed il tuo portafogli sta cominciando ad essere bello gonfio.

Dentro il mio cuore di muro e metallo, dentro la mia cassaforte
Dentro la mia collezione d’amori con le gambe corte.
E su ognuno c’è un numero, sopra ognuno una croce, ma va bene lo stesso
Ma va bene così.

Hai bisogno di rinascere, di cambiare.
Di cambiare praticamente tutto.
Per rinascere, devi prima morire, come una fenice, o un pipistrello che emerge dalle tenebre.
Il Thogal è un antico rituale che affonda le sue radici forse nel Giappone imperiale, forse nei culti vedici, forse nella leggenda di Siddharta.
Forse se l’è inventato Grant Morrison per Batman R.I.P., vallo a sapere.
È una simulazione di morte: ci si isola dalla società per sette settimane di intensa meditazione, al termine delle quali si riemerge dalla grotta come uomo nuovo.
Circa così.
O forse non c’hai voglia di parlar con la gente, vabbè, stessa cosa.
Ma vi si ama tutti lo stesso, eh, sappiatelo.
Non è che non rispondi perché sì.
Ah, e a tal proposito, alcuni curiosi tra voi si chiederanno la tua posizione nei confronti di una certa festa di laurea.
La tua risposta è ovviamente no.
Partecipare a quell’evento è proprio la cosa più sbagliata che tu possa fare in questo frangente.
Niente “ma”, “se” o “però” (e neanche i “maccome” e i “maddai” ti vanno a genio) tanto ormai lo sanno anche i muri che sei uno stronzo egoista, è inutile ripeterlo.
Però se si fa un regalo, bello, ci stai, cacciate il soldo che quando esco dalla grotta lo restituisco con gli interessi.

Farewell, my lovely

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Sì, la fotografia della tua anima è un misto tra Gotham City e Basin City. Ganzo, nevvero?

Serata piovosa.
Una nebbia insistente si diffonde dalle strade semi deserte, popolate solo da tossicomani rintanati in sudici vicoli, alcolizzati con le loro preziose bottiglie vuote in fila ordinata davanti ai loro occhi vitrei e signorine da cinquanta dollari l’ora.
I lampioni diffondono il loro giallognolo bagliore sulle pozze di acqua fetida agli angoli dei marciapiedi, dove le fogne sono troppo colme per rigurgitarla, per lasciarla scorrere nelle viscere della terra, per dimenticarla.
Di lontano, si ode l’eco di una sirena della polizia: troppo distante, troppo remota, certo mai nel posto in cui dovrebbe trovarsi.
Un uomo, in impermeabile, con lucide scarpe Oxford che spuntano al di sotto, un cappello calato pesantemente sul capo ed un sigaro quasi spento in bocca, passeggia adagio con il capo chino, con le mani sprofondate nelle tasche piene di troppe cose, ricordi di una vita di cui non si vuole o non ha il coraggio di liberarsi. Ogni tanto si guarda attorno, fissa le luminarie, le insegne, le persone.
Non capisci se sul suo volto siano dipinte ironia, rassegnazione, disprezzo o disgusto.
Forse tutto insieme.
Questo è lo scenario della tua anima.
L’Humphrey Bogart della situazione, ovviamente, sei tu.
Che la realtà sia un po’ più deprimente non hai certo bisogno di dirlo.
Ma non più deprimente nel senso di “più brutta”, questo no: semplicemente, meno romantica, più fredda e prosaica, in sostanza banale e noiosa.
C’è davvero, la nebbia.
E se qualcosa di bello ti offre, questa foschia (se ne parlava in uno dei tuoi primi post), è l’incertezza di ciò che dietro essa si nasconde e, con questa, la possibilità di immaginare sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Ma non placano il resto, non lo cancellano.
Manco per ‘sta cippa, proprio.

Lo hai detto spesso, citando Chandler: dirsi addio è un po’ come morire.
E la melanconia che segue queste parole ti accompagnava, ti dava un’ottima scusa per bere e fare lo stronzo tormentato, che quando ti incontrava dottor House ti diceva ma sorridi, Cristo santo, fatti una vita. Ed Edward Cullen muto, che a lui con questa storia che sbrilluccica al sole tormentato davvero non lo sembra mai, spiace per le bimbeminkia in calore.
Marlowe, quello sì che era un poveraccio come si deve, sempre assillato dai suoi fantasmi, primo della sua classe alla scuola dei duri, dove ti insegnano la nobile arte del “bassismo carismatico” (Dr. Manhattan docet).
Dicevi, quella melanconia alla fine ti piaceva, ti ci crogiolavi.
Soffrivi, è vero, ma non fa poi così schifo il dolore se lo paragoni alla noia.
Quella sì, è una brutta bestia.
Non volevi essere salvato, in sostanza, perché quello che avresti potuto trovare fuori da quel baratro sarebbe potuto essere molto peggio. Non avevi mai creduto, dirai, che quell’addio fosse vero.

