Scrivere di Robe: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (prima parte)

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Immaginate il tema di John Williams in sottofondo, che te sei troppo pezzente per andarlo a linkare dal tubo.

“Che – ti si dice – lasci passare un mese intero senza post?”
Eh, infatti. Non sarebbero proprio cose.
Va bene l’isolamento, la caverna, il freddo, la barba e tutto, ma adesso basta, però.
Il Thogal terminerebbe tra 10 giorni, ma hai deciso che non puoi ributtarti nella mischia così, come se nulla fosse: vuoi dire, hai passato 39 (trentanove) giorni senza relazioni sociali, se non quelle necessarie al tuo sostentamento, se ti ritrovassi circondato da gente che sbraita, urla, mette le canzoni (si perdoni il termine) di Gigidalé alle 8 di mattina, imposta la sveglia della morte pee-pee-pee alle 15.00 di ogni pomeriggio, regazzini scalmanati che ti stuprano la porta, altri che saltellano, altri che svaccano sul letto come se in sua prossimità la forza di gravità ventuplicasse (sooca, Goku, fai il piacere), potresti rimanere un attimino turbato.
Quindi con calma, ti sei detto. Affronta un periodo di acclimatazione graduale.
Abituati alla luce del sole pian piano, sennò finisci come quel pistola del mito della caverna di Platone, che uscito dalla grotta si è subito giocato tutti i bastoncelli e non ci capiva più niente.
Sennò finisci come Forrester, rannicchiato in un angolino appartato perché la folla è brutta e cattiva.

E allora, ripartiamo dal blog, anche perché la scadenza del mese è pericolosamente vicina.
Adesso che le acque si sono chetate, che la meditazione ti ha permesso di ridurre il dolore al minimo e che la noia ti spia da dietro la colonna, di che cosa si scrive? Si torna, giustamente, alle intenzioni programmatiche di questo blog.
Quelle cose bellissime scritte sotto il titolone, vedete? Recensioni, poesie, racconti e pensieri sparsi.
Oggi, racconti un film.
Così, perché ti va.
E chissà che, se ci prendi gusto e non ci metti troppo tempo, questa non diventi una rubrica fissa del blog. Si potrebbe chiamare, chessò, Scrivere di Robe, anche se forse è un po’ generico. Ma si potrebbe fare un unico grande minestrone in cui parlare di film, serie TV, fumetti, libri ed ogni altra amenità ti passi per la testa. Vedremo.
In particolare, in quest’occasione andiamo ad analizzare fotogramma per foto a grandi linee l’ultima pellicola che hai avuto il piacere di vedere, il nuovissimo Indiana Jones e il Tempio Maledetto, del 1984. Giuri.

Henry Walton Jones Jr. è il professore di Archeologia all’Università di Chicago.
Ma shuntando rapidamente i preamboli – che queste cose le sapete anche voi debosciati – andiamo a trattare del film in questione: unico film della serie, si dirà, in cui Indy non compare nei distinti panni di professore universitario, ma solo in quelli di avventuriero un po’ ciaciarone.
In compenso, il film inizia con una scena geimsbonda meravigliosa, a tuo avviso.
Come sempre nei film del dottor Jones, la montagna logo della Paramount Pictures si tramuta in un particolare del film, nel nostro caso un bassorilievo scolpito su un gigantesco gong di bronzo.
Ci troviamo a Shangai, in un locale notturno che lo sceneggiatore imberbe George Lucas – allora poco noto e già regista di un filmetto fantascienzo di serie Z con Belfagor tecnologici e asmatici, errisonfordi abbandonati (se si esclude la compagnia di esseri pelosi orribili) e fratelli che limonano durissimo le sorelle – ha pensato bene di chiamare Obi Wan, giusto per distinguerlo da quel posto dove vai a comprare a tua madre le robe di giardinaggio.
Siamo nel 1935, esattamente un anno prima del primo film della serie – I Predatori dell’Arca Perduta – e, dopo una sequenza di ballo in stile musical cacciata dentro di forza da Lucas per fare un regalino a quell’egoista di Spielberg, che se non si fa come dice lui comincia a fare i capricci e a battere i piedi per terra ed il set diventa un posto insopportabile, compare finalmente il dottor Jones.
In tenuta oltremodo geimsbonda, si era detto. ‘va che roba.

