La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità.

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The times they are a-changin’, canticchiava Bob Dylan nel secolo scorso.
Il ché vuol dire panta rei, tutto scorre e ciao.
Arrivederci, a presto, non dimenticare lo scontrino.
E quando lo riguardi, lo scontrino, magari a casa, dopo aver tolto le scarpe ed appeso la giacca, vedi solo un elenco di cose che sono sicuramente entrate nella tua vita, ma che già cominci a dimenticare.
Eppure il loro prezzo è in evidenza, e l’hai pagato.
Fino all’ultimo centesimo.
Vedi persone che si portano sulle spalle il peso della loro esperienza, e la maturità forse non vuol dire altro, più scontrini hai nel portafogli più sei considerato maturo.
Ma chi la vuole questa responsabilità, questa illusione?
Socialmente utile, eh, per carità… ma guardatela un attimo, la società che cercate di accattivarvi, porca miseria.
Dov’è la civiltà? Dov’è la grandezza a cui aspirare, l’ideale?
Da bambino regnavi su sterminati imperi, eri il più grande, il migliore, quel tuo tesoro rappresentato da cianfrusaglie e giocattoli ti rendeva legittimamente il più temibile pirata, niente cazzi.
I grandi restavano a guardare, magari dietro gli sbuffi di fumo di una pipa o un giornale sgualcito.
Guardavano e sorridevano di quella immaturità e leggevi dietro il loro sguardo quasi l’impazienza, la muta domanda: quand’è che abbandonerai queste stronzate, figliolo? Quando ti dedicherai alle cose serie?
E poi via, in ufficio, con il tettuccio della Mercedes rigorosamente abbassato – che la vedano bene tutti questo schianto di automobile – e l’orlo della manica della giacca leggermente sopra il polso, sicché la lucentezza del Rolex abbagli per bene tutti.
Oh, sono passi avanti, eh.
Se la tua massima soddisfazione nella vita è avere il biglietto da visita più costoso e sbrilluccicoso di quello del tuo collega, è ovvio che prima o poi sbarelli e accoppi gente ad accettate. Garantito.

Siamo tutti un po’ Patrick Bateman, non neghiamolo. Fortuna che le persone si accettano così come sono.

Vai per le strade e vedi.
Che i cari Irregolari di Baker Street ti seguano in questo tour dell’umanità, se vogliono.
Vedi l’ipocrisia che si trascina sui marciapiedi, l’arrivismo che non disprezza i più subdoli espedienti, l’oggi e l’attimo fuggente sacrificati senza pietà in vista di un futuro incerto.
Vedi il ragazzo segretamente innamorato della fanciulla alla fermata dell’autobus, di cui non conosce nemmeno il nome e mai lo conoscerà; resterà muto a consumare l’ipotesi di un amore, e già lo immagini, tra trent’anni, immobilizzato dietro la sua scrivania in un ufficio polveroso con le luci al neon a pensare alla futilità e sdrucciolevolezza di quel sentimento giovanile, con una punta innegabile di rimpianto.
Vedi quindicenni che si prostituiscono per regali costosi, e già le immagini in Parlamento accolte sotto l’ala protettrice di qualche anziano e ricco signore, mentre ragazzi frustrati restano nascostamente amareggiati perché consapevoli di non averle possedute per davvero.
Vedi cicche di sigarette ammucchiate contro i marciapiedi, cieli grigi di piombo e smog, sorrisi falsi e sguardi eloquenti di parole che non trovano la strada del laringeo ricorrente.
Vedi infine i tuoi accompagnatori, il manipolo di Irregolari che ti ha seguito, darti ragione ed abbassare lo sguardo, far segno di diniego e rassegnazione con la testa, magari sintomi di indignazione, senti serpeggiare frasi tipo “dove siamo andati a finire?”, “povero mondo” o “sono cose che non sono cose”.
Forse sono loro che ti feriscono di più.
Perché è facile citare Rorschach, condannare e profetizzare

le fogne si estendono nelle strade e sono piene di sangue e quando un giorno traboccheranno, i parassiti affogheranno tutti. La lordura accumulata per tutto il sesso e i delitti salirà schiumando fino alla loro cintola e tutte le puttane e i politici leveranno lo sguardo gridando “salvaci!”… e io dall’alto gli sussurrerò: “no”.

se poi nessuno si mette una cazzo di maschera ed inizia a prendere tutti a cinquine e a scalciare cooli.
C’è da organizzarsi, ragazzi, dai, non facciamo la fine dei Grillini, che sembrava dovessero tirar giù il mondo poi, poveretti, non sapevano neanche come girare la chiave nella serratura di Palazzo Montecitorio.
Che fare il pirata fa figo, ti da l’aria da misantropo tormentato che Capitan Harlock, scansati, fai il piacere, ma non è così che risolvi le cose; non è così che prendi in mano le redini della tua vita.
Così resti comunque sballottato dai flutti, con la differenza che in faccia hai un’espressione imperturbabile e scostante tanto chic quanto inutile.