La tristezza dipinta negli occhi, proprio. O il principio di un abbiocco, uno dei due.

Invece lo era, porca cicca.
Lo era e tu sei rimasto lì come un pistola, con le tue massime filosofiche da quattro soldi caricate a salve giusto per mettere a tacere chi ti diceva che non potevi andare avanti così, è solo una donna, per la miseria.
Ma qui è il guaio: non era solo una donna, non lo è mai stata, per te.
Era qualcosina in più, era quel tassello che separa la banalità di una vita ordinaria dalla magnificenza di una vita maestosa.
Era un ideale, qualcosa da inseguire per avere un punto di riferimento, e per non essere sballottati dai flutti di una vita capricciosa.
Ma proprio perché capricciosa per definizione, non aspetta i tuoi comodi.
Scorre, scorre come pioggia sulle strade, e lascia i tuoi ricordi e le tue speranze come cartoni fradici agli angoli dei marciapiedi, troppo immensi e pesanti per essere fagocitati dalle fogne.
Per essere sepolti.
Per essere dimenticati, macinati, resi neutri, terreno fertile su cui edificare nuove esperienze.
Ma ormai quello è il passato, desiderio futile e vano di ingigantire un sentimento per potervicisi aggrappare, per uscire dal pozzo di vacuità in cui eri precipitato.
Ed il giorno giusto era quello. Ma tu ovviamente troppo stupido, troppo concentrato su te stesso per rendertene conto.
Per accorgerti che non ritorna mai più niente, che il tempo che hai lasciato alle spalle resterà dietro di te e non hai il diritto ad una seconda occasione.
Era bello pensare che ti avrebbe aspettato, che avresti avuto modo di allenarti, di cambiare e di tornare pronto.
Queste cose non te le dicono, nei film.
Bane era lì ad aspettare Wayne, Apollo ha aspettato Rocky, Anakin mica ha levato le tende mentre Luke puliva la fogna di Yoda con la Forza.
Sai l’incazzatura di Daniel San se dopo tutto quel dailacera-toglilacera gli saltava il torneo? Se il suo avversario non si fosse presentato?
E per questo la vita scade nella banalità: manca di trama, non ha quell’incastro perfetto che te la fa rimirare con meraviglia.
È come un puzzle con i pezzi speculari e mai complementari, e tu stai lì a scervellarti senza mai veramente capire un cazzo, ed ogni tanto ti chiedi se valga la pena di continuare a giocare.
Ma non sei il tipo che lascia le partite a metà.
Piuttosto ti fai polverizzare il culo a pedate, ma non dai mai all’avversario la soddisfazione di averti fatto arrendere: che se la sudi la sua vittoria.
Hai scelto un mestiere che ti chiede per contratto di essere un loser, un perdente: che possibilità hai contro la Morte? Prolunghi la partita, ecco tutto, se riesci la rendi degna di essere giocata, ma di più non fai. E per questo dovresti lasciar perdere?

Ora sei tu, l’ubriacone con le bottiglie collezionate davanti.
Ma non sono bottiglie: sono amori, i tuoi innumerevoli amori dalle gambe corte, che forse nemmeno meritano l’appellativo di “amori”.
Esistono postumi da sbronza che non sono dovuti all’alcool.
Tu ce li hai per le donne.
Le donne ti fanno ammalare.
Ed allora, dicevi? Dicevi che quell’addio era definitivo.
Che a parole son buoni tutti con i massì, ci rivediamo, non cambia nulla e blablabla.
Ma ne hai sentiti troppi di “non cambia nulla” per non sapere che sono una cazzata pazzesca.
Cambia tutto, invece.
Cambia sempre tutto: solo le persone, non cambiano.
Magari mentono in modo diverso, si fanno più esperte, fantasiose o furbe, ma i motivi che le spingono all’ipocrisia non escono mai di moda.
E se quell’addio è definitivo, se è davvero uno struggente lungo addio e farewell my lovely, be’, allora tutto perde un po’ di senso: il tuo allenamento, il tuo ritiro volontario dalla società, questo stesso blog.
Capisci solo ora quanto può essere doloroso un allontanamento del genere, lento, inesorabile.
Non traumatico, uno stillicidio cronico, e di anemia ipocronica sideropenica si muore, eh.
Come togliere un cerotto – di quelli che non van più via, avete presente? Quelli che paiono rivestiti di attack e ci lasci sempre attaccato un pezzo più o meno grande di te – ma non velocemente e ciao.
Piano. Lentamente.
Assapora ogni centimetro della tua cute, quel cerotto maledetto.