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Il mio nome è Jones. Indiana Jones.

Il nostro intende concludere una trattativa con il gangster Lao Che, ovviamente affiancato dal figlio e da una nutrita banda di scagnozzi – che se sei un malavitoso nel mondo del cinematografo e non te ne vai in giro con almeno un paio di coglioni inguardabili e stupidi come una sedia non sei un cazzo di nessuno, senti.
L’archeologo ha recuperato i resti dell’Imperatore Nurhaci, che cederebbe volentieri al malamente in cambio di un diamante grosso quanto un uovo di gallina.
Ceneri per del carbonio, uno scambio equo, dai.
Nel frattempo, ecco arrivare la cantante del night, Willie, fidanzata di Lao.
Tu già a pelle lo sentivi che sarebbe stata una rottura di scatole, già la prima volta che hai visto questo film, che avrai avuto dieci anni; e ci avevi preso, eh.
La cosa brutta è che la gallina ce la trascineremo dietro per il resto della pellicola.
L’attrice che la interpreta è Kate Capshaw, ad uno dei suoi primi ruoli; poi sarà ricordata per film come Ti Presento un’Amica, Black Rain, Love Affair, Le Locuste.
No, stai scherzando: non sarà ricordata.
C’è che Steven Spielberg ha ammesso di non amare particolarmente questo film, se non per la presenza della Capshaw.
Che infatti diventerà sua moglie.
Chiamalo fesso.
Comunque, Lao non è proprio d’accordissimo d’accordo manco per il cazzo, che il diamante se lo terrebbe molto volentieri, però vuole anche le ceneri del vecchio, insomma, la botte piena e la moglie ubriaca, l’uovo e la gallina, le ceneri e il diamante.
Chiede troppo? Eh, sì.
Infatti Indy si spazientisce, ghermisce l’ochetta e la minaccia con una pericolosissima forchetta. Al ché Lao cede, che tra il diamante e la patata non c’è partita, lo scambio avviene e si fa anche un brindisi con lo champagne, crepi l’avarizia.

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Bravo pistola. Alla “salute”.

Lo champagne di Indy era avvelenato. Infatti guardate come se la ridono, quei fetenti, mentre mostrano ad uno stravolto Jones l’antidoto.

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Antidoto ottenuto sciogliendo in acqua di rubinetto una confezione di Viagra.

“Il veleno ha un effetto immediato”, avvisano con estrema cortesia i malamente.
Talmente immediato che dalla somministrazione passano cinque minuti in cui Indy fa più attività fisica di quanta ne abbia fatta tu in tutta la tua esistenza.
Il professore non si scompone, la prende benissimo.
Così bene che TRAFIGGE UNO SCAGNOZZO CON UNO SPIEDO FLAMBÉ.
Questo tipo non solo ha una faccia che ispira valanghe di cinquine, ma ha anche freddato un cameriere del locale, amico e complice di Indy.

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Eh, quando girano, girano. Non gli spiedini.

A questo punto, succede un mezzo casino.
Gente che urla, gente che scappa, gente che ti parla del suo dio, gente che ti vuol vendere le pentole Mondialcasa. Sia il diamante, sia l’antidoto cadono, e allora tutti giù per terra.
Willie, la cantante polla, cerca il diamante disperatamente, ed invece trova l’antidoto e, per sicurezza, se lo mette tra le zizze.
Il diamante, invece, è un po’ come la gnocca, s’attacca a chi non la vuole.
Ergo, non lo trova nessuno e ciao.

