Farewell, my lovely

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Sì, la fotografia della tua anima è un misto tra Gotham City e Basin City. Ganzo, nevvero?

Serata piovosa.
Una nebbia insistente si diffonde dalle strade semi deserte, popolate solo da tossicomani rintanati in sudici vicoli, alcolizzati con le loro preziose bottiglie vuote in fila ordinata davanti ai loro occhi vitrei e signorine da cinquanta dollari l’ora.
I lampioni diffondono il loro giallognolo bagliore sulle pozze di acqua fetida agli angoli dei marciapiedi, dove le fogne sono troppo colme per rigurgitarla, per lasciarla scorrere nelle viscere della terra, per dimenticarla.
Di lontano, si ode l’eco di una sirena della polizia: troppo distante, troppo remota, certo mai nel posto in cui dovrebbe trovarsi.
Un uomo, in impermeabile, con lucide scarpe Oxford che spuntano al di sotto, un cappello calato pesantemente sul capo ed un sigaro quasi spento in bocca, passeggia adagio con il capo chino, con le mani sprofondate nelle tasche piene di troppe cose, ricordi di una vita di cui non si vuole o non ha il coraggio di liberarsi. Ogni tanto si guarda attorno, fissa le luminarie, le insegne, le persone.
Non capisci se sul suo volto siano dipinte ironia, rassegnazione, disprezzo o disgusto.
Forse tutto insieme.
Questo è lo scenario della tua anima.
L’Humphrey Bogart della situazione, ovviamente, sei tu.
Che la realtà sia un po’ più deprimente non hai certo bisogno di dirlo.
Ma non più deprimente nel senso di “più brutta”, questo no: semplicemente, meno romantica, più fredda e prosaica, in sostanza banale e noiosa.
C’è davvero, la nebbia.
E se qualcosa di bello ti offre, questa foschia (se ne parlava in uno dei tuoi primi post), è l’incertezza di ciò che dietro essa si nasconde e, con questa, la possibilità di immaginare sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Ma non placano il resto, non lo cancellano.
Manco per ‘sta cippa, proprio.

Lo hai detto spesso, citando Chandler: dirsi addio è un po’ come morire.
E la melanconia che segue queste parole ti accompagnava, ti dava un’ottima scusa per bere e fare lo stronzo tormentato, che quando ti incontrava dottor House ti diceva ma sorridi, Cristo santo, fatti una vita. Ed Edward Cullen muto, che a lui con questa storia che sbrilluccica al sole tormentato davvero non lo sembra mai, spiace per le bimbeminkia in calore.
Marlowe, quello sì che era un poveraccio come si deve, sempre assillato dai suoi fantasmi, primo della sua classe alla scuola dei duri, dove ti insegnano la nobile arte del “bassismo carismatico” (Dr. Manhattan docet).
Dicevi, quella melanconia alla fine ti piaceva, ti ci crogiolavi.
Soffrivi, è vero, ma non fa poi così schifo il dolore se lo paragoni alla noia.
Quella sì, è una brutta bestia.
Non volevi essere salvato, in sostanza, perché quello che avresti potuto trovare fuori da quel baratro sarebbe potuto essere molto peggio. Non avevi mai creduto, dirai, che quell’addio fosse vero.

La tristezza dipinta negli occhi, proprio. O il principio di un abbiocco, uno dei due.

Invece lo era, porca cicca.
Lo era e tu sei rimasto lì come un pistola, con le tue massime filosofiche da quattro soldi caricate a salve giusto per mettere a tacere chi ti diceva che non potevi andare avanti così, è solo una donna, per la miseria.
Ma qui è il guaio: non era solo una donna, non lo è mai stata, per te.
Era qualcosina in più, era quel tassello che separa la banalità di una vita ordinaria dalla magnificenza di una vita maestosa.
Era un ideale, qualcosa da inseguire per avere un punto di riferimento, e per non essere sballottati dai flutti di una vita capricciosa.
Ma proprio perché capricciosa per definizione, non aspetta i tuoi comodi.
Scorre, scorre come pioggia sulle strade, e lascia i tuoi ricordi e le tue speranze come cartoni fradici agli angoli dei marciapiedi, troppo immensi e pesanti per essere fagocitati dalle fogne.
Per essere sepolti.
Per essere dimenticati, macinati, resi neutri, terreno fertile su cui edificare nuove esperienze.
Ma ormai quello è il passato, desiderio futile e vano di ingigantire un sentimento per potervicisi aggrappare, per uscire dal pozzo di vacuità in cui eri precipitato.
Ed il giorno giusto era quello. Ma tu ovviamente troppo stupido, troppo concentrato su te stesso per rendertene conto.
Per accorgerti che non ritorna mai più niente, che il tempo che hai lasciato alle spalle resterà dietro di te e non hai il diritto ad una seconda occasione.
Era bello pensare che ti avrebbe aspettato, che avresti avuto modo di allenarti, di cambiare e di tornare pronto.
Queste cose non te le dicono, nei film.
Bane era lì ad aspettare Wayne, Apollo ha aspettato Rocky, Anakin mica ha levato le tende mentre Luke puliva la fogna di Yoda con la Forza.
Sai l’incazzatura di Daniel San se dopo tutto quel dailacera-toglilacera gli saltava il torneo? Se il suo avversario non si fosse presentato?
E per questo la vita scade nella banalità: manca di trama, non ha quell’incastro perfetto che te la fa rimirare con meraviglia.
È come un puzzle con i pezzi speculari e mai complementari, e tu stai lì a scervellarti senza mai veramente capire un cazzo, ed ogni tanto ti chiedi se valga la pena di continuare a giocare.
Ma non sei il tipo che lascia le partite a metà.
Piuttosto ti fai polverizzare il culo a pedate, ma non dai mai all’avversario la soddisfazione di averti fatto arrendere: che se la sudi la sua vittoria.
Hai scelto un mestiere che ti chiede per contratto di essere un loser, un perdente: che possibilità hai contro la Morte? Prolunghi la partita, ecco tutto, se riesci la rendi degna di essere giocata, ma di più non fai. E per questo dovresti lasciar perdere?