Edward Hopper, I Nottambuli

E a te che cosa resta da fare? La tempra di un uomo si misura da come affronta le avversità del percorso, non certo dal percorso in sé.
Che cosa ti lascia questo addio, dottore? Questo ritorno mancato, questo vuoto in fondo allo stomaco, che eredità porta?
Un bel niente, ecco cosa.
Il vuoto resta vuoto, una tristezza di fondo indefinibile che ti segue come un cagnolino, un dolore inespresso e che non merita di vedere la luce, perché troppo sciocco, troppo vacuo, che ci son passati tutti, porca pupazza, non c’è da farci tutto ‘sto casino.
Ed invece sì, ed anche di più se sarai in grado, perché la vita è tua e la vuoi rendere grandiosa, anche nella sofferenza, che è forse tutto ciò che ti resta da coltivare.
Ti lascia sulla punta della lingua il sapore del caffè del primo pomeriggio, di parole sospese a mezz’aria in quella stanza che alla fine è anche un po’ sua, che ti incazzavi come una bestia
quando qualcun altro profanava il suo posto; ti lascia un gioco di sguardi, qualche serata trascorsa con lei a chiacchierare del più o del meno, prima che tu definissi i tuoi sentimenti, prima che le cose fossero complicate; ti lascia inviti che forse hai frainteso, confidenze che forse non meritavi; ti lascia tempo per cui non sei stato grato (che cosa c’è di più prezioso, in fondo? Di una persona che ti dedica tempo, dici. Quello non torna mai, e quella fetta del suo tempo sarà tua per sempre) e che ora rimpiangi, perché non dovevi darlo per scontato;
ti lascia il ricordo di sorrisi, di meravigliosi sorrisi e di cristalline risate spese come se non ci fosse un domani, ed infatti un domani non c’era, ma vallo a sapere, allora.

Quante volte l’hai congedata con quel vago “ci vediamo domani”?
Calda certezza di un futuro incerto: ci vediamo domani.
C’è tutta la malinconia del mondo in queste parole, l’errore più grande dell’uomo è racchiuso nella muta speranza che questa affermazione sigilla: ci vediamo domani.
Quale domani? Chi ci ha promesso che ci sarebbe stato di meglio di quel momento già perfetto?
Ma si sa, non è mai abbastanza.
Si deve cercare, scavare, approfondire.
E a che cosa porta, questo? Che cosa ti lascia?
Ti lascia solo quella meravigliosa ed inutile collezione di bottiglie vuote, anzi, colme di rimpianto, neanche buono da bere.
Che come scusa per la tua adorata melanconia non è comunque niente male.

Fotogramma di Casablanca. Quindi quello non è Marlowe, lo sai. Però oh, anche voi, sempre a guardare il pelo.

Un Giro di Vite per il Nuovo Anno, un po’ come Bruce Wayne con la barba.

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Buon fine anno e felice anno nuovo, manica di debosc cari Irregolari di Baker Street. Al duemilacredici mancano ancora ventordici anni, tranquilli.

In questi giorni gelidi – ommioddio quanto fa freddo – ti senti un po’ Bruce Wayne.
Non ci hai il maggiordomo, la villa, le auto, i fantastrilioni o gli addominali a tartaruga, ok, però state guardando il pelo.
E proprio il pelo dovete guardare: è quello che ti fa sentire Wayne.
Quello e quei tanto sani quanto fastidiosi conflitti interiori che la solitudine inevitabilmente comporta.
Avete presente i periodi più bui di Bruce, nella trilogia di Nolan?
Tipo quando raggiunge Ra’s al Ghul, oppure nel suo periodo di letargo durato otto anni dopo la morte di Harvey “Belghigno” Dent, o dopo l’amichevole con Bane.
Ecco, in quelle circostanze, il nostro caro Bruce abbandona l’azione per darsi all’introspezione: che, lo sappiamo, i suoi momenti di riflessione non sono mai un autocommiserarsi, quanto piuttosto un guardare al futuro con rinnovata speranza, conscio dei suoi errori.
E quando pensa, a Bruce Wayne cresce la barba: lo capisci ad occhio che è in un suo momento no, che è preoccupato, basta vedere quanto è accurata la rasatura.