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Però intanto arrivano altri scagnozzi con gli armamenti pesanti, roba che Commando a confronto è un professore di educazione fisica alle scuole medie, e allora giù sventagliate di mitra, per difendersi dalle quali il gong dell’inizio capita proprio a fagiolo.
Per evitare morte certa, l’archeologo pensa bene, assieme a Willie, di fiondarsi giù dalla finestra. Fortunatamente lo sceneggiatore la Divina Provvidenza ha posto uno sproposito di tende lungo la traiettoria del balzo, che rallentano la caduta.
Il capitombolo termina nell’automobile di Indy, parcheggiata lì sotto, con una precisione che Zorro a confronto non riuscirebbe a saltare in groppa all’oceano neanche cadendo da una barca.
Alla guida del mezzo, c’è il mitico Shorty, bambino amico di Indy e salvato dall’archeologo dopo aver perso i suoi genitori.
L’attore che lo interpreta, Jonathan Ke Quan, vinse per questa prova il Young Artist Award ed apprese, per le riprese, il Tae kwon do, arte marziale che lo affascinò al punto da divenirne un esperto, cosa che gli consentì di lavorare come coreografo degli stunt in film tipo il primo X-Men, del 2000. Mica brustolini.

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I nostri scappano, Willie riesce incredibilmente a rendersi ancora più odiosa perché getta la pistola di Indy dal finestrino (scottava troppo, si è rotta un unghia e gné gné gné), ma in compenso il professore riesce a prendere la sua rivincita, ravanando per bene in cerca dell’antidoto e, forse, di qualcos’altro.
“Non è il momento per queste cose, Indy!”, lo redarguisce Shorty, che ha capito tutto.
La corsa si conclude in aeroporto, con Indy ormai in condizioni fisiologiche, dove ad accoglierli c’è Dan Aykroyd che si scusa, ma è riuscito a trovare un posto solo in mezzo al pollame, con così poco preavviso.
Il professore, abituato a ben peggio, ringrazia e sale; Willie, ovviamente, scassa gli zebedei. Strano, avresti detto fosse felice di viaggiare tra i suoi simili.
Prima di partire, Indy rivolge un sorriso trionfante ai gangster che li hanno raggiunti… i quali ridono sotto i baffi, perché il pilota dell’aereo è un malamente al loro soldo. Vatti a fidare.

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Ve l’ho fatta, villanzoni. Ride bene chi ride ultimo, ha ha.

Saliti sull’aereo, l’archeologo indossa i panni che lo hanno reso celebre: giacca di pelle logora, borsalino in testa e frusta al fianco.
La cantante gallina, come al solito, si lamenta delle condizioni del viaggio.
Argomentazioni che Indy ascolta con estrema attenzione e comprensione.

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Ma i piloti, come detto, sono malamente. Aprono il serbatoio e si lanciano con tutti i paracadute disponibili, salutando però molto gentilmente prima di saltare, va detto.
Willie ed Indiana trovano finalmente una cosa in comune, ed è il primo seme dell’ammmore: nessuno dei due sa pilotare un aereo.

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Troppe coincidenze, sposiamoci.

Prima, però, devono uscire dalla situazione di melma.
Equipaggiatisi di un gommone gonfiabile e del detto “se la vita ti da i limoni, fai una limonata”, i tre si salvano precipitando dall’aereo a bordo del gommone.
Il veivolo esplode impietosamente contro le montagne innevate, giusto pochi attimi dopo.
‘va che esplosione, ‘va che roba.

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Mica per nulla il film ha vinto l’Oscar per i migliori effetti speciali, realizzati da un certo David Fincher, che in seguito si sarebbe cimentato come regista e sarebbe diventato famoso per un film dove un tipo si pesta di brutto da solo, oltre che, in tempi più recenti, per film di gente che invecchia al contrario e di adolescenti che inventano social network della morte.
I due avventurieri più l’impacciata uteromunita si trovano a sciare sulle montagne indiane, trovano un precipizio, finiscono in un fiume troppo limpido per essere il Gange e così via.
Che ormai a forza di capitomboli ci hanno preso gusto anche loro.
Appena il moto del gommone si fa più lento, i nostri eroi più la donna rompipalle possono trarre un attimo di respiro.
“Dove siamo?” domanda l’algida stronza.
“In India”, risponde Indy.
“Come fai a saperlo?”, insiste la zuccona.
“Oh, gira la testa, scienzià.”, vorrebbe rispondere l’archeologo, solo è troppo educato per farlo, e congiunge le mani in segno di saluto.
Davanti a loro, infatti, si para questo bel tipo qui.