Potevano scegliere. Tutti. Potevano seguire le orme di brave persone, uomini decorosi che credevano nel lavoro e in una giusta paga. Invece hanno seguito lo sterco di pervertiti e mafiosi, e solo troppo tardi si sono accorti che quella strada conduceva a un precipizio. Non ditemi che non avevano scelta. Ora il mondo intero è sul bordo del baratro. Tutti i progressisti e gli intellettuali e i sapientoni… tutt’a un tratto non sanno più cosa dire.

Tu adoperi il tuo solito metodo: il metodo autolesionista per eccellenza, quello che fa più male, perché a far le cose in modo lineare ti annoi, quindi neanche a parlarne.
Devi conoscere il tuo avversario per poterlo battere; devi scendere allo stadio più profondo del dolore per poter risalire; devi compiere l’Opera al Nero o Nigredo per poter approdare all’Albedo.
Così, devi immergerti nella fanghiglia sociale per poterla cambiare.
È già stato detto, ma va ripetuto: non serve un eroe per sconfiggere un bastardo; basta solo qualcuno che sia ancora più bastardo di lui.
La sola idea di essere condannato a seguire uno schema prestabilito mi atterrisce, diceva l’oramai ospite onorario del 221B di Baker Street Raymond Chandler.
E tu, tu che adori rompere gli schemi, seguire l’imprevisto, deludere le aspettative con comportamenti che sembrerebbero estranei alla tua personalità, trovi che l’unico modo realmente utile per essere un outsider sia non esserlo. Trovi che le maschere di Guy Fawkes, se restano un simbolo senza tramutarsi in azione, siano ipocrite oltre che inutili.

Continua per ora il tuo ritiro spirituale, ed è anche per questo che hai scritto il qui presente post.
Per una comunicazione di servizio.
Se non rispondi, se non ci sei mai, se sembri tipo morto, è perché… beh, sei morto.
Metaforicamente parlando.
Sentivi bisogno di tagliare ponti in maniera abbastanza radicale, sviluppando il minor quantitativo possibile di rapporti sociali.
Troppi sentimenti ti inchiodano al passato, e non devono interferire con il tuo progetto, sei desideroso di consolidare l’integrità dell’oggettività mentale che hai ritrovato.
Sei in una fase della tua vita in cui i ricordi sono un’arma a doppio taglio.
Da una parte, ti uccidono: rievocano momenti cari ed inesorabilmente perduti, e non riesci a cacciare il rimpianto. Anzi, non lo vuoi cacciare, ti ci crogioli, non sia mai che tu possa riprecipitare nell’ignava banalità da cui provieni (ed invece già ne senti il fiato sul collo, di una routine priva di vita e inevitabilmente noiosa, e già dunque senti un irrefrenabile bisogno di andare a cercar guai).
D’altra parte, ti fanno andare avanti: sono i famosi “scontrini” di cui si parlava ad inizio post, ed il tuo portafogli sta cominciando ad essere bello gonfio.

Dentro il mio cuore di muro e metallo, dentro la mia cassaforte
Dentro la mia collezione d’amori con le gambe corte.
E su ognuno c’è un numero, sopra ognuno una croce, ma va bene lo stesso
Ma va bene così.

Hai bisogno di rinascere, di cambiare.
Di cambiare praticamente tutto.
Per rinascere, devi prima morire, come una fenice, o un pipistrello che emerge dalle tenebre.
Il Thogal è un antico rituale che affonda le sue radici forse nel Giappone imperiale, forse nei culti vedici, forse nella leggenda di Siddharta.
Forse se l’è inventato Grant Morrison per Batman R.I.P., vallo a sapere.
È una simulazione di morte: ci si isola dalla società per sette settimane di intensa meditazione, al termine delle quali si riemerge dalla grotta come uomo nuovo.
Circa così.
O forse non c’hai voglia di parlar con la gente, vabbè, stessa cosa.
Ma vi si ama tutti lo stesso, eh, sappiatelo.
Non è che non rispondi perché sì.
Ah, e a tal proposito, alcuni curiosi tra voi si chiederanno la tua posizione nei confronti di una certa festa di laurea.
La tua risposta è ovviamente no.
Partecipare a quell’evento è proprio la cosa più sbagliata che tu possa fare in questo frangente.
Niente “ma”, “se” o “però” (e neanche i “maccome” e i “maddai” ti vanno a genio) tanto ormai lo sanno anche i muri che sei uno stronzo egoista, è inutile ripeterlo.
Però se si fa un regalo, bello, ci stai, cacciate il soldo che quando esco dalla grotta lo restituisco con gli interessi.

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