Uh, chissà se ho chiuso il gas…

La tua situazione non è dissimile: sei nel cuore delle festività, lontano dalla tua città, distante dalla tua vita.
Sei in attesa.
Guardi fuori dalla finestra, la sera, con la fronte appoggiata sul vetro, una mano in tasca e l’altra a reggere il bicchiere. Vedi la calma piatta della vita che scorre con ritmi lenti, la nebbia che ondeggia giallastra al livello dei lampioni, le luminarie di Natale che già appaiono desuete e stantie.
Pensi alla vita in città, alla frenesia, all’attività; ricordi le relazioni sociali, gli scontri, i dolori, le vittorie racimolate lungo la strada.
Se l’azione ti manca, sai di non poter tornare. Non ancora.
Aspetti.
Sei un po’ Wayne, un po’ Rocky, un po’ il Gatsby mai raccontato, nell’ellissi narrativa tra la guerra e le grandi feste, tra l’amore per Daisy e la sua ricerca.
Sei Luke Skywalker in allenamento presso Yoda, sei Daniel San che pratica karate sulla spiaggia, con il tramonto e la melodia sdolcinata in sottofondo.
Ti prepari alla battaglia.
La tua barba cresce, vivi in una continua attesa del domani, congelando l’oggi, immolandolo al futuro.
Ti dedichi alle tue letture, ai tuoi studi, ai tuoi progetti.
Ogni tanto, quando il peso di questo tuo isolamento volontario sembra farsi eccessivo, scrivi, e cerchi di visualizzare l’obiettivo. Il sogno.
Allora, intanto, sogni.
Ed attendi.
Non sei mai triste, non sei mai felice.
Alle volte, e solo alle volte, sei annoiato: guardi fuori e ti accorgi di quanta noia scorra per le strade, quanta banalità.
Non c’è nulla che ti interessi, là fuori.
Come al solito, è dentro. È tutto dentro: la rabbia, la creta da plasmare, gli elementi ed i tasselli per costruire il tuo nuovo ingresso nella società.
È una preparazione lenta e meticolosa, un lavoro di cesello che ti assorbe completamente.
Ti sei eletto a supremo demiurgo della tua vita: la vivrai, domani, ma per ora devi prepararla.
Che cosa è rimasto del sentimento che ti animava il mese scorso?
Un po’ di rimpianto, una cicatrice.
La delusione per aver considerato grande qualcosa che in realtà non lo era (o che lo è, invece, ed al di là di ogni tua aspettativa, come un tassello di un puzzle troppo immenso perché tu possa subito intuirne l’esatta collocazione. O forse l’hai intuita e preferisci tacerla?).
Non provi alcun rimorso per quanto hai fatto, e se tornassi indietro non ti sottrarresti nemmeno ad una delle battaglie che hai affrontato; ti dispiace molto di più, invece, per le battaglie che hai evitato, per le parole non dette, per i messaggi bellissimi mai inviati.
Questo, dunque, ti rimane: un po’ di amarezza, come al solito. Ed un giro di vite.