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Vi prego, ditemi che avete un elastico.

Si tratta del capo di una tribù ridotta in miseria, a causa della carestia.
Secondo gli indigeni, la magra situazione sarebbe causata dal furto della pietra sacra Shivalingam (in effetti, uno dei tanti simboli di adorazione di Shiva in India, in grado di donare Shankara, “Fortuna e Gloria”, come traduce prontamente Indy) da parte dei seguaci del culto Thugs, adoratori della dea Kali insediatisi nel palazzo di Pankot e sudditi di Pdor figlio di Kmer.
I tre sono invitati a mangiare con il capotribù, e questa scena la ricordi con affetto.
Willie si rifiuta di mangiare – ormai eviti anche le battute sul suo contNO, DAI, CHE CAGACAZZO, PERÒ – e Indy le fa notare che così avrebbe insultato quella gente, e per dare l’esempio si ciba di gran gusto di quella roba molliccia.
Quando eri bambino, tua madre , memore di quella scena, ti convinse a mangiare l’insalata russa appellandola come “il cibo di Indiana Jones”. E, anche se non c’entra una cippa, per te rimarrà sempre tale.

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Se non lecchi le dita godi solo a metà.

Che insomma i film di Indiana Jones con il cibo non siano mai stati troppo fortunati lo abbiamo capito. Già ne I Predatori dell’Arca Perduta (per cui si rimanda al meravigliosamente meraviglioso post del Dr. Manhattan), girato in Tunisia, la troupe fu colpita da attacchi di diarrea talmente intensi da richiedere una variazione di molte scene in cui l’azione sarebbe stata decisamente troppa per evitare di lordarsi le braghe. L’unico a restare immune da questa pandemia di cagotto collettivo fu Steven Spielberg, che, diffidando del cibo tunisino, si era portato da casa una pantagruellica scorta di quei deliziosi spaghetti precotti in lattina, che in America vanno tanto di moda, specialmente con il ketchup sopra. Gnam gnam.
Comunque. I nostri si stanno nutrendo di gusto, ed il vegliardo racconta la sua storia.
Gli abitanti del villaggio avevano pregato Shiva di ricevere aiuto e, vedendo i tre piombati dal Cielo, li hanno creduti inviati dagli dei per fare il lavoro sporco.
Perché si trattasse solo di un sasso, vabbé; il guaio è che quei malamente adoratori di Kali hanno rapito anche molti dei bambini del villaggio, per farli lavorare – si scoprirà – come minatori.
Indiana e compagnia bella, allora, si mettono in viaggio verso il palazzo di Pankot, in sella ad agilissimi elefanti; Willie cavalca rivolgendo alla strada la parte migliore di sé, perché sì.
Forse è a questo punto che Steven Spielberg ha iniziato a farci un pensierino.

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Inizia il viaggio, e subito la gallina esclama “oh, che begli uccelli!”, che alla fine non pensa ad altro.
Indy la corregge: sono pipistrelli giganti.
E lo dice con aria triste, chissà, magari ricorda ancora le scagazzate sull’elefante nuovo parcheggiato al sole.
Nel viaggio accadono cose parecchio di ridere, tipo l’elefante che disarciona la ragazza, la ragazza che appende a stendere un pipistrello gigante, l’elefante che importuna la ragazza con la proboscide e questa che afferra un serpente e lo scaglia lontano, convinta si trattasse sempre di quel simpatico e dell’elefante. Sembra una cosa di niente, e invece no, perché Indiana Jones è un personaggio estremamente umano, con i suoi pregi, i suoi punti di forza, ma anche i suoi difetti e le sue paure. In particolare, ha una fobia incredibile per i serpenti.
Scopriamo a questo punto, nel corso di un bivacco, che il professor Jones detesta essere chiamato con il suo nome completo: si scoprirà poi, nel terzo film della serie Indiana Jones e l’Ultima Crociata, che il nome “Indiana” era quello del cane che l’archeologo aveva da bambino. Indiana, tra l’altro, è il nome di un cane realmente esistito: quello di Lucas nel corso delle riprese.
I nostri arrivano al palazzo, dove vengono accolti.
Si cambiano abiti, Jones è di nuovo formale come un qualsiasi noioso professore di archeologia che poi noioso non lo è manco per la cippa, mentre l’oca giuliva ed esibizionista si veste con un abito costosissimo, e subito pensa Uh, chissà quanto è ricco il Mahraja, e si informa in modo molto discreto su sua moglie, per sapere se può o meno insidiarlo con le sue armi da femme fatale, tutte e due.
No, non è sposato, e va in brodo di giuggiole.
La cosa dura poco, perché, si scopre, il Mahraja è un regazzino.

