Le Atroci Lusinghe di Madama S.

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Dellamorte Dellamore

Dal titolo sembra una cosa seria, dite? Poveri illusi.

A volte l’uomo è profondamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.
Altre volte anche no, che sì, insomma, grazie per l’offerta ma passo, magari un’altra volta.
E quando ti si presenta, la Sofferenza, ti tende la mano e ti chiede di accompagnarla a spasso per la tua vita, che cosa puoi fare?
Te la immagini così, come una ragazza di un’età indefinita tra i diciotto e i trent’anni, di quelle che incontri per caso alle fermate degli autobus assieme alle vecchine con ombrello e borsetta letale piena di oggetti contundenti da spatafasciarti contro alla bisogna che ti fanno Oh, giovanotto, passa di qui il sette? senza attendere la risposta, che intanto sono già partite per le loro speculazioni sulle mezze stagioni di una volta, sulle pizze quattro stagioni che una volta erano più buone, sui segni zodiacali che Ommioddio sei Sagittario, mi sa che quest’anno non mangi il panettone e chi le acchiappa più.
Tu resti lì, con il principio di un abbiocco che si fa strada attraverso il gusto di caffè sulla lingua ed il tepore delle coperte che porti ancora sulle spalle, ad annuire, ad aspettare quell’autobus, conscio del maledetto principio psicofisico in virtù del quale quando qualcuno ti parla di cose che non ti interessano il tempo si dilata e – in barba ad Einstein (il fisico, non il cane di Doc) – anche lo spazio si dilata, e può essere che tu scorga di lontano il sette arrivare e che ci metta tanto, troppo, come se la strada fosse appena diventata infinita ed il tempo non avesse più ragione di esistere se non quella di stracciarti i coglioni con la massima crudeltà possibile.
Ed intanto guardi di soppiatto la ragazza, domandandoti che cosa avrà da sorridere, con chi starà messaggiando, se sente freddo o a che cosa penserà la sera, prima di addormentarsi.

Ora, questa fanciulla ti prende per mano e ti fa Vieni. Vieni a vedere il mondo con i miei occhi. Soffri un po’ adesso, dopo starai meglio.
Ed esattamente come la diabolica vecchina da manuale, solo molto tanto più pheega e senza quel pupullo in testa che fa troppo Psyco, si lancia in voli pindarici.

Pupullo della morte

Però, ci aveva preso. Non lo mangi, il panettone.

Per cui, pensi sia profondamente ingiusto e discriminatorio chiedere ad una persona in pena per che cosa stia soffrendo: sarebbe come chiedere ad un bagnante in quale acqua si sta immergendo.
L’acqua scorre, le esperienze anche: e quando ti immergi nell’una o nelle altre, ti immergi contemporaneamente in tutte le acque e le esperienze del mondo, ed è inutile cercare un ordine.
Così, qualunque sia la causa del tuo momentaneo abbattimento, sarà in realtà causa di tutti gli abbattimenti del mondo, che scorrono e si contorcono nella tua testa, quasi a ricordarti che sì, va bene, stai male per questo, ma guarda che dovresti proprio soffrire un attimo anche per quell’altra cosa lì, ti sarebbe piaciuto dimenticarla, vero?
Non se ne esce più, c’è gente che ci si è persa.
E giù la maschera, ti ci eri perso anche tu.
Ma non è un labirinto da cui sia facile uscire, per il semplice motivo che, uh, non vuoi uscirne.
Molti non lo ammetteranno mai, ma la Sofferenza è catartica: ti stacca dalla banalità, ti innalza, ti fa sentire diverso, emarginato, fottutamente cool (o cùl).
E’ per questo che della Sofferenza è facilissimo innamorarsi: è una donna che ti rompe le palle ogni tre per due, che a confronto le gite da Ikea a mangiare le polpettine svedesi della morte paiono il paradiso, ma che al contempo ti valorizza, ti ammira, ti dice che sei unico e che senza di Lei saresti ugualmente un grande, mentre Lei senza di te sarebbe persa.
Il punto è che non vuoi stare senza di Lei perché, in fondo in fondo, sai benissimo che è una gran trota bugiarda: senza di Lei non saresti per niente grande e, soprattutto, tu non sei unico manco per ‘sta cippa.
Sei uno dei suoi tanti amanti, e dice a tutti le stesse cose, soggiogandoli al suo volere, unica Regina circondata da paggi a cui è stata messa davanti agli occhi l’illusione di essere Re.

Magari ti capita di incontrare un altro sofferente, e no, non capisci ugualmente l’inganno: perché anche lui la ama, e forse a modo suo anche Lei ama lui, ma in modo diverso, non sarà mai un amore profondo e sincero come il tuo.
Diventa quasi una gara all’unicità, una sfida a chi soffre di più per distinguersi dalla massa.
Ci si perde, in questi labirinti mentali.
Il guaio è che, alla fine, non ci si distingue: si appare solo più sfigati, più reietti, più inadatti alla vita.
Tu sei unico, proprio come tutti gli altri.
E se tutti gli altri cercano l’unicità, l’anormalità nella Sofferenza, sta’ a vedere che sarà diventata un luogo di ritrovo per esibizionisti ed alternativi, e che l’aria buona si respira solo al di fuori di essa.
Che nella frenetica corsa per essere diversi, l’unicità spetta ai pochi che non corrono, e si tengono in disparte.

Così finiscono le grandi storie di Morte e d’Amore: hai smesso di chiamarla.
Hai smesso di cercarla e di cedere alle sue lusinghe.
C’è che ogni tanto ti si ripresenta a sorpresa, una sera come tante, con la nebbia che cala lentamente su questa città maledetta, oscurando le strade, avvolgendo i lampioni, celando ciò che è bene resti per sempre celato; c’è che ogni tanto rientri in camera, lanci giacca e chiavi un po’ dove ti capita (il grande piacere dell’avere uno svuotatasche ed un attaccapanni consiste in gran parte nell’ignorarli), sbottoni la camicia, ti giri e Lei è lì, distesa sul tuo letto, a guardarti con quei suoi occhi languidi e con le labbra già dischiuse in una dolce promessa.
A volte riesci ad ignorarla, altre volte riesci a cacciarla solo a bicchierate di whisky, suonando qualcosa di sufficientemente malinconico da far impiccare anche un Teletubbies o scrivendo idiozie su questo blog dimenticato da dio.
E’ così che si tira avanti, altro non serve, nelle giornate in cui i be’va’be’ ti salgono in gola con eccessiva scioltezza.

Si pensi che questo post doveva essere appunto una spiegazione del significato intrinseco, filologico e filosofico del be’ve’be’, ma ovviamente appena inizi a scrivere la mente se ne va per i fatti suoi, e le dita sui tasti non possono che seguirla a ruota.
Lo scriviamo la prossima volta, dite?
Eh, ci si prova.
C’è anche una new (cioè, era new una settimana fa, quando l’hai scoperta e non hai comunque avuto voglia di scriverne) che attende in cantiere un post ad uopo su un disadattato genio tabagista in impermeabile, ma non vi si è detto niente.

Colombo

Ancora un’altra domanda, doc…

No, non si parla di lei, Tenente. ‘spiace.

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