The Turn of the Screw può voler dire tante cose.
Di sicuro, rappresenta un giro di vite nel tuo percorso, e nella tua determinazione per raggiungere certi obiettivi: un incentivo, insomma, una motivazione (e solo tu sai quanto hai bisogno di motivazioni che ti sottraggano al vortice ozioso della noia, che ti diano una scossa di vita).
In secondo luogo, rappresenta il lato ossessivo della faccenda: come la vite penetra nel legno ed ogni suo giro corrisponde ad una maggiore profondità, così puoi forse considerare questa tua esperienza.
Un chiodo fisso. Un’ossessione.
Sfumata, forse, ormai relegata al passato.
Ma la cicatrice c’è: riusciresti ad indicare con precisione nella tua mappa mentale il punto in cui il chiodo è stato piantato.
Si parlava di letture, di studi a cui ti stai dedicando: Il Giro di Vite, di Henry James, è una delle tue conquiste più recenti.
È una storia (romanzo? racconto?) che ti ha decisamente sbalordito (un po’ come l’allarme antincendio che scatta nel cuore della notte perché qualche scienziato sta fumando un sigaro in camera o si sta asciugando i capelli con un raggio laser), e per cui provi sentimenti contrastanti, che molto spesso derivano dal periodo in cui l’hai letta e dal preciso significato che le attribuivi, motivazioni dunque distanti dalla natura del testo in sé. Essere oggettivi, dunque, ti riesce difficile, e per quanto avresti voglia di recensirlo, il tuo buon senso ti suggerisce di rimandare il lieto evento ad una seconda lettura un po’ più distaccata.
Ma due parole ce le spendi lo stesso, perché il blog è tuo e te lo gestisci tu.
Perché c’è chi può e chi non può e tu, modestamente, può.

Miles e Flora, in tutto il loro radioso splendore di bimbi allegri e vivaci.

Ti disse una volta un’amica che, a voler sintetizzare, Il Giro di Vite è una storia di fantasmi.
Punto.
Anzi, puntini di sospensione.
Perché “fantasmi” può voler dire tutto e nulla: sono fantasmi le ectoplasmatiche apparizioni di spiriti defunti che devono risolvere questioni in sospeso sul nostro piano (e, in questo caso, Who you gonna call?), ma lo sono anche gli eventi del passato che si riaffacciano sulla soglia della tua mente, tormentandoti di nuovo.
I fantasmi sono spaventosi, in qualsiasi accezione li si consideri.
Sono invadenti, fastidiosi, rappresentano un’alterazione dello status quo, una patologia che varia la condizione fisiologica dell’organismo.
I fantasmi di James assecondano entrambe le definizioni.
Paiono apparizioni sovrannaturali, intangibili e misteriose, ma assumono anche i connotati di paranoie, di psicosi, di allucinazioni.
Perché sia credibile questa ambivalenza, il lavoro di introspezione a cui i personaggi sono sottoposti deve necessariamente essere profondo.
I protagonisti, infatti, sono pochi: la giovane istitutrice ventenne che racconta tramite un manoscritto la storia, la governante Grose, campagnola credulona e di scarsa cultura, ed i due bambini affidati alle cure della ragazza, Miles di dieci anni e Flora di otto.
Il romanzo in un centinaio di pagine traccia un profilo psicologico estremamente accurato dell’istitutrice: suo è il manoscritto, e la vicenda è conseguentemente filtrata dalla sua personale visione degli eventi. Il lettore vede la scena con gli occhi della ragazza, né gli è dato sapere di più, in quanto un punto di vista onnisciente è abolito.
James stesso sembra comparire brevemente nel romanzo, con la sua dichiarazione d’intenti: il proprietario della tenuta a Bly ed unico parente dei due bambini, affida alla protagonista il compito di badare all’istruzione dei pargoli, raccomandandosi – qualunque cosa succeda – di non essere disturbato.
È come se James desse le redini del racconto da lui stesso ideato nelle mani di un personaggio che, necessariamente, non è a conoscenza di tutti i retroscena della vicenda. Quando una visione d’insieme più ampia sarebbe gradita per far luce su alcuni fatti dalla dubbia interpretazione, James resta in disparte: non vuole “essere disturbato”, che la storia si sviluppi e che i personaggi ne subiscano le conseguenze. Che gli avvenimenti siano veri o meno, non ci è dato sapere.
Tutti mentono. E poiché tutti mentono, la narratrice stessa potrebbe mentire, così come i pargoli potrebbero aver mentito a lei, e chissà che due menzogne non diano come risultato una mezza verità.
Si procede, pagina dopo pagina, a sprofondare nell’abisso: che l’abisso sia reale, tangibile o unicamente relegato nei limiti di una fragile e suscettibile mente sconvolta dagli eventi e dal peso della responsabilità, è impossibile a dirsi.
Così come è impossibile dire se sia o meno reale la tragica conclusione, se sia la conseguenza di un pericolo effettivo o l’inevitabile smarrimento di un’anima nel labirinto della mente.
Insomma, Irregolari di Baker Street, leggetevelo: sono cento pagine che scorrono con estrema tranquillità, e scommetti che, giunti alla fine, avrete il desiderio irrefrenabile di ricominciare la lettura a caccia di sfumature (anche una sola parola, se posta in visione soggettiva, può fare la differenza tra quello che accade e quello che sembra accadere) che prima vi erano sfuggite.