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Lei, ovviamente, ci rimane malissimo (cit. Doc Manhattan)

Beh, almeno si mangia.
E invece no. Perché le portate sono così… ehm… particolari ed invitanti da spingere Willie a chiedere il cappello di Shorty, al nobile fine di vomitarci dentro.
Serpenti ripieni di robe striscianti vive non meglio identificate, scarrafoni grigliati ed altre amenità, a confronto delle quali tua nonna è Gordon Ramsay.
Continua così la carrellata delle disavventure coolinarie di Indiana Jones, reali o fittizie che siano.
Ad ogni modo, comunque, il bambino, saggiamente, rifiuta la gentile offerta e va avanti, dopo aver diplomaticamente domandato “Vuoi che muoro?”.

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Neanche lui, comunque, sembrerebbe troppo soddisfatto.

Nel corso del banchetto, il Mahraja gianfransuà assicura di non avere nulla a che fare con le sorti del villaggio, né tantomeno con la setta dei Thug che, leggi su uichipidia, è una setta realmente esistita in India fino alla metà del XIX secolo, in cui si venerava la dea Kali e venivano perpetrati sacrifici umani in suo nome.

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In realtà lorsignori mi perdoneranno se affermo di essere estraneo e disgustato da pratiche di tal fatta. Passate quel cervello di scimmia semifreddo, fate il piacere.

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Vuoi che muoro? Hai cucinato sotto tortura? Hai scoperto che sono l’amante di tua moglie, per caso?

Adesso basta, Irregolari, che ti cala la palpebra, e vi si lascia anche con un po’ di suspanza.
Questo è un assaggio del film, a breve la seconda parte, così anche i più debosciati di voi che ancora non l’hanno visto nel frattempo possono rimediare (bella scusa).
Concludi per ora con una curiosità: che il nome Indiana Jones sia preso da un cane è cosa nota. Era il cane di Lucas a chiamarsi Indiana, ed originariamente il personaggio doveva chiamarsi Indiana Smith, solo che Spielberg al solito ha cominciato a piagnucolare, a battere i piedi per terra e a lamentarsi che suonava davvero male, al ché, esasperato, Lucas avrebbe detto “guagliò, puoi chiamarlo pure Indiana Jones, per quel che mi frega”.
E Spielberg, poco abile nel percepire l’ironia, lo prese in parola.
Quello che invece pochi sanno è che anche i due comprotagonisti portano i nomi di cani realmente esistiti: Shorty trae il suo nome dal cane dello sceneggiatore Willard Huyuck, mentre Willie era il nome del cane di Steven Spielberg (ed il fatto che la relazione sia iniziata chiamando la moglie con il nome del suo cane la dice lunga).
Quindi, questo è un film che tu, personalmente, adori, ma se ti venissero a dire che è recitato da cani…beh, non avresti nulla da ribattere.

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Un pensiero riguardo “Scrivere di Robe: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (prima parte)

    Watson ha detto:
    marzo 3, 2014 alle 7:29 am

    Ahahahahahah, doc è bellissimo!
    Piango dalle risate, ti giuro! :’)
    A quando la seconda puntata?

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