Ad ogni modo, in ogni circostanza, loro avrebbero saputo cosa fare. Ghostbusters! Ta-ta ta-ta tatatarata ta-ta ta-ta tatatarata!

Ora occhio che sta per emergere il lato spoilerone della tua gioviale personalità, per cui se qualcuno non ha ancora letto il racconto ed è interessato a farlo, abbandoni queste sponde: ti dicono dalla regia che sul blog di Grillo ci sia da ridere, in questi giorni.
Tutti gli altri, invece, si sorbiscano con gioia queste riflessioni a caldo.
Come hai detto, il narratore è inaffidabile. Non l’hai detto? Ecco, appunto: visto?
Comunque, il narratore, la ventenne istitutrice con le crisi isteriche che chissà come sarà a cinquant’anni, poverello il marito, è inaffidabile.
La narrazione procede così: la vigilia di Natale, un branco di debosciati si incontra davanti al caminetto per raccontarsi storie di tremare.
Una signora racconta che un signore – un certo Douglas – racconta che una signora ha scritto la storia che ella ha vissuto quando era ventenne che al mercato mio padre comprò, una storia di fantasmi e di cininni, appunto.
Tipo lo scaricabarile più grande del mondo.
Alla fine, il racconto è filtrato da tre (e dici tre) persone diverse: la vera versione dei fatti è interpretata dall’istitutrice, l’interpretazione è raccontata da Douglas ad una manica di manigoldi, tra i quali vi è la signora che, infine, la riferisce a noi lettori.
Già questo un dubbio sull’attendibilità del racconto lo dovrebbe suscitare.
Che già te, quando tua madre ti chiedeva di domandare a tua nonna del sale, alla fine le prendevi sempre, perché il sale era l’unica cosa che non arrivava.
Avete mai fatto quel giuoco del telefono senza fili, da bambocci? Che un tipo dice una parola nell’orecchio al vicino, questo lo ripete al suo vicino, e così via, fino alla fine, e l’ultimo urla la parola che ha ricevuto: ci si ribaltava dalle risate, allora, quando si iniziava tipo con “imbuto” e si finiva con “australopiteco”.
Vabbè, noi si faceva i coglioni e gli errori li si introduceva apposta, che sennò sai che pizza, ma il principio è lo stesso: più una storia passa di bocca in bocca, più risulterà inevitabilmente diversa dalla versione originale.
Proprio su questo gioca, il caro James: fin dalle prime pagine, con questo espediente, avvisa il lettore del fatto che nulla di quanto leggerà può essere considerato oggettivo.
Magari le menzogne sono dette nella massima buonafede, ma ciò nondimeno mascherano la realtà, la plasmano, la rendono più umana.
Se la letteratura è una scienza del linguaggio, qui James gioca con il suo strumento, lo spinge ai massimi estremi consentiti, va in cerca del punto di rottura.
Punto di rottura che c’è, inevitabilmente, per alcuni prima, per altri dopo: il punto di rottura si ha quando il lettore, che affronta la narrazione fidandosi in principio dell’istitutrice – donna all’apparenza coscienziosa ed equilibrata – inizia a mettere in discussione le sue parole.
E se le sue parole sono messe in discussione, allora tutto è messo in discussione, perché James non offre altri appigli, altri punti di vista.
Se vuoi, la storia è questa, ma chi te la racconta potrebbe saperne quanto te. Potrebbe avere interesse a proteggersi, a mentire, o semplicemente non essere abbastanza lucida per narrare le cose come veramente sono andate.
Ma forse sì.
Ti fidi?
C’è una teoria, un’interpretazione della vicenda che ti affascina alquanto.
Sembra svelare l’enigma, far pendere finalmente la storia verso uno dei due versanti tra cui oscilla costantemente, quello del fatto reale e quello della suggestione dell’istitutrice.
La ragazza ha vent’anni, quando arriva a Bly, e Miles – che alla fine del racconto muore, secondo le parole della donna – ne avrebbe dieci.
Douglas, colui che racconta la storia, dice che il manoscritto appartiene ad una donna più vecchia di lui di dieci anni e che si prendeva cura, al tempo, della sua sorellina minore.
Quale famiglia affiderebbe le cure di una ragazza ad un’istitutrice che, al suo primo impiego, ha assistito al crollo nervoso di una bambina ed alla morte del fratello?
Forse che il fratello non sia realmente morto? Che Douglas e Miles siano la stessa persona e che la sua morte sia stata solo un’esagerazione di una donna sull’orlo di una crisi di nervi?
Nel qual caso, avremmo una soluzione: nasce tutto dalla fantasia dell’istitutrice, gravata dal peso della responsabilità e dall’ingenuità della sua giovinezza.
È una possibilità come un’altra, un lieto fine, se vogliamo, che però rende tutta la vicenda ancora più inquietante, in quanto parto integrale di una mente malata; mente che, per giunta, ci ha accompagnato per mano all’interno della storia, senza che noi sospettassimo di nulla. Se non è questo un giro di vite all’orrore della situazione…

Adesso però basta, che se dici di rimandare la recensione poi non lo fai la gente ti prende per poco serio e si stabilisce sul blog di Grillo.
Sei serissimo, invece: questa era una recensione in stato embrionale, e forse ne farai una più approfondita. Forse. Ma non contateci troppo.
Intanto ormai siamo nell’anno nuovo, quindi auguri, fate a modo.
Tu ti vai a preparare, che saresti invitato ad una festa, hai voglia di andarci pari a zero e ti senti, si diceva, un po’ troppo Bruce Wayne con la barba per partecipare a feste così a caso.
Tanto finisce che ingolli whiskey solo soletto in un angolino lamentandoti col barista di quanto sia ingiusta la vita. Garantito.
Ma no, dai.
Stasera no.
Diamo tutti un giro di vite a quest’anno, d’accordo?

Un brindisi agli Amici Assenti.

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Sono ancora in piedi mentre spunta l’alba, anche se ho il cuore pieno di dolore. Dovrei fare un brindisi agli Amici Assenti, invece che a questi comici. (Elvis Costello)

E giù a scrivere, che sembra tu non sappia fare altro, ed allora fallo finché hai idee per quanto confuse in testa.
Ma se anche quelle idee sdrucciolano via, scivolano inevitabilmente nel turbinio e nei flutti della vita, che cosa ti rimane?
Il ricordo, forse? La speranza?
Cazzate per romantici.
Ti rimane l’amaro in bocca, ecco cosa, la vaga sensazione di essere preso per il coolo da un’esistenza che ti tampona, ti sfascia la macchina e poi fugge sgommando, che di constatazione amichevole neanche a parlarne.
Ti resta la voglia di incazzarti come si deve e di chiederti chi te lo fa fare, perché sai bene che a zoppicare oltre l’orlo di quel precipizio sul quale brancoli ci vorrebbe un attimo.
Ma sai benissimo che il tuo bastone non supererà quella soglia. Lo sai.
Perché sai che la vita è sofferenza, e negarlo non serve; perché sai che la speranza, i sogni e quanto di bello e rassicurante ti propinano le fiabe per bambini resta privilegio esclusivo della categoria a cui quelle storie sono rivolte, e trascinarsele dietro per lungo tempo non solo è controproducente, ma è anche ridicolo.

Rimane una sola cosa da fare: continuare a zoppicare, a soffrire per questa lunga corsia di ospedale, sapendo che non esiste altro al di fuori di questo; sapendo che quanto ti si presenta lucente e meraviglioso non è altro che dolore di nuovo mascherato, pronto a sorprenderti dietro l’angolo, se gliene dai l’opportunità.
Quindi ti alzi, ti massaggi la gamba ed avanzi. Vai.
Ma non stasera.
Stasera la dedichi al rimpianto, al rimorso, agli amici assenti.
Ed anche le idee risultano inutili se qualcuno, prima di te, le ha già messe per iscritto.
Perché storpiare qualcosa che già è perfetto?
Citiamolo, piuttosto.
E beviamoci su.

Ci dicemmo addio. Seguii con lo sguardo il tassì fino a quando non fu scomparso.
Salii la rampa di scale, entrai nella camera da letto e disfeci il letto completamente e lo rifeci.
V’era un lungo capello nero su uno dei cuscini.
V’era un grumo di piombo nel mio stomaco.
I francesi hanno un modo di dire per situazioni del genere.
Quei bastardi hanno un modo di dire per tutto, ed è sempre giusto.
Dirsi addio è un po’ come morire.

(da “Il Lungo Addio”, Raymond Chandler)

Disquisizione antropologica sui rapporti amorosi, ovvero “come una sfitinzia ti fa fondere la cotenna”.

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Goethe oggi regna sovrano

Stamattina, carissimi springsiani, un post didattico.
Sì, che di modi per parlare di quello che ti pare sviando amabilmente la discussione da qualsiasi pretesto di argomento ne conosci davvero un fottìo.
Quindi, post didattico, si diceva.
Come appiovrare una sfitinzia che ti fa fondere la cotenna, battere il pezzo, evitare di accumulare fiumi di cinquine ed andare Brooklyn.
Come primo punto, metteresti proprio: non utilizzare il linguaggio da paninaro fricchettone della precedente frase, ma tant’è, non sarebbe neppure lo sbaglio peggiore.
Il peggior errore è sempre lo stesso, da quando Anahil sonnecchiava nella sua umida caverna e Debinah passeggiava con incedere da smorfiosa, che alla riunione condominiale per scacciare quei porci di pterodattili la vedessero bene tutti: l’uomo in buona sostanza non sta ad ascoltare la donna. Ma mica per cattiveria, eh, sia mai: solo, si dimentica, poveretto, dinnanzi a tutto quel ben di Gnag.
E così finisce che Debinah – che per rendersi attraente ha addirittura fatto il bagno al lago, stamani – sebbene abbia esposto teorie alquanto convincenti, che quelle schifo di clave a farle più appuntite ci vuole un attimo, non se l’è filata di striscio nessuno: la sua scollatura in quell’abito di pelle di montone, però, l’hanno ben chiara in mente tutti quanti.
E così si evolvono la metà delle interazioni sociali tra sessi opposti: l’orgogliosa proprietaria del corpo di Barr vuole dimostrare la sua indipendenza e la sua prerogativa di non essere solo un corpo senza cervello, mentre al proprietario del cromosoma Y del cervello gliene frega proprio una cippa lippa, e fingerà di ascoltarla con la bavetta alla bocca, immaginandola nuda.

Ma su questo punto tu non dovresti proprio avere problemi, che, a rischio di sembrare falso ed ipocrita, ammetti che dell’aspetto concupiscente della questione ti interessi abbastanza poco. Non l’hai scelta per il suo corpo – anzi, non l’hai scelta è basta: ti si è parata dinnanzi, come una rivelazione, e tu non è che potessi fare molto altro che osservarla rapito, non più padrone delle tue azioni e dei tuoi pensieri.
Le affinità elettive tanto care a Goethe vanno proprio a farsi friggere quando un’ondata di ossitocina travolge il tuo cervello: ma l’ossitocina per essere un’endorfina lavora strano, eh. Che in teoria ti servirebbe ad essere in ammmore quanto basta per giungere alla riproduzione, aspetto del quale, come si è detto, ti importa relativamente.
In compenso, hai trovato forse un rimedio: un interessante articolo pubblicato su Science una decina d’anni fa e che ha trovato conferme sperimentali di recente, ad opera della ricercatrice Naomi Eisenberger, ti spiega che le aree cerebrali deputate al dolore fisico sono in parte sovrapposte a quelle del dolore emotivo; per cui – sostiene la ricercatrice – un semplice farmaco, come il paracetamolo (Tachipirina per i profani), che abbia lo scopo di inibire il dolore fisico avrebbe un significativo effetto anche sul dolore emotivo. Non lo sai, ma intanto ieri sera ti sei imbottito di Tachipirina, e, strano a dirsi, stai un po’ meglio: se non altro vedi le cose con più lucida chiarezza.

Non sarà proprio paracetamolo, quello che vedi lì, ma l’obiettivo è il medesimo.

Stai studiando una tecnica d’approccio, una frase ad effetto da buttare lì come per caso, al momento giusto e nel posto giusto, che le riveli ciò che provi e che finalmente ti liberi, anche se magari un po’ malridotto.
Escludendo l’approccio gallo “Cioè, tipa…a casa tua o a casa mia?”, hai in mente una serie di stratagemmi davvero niente male. Stratagemmi in cui il balbettare fissandole le tette non è assolutamente contemplato, sia chiaro.
Per chiudere in stile paninaro, ad ogni modo, se poi non quaglia la brodaglia, ti spari un paninazzo che ti smeriglia la gargarozza e vai Brooklyn.