Ora sei tu, l’ubriacone con le bottiglie collezionate davanti.
Ma non sono bottiglie: sono amori, i tuoi innumerevoli amori dalle gambe corte, che forse nemmeno meritano l’appellativo di “amori”.
Esistono postumi da sbronza che non sono dovuti all’alcool.
Tu ce li hai per le donne.
Le donne ti fanno ammalare.
Ed allora, dicevi? Dicevi che quell’addio era definitivo.
Che a parole son buoni tutti con i massì, ci rivediamo, non cambia nulla e blablabla.
Ma ne hai sentiti troppi di “non cambia nulla” per non sapere che sono una cazzata pazzesca.
Cambia tutto, invece.
Cambia sempre tutto: solo le persone, non cambiano.
Magari mentono in modo diverso, si fanno più esperte, fantasiose o furbe, ma i motivi che le spingono all’ipocrisia non escono mai di moda.
E se quell’addio è definitivo, se è davvero uno struggente lungo addio e farewell my lovely, be’, allora tutto perde un po’ di senso: il tuo allenamento, il tuo ritiro volontario dalla società, questo stesso blog.
Capisci solo ora quanto può essere doloroso un allontanamento del genere, lento, inesorabile.
Non traumatico, uno stillicidio cronico, e di anemia ipocronica sideropenica si muore, eh.
Come togliere un cerotto – di quelli che non van più via, avete presente? Quelli che paiono rivestiti di attack e ci lasci sempre attaccato un pezzo più o meno grande di te – ma non velocemente e ciao.
Piano. Lentamente.
Assapora ogni centimetro della tua cute, quel cerotto maledetto.

Edward Hopper, I Nottambuli

E a te che cosa resta da fare? La tempra di un uomo si misura da come affronta le avversità del percorso, non certo dal percorso in sé.
Che cosa ti lascia questo addio, dottore? Questo ritorno mancato, questo vuoto in fondo allo stomaco, che eredità porta?
Un bel niente, ecco cosa.
Il vuoto resta vuoto, una tristezza di fondo indefinibile che ti segue come un cagnolino, un dolore inespresso e che non merita di vedere la luce, perché troppo sciocco, troppo vacuo, che ci son passati tutti, porca pupazza, non c’è da farci tutto ‘sto casino.
Ed invece sì, ed anche di più se sarai in grado, perché la vita è tua e la vuoi rendere grandiosa, anche nella sofferenza, che è forse tutto ciò che ti resta da coltivare.
Ti lascia sulla punta della lingua il sapore del caffè del primo pomeriggio, di parole sospese a mezz’aria in quella stanza che alla fine è anche un po’ sua, che ti incazzavi come una bestia
quando qualcun altro profanava il suo posto; ti lascia un gioco di sguardi, qualche serata trascorsa con lei a chiacchierare del più o del meno, prima che tu definissi i tuoi sentimenti, prima che le cose fossero complicate; ti lascia inviti che forse hai frainteso, confidenze che forse non meritavi; ti lascia tempo per cui non sei stato grato (che cosa c’è di più prezioso, in fondo? Di una persona che ti dedica tempo, dici. Quello non torna mai, e quella fetta del suo tempo sarà tua per sempre) e che ora rimpiangi, perché non dovevi darlo per scontato;
ti lascia il ricordo di sorrisi, di meravigliosi sorrisi e di cristalline risate spese come se non ci fosse un domani, ed infatti un domani non c’era, ma vallo a sapere, allora.

Quante volte l’hai congedata con quel vago “ci vediamo domani”?
Calda certezza di un futuro incerto: ci vediamo domani.
C’è tutta la malinconia del mondo in queste parole, l’errore più grande dell’uomo è racchiuso nella muta speranza che questa affermazione sigilla: ci vediamo domani.
Quale domani? Chi ci ha promesso che ci sarebbe stato di meglio di quel momento già perfetto?
Ma si sa, non è mai abbastanza.
Si deve cercare, scavare, approfondire.
E a che cosa porta, questo? Che cosa ti lascia?
Ti lascia solo quella meravigliosa ed inutile collezione di bottiglie vuote, anzi, colme di rimpianto, neanche buono da bere.
Che come scusa per la tua adorata melanconia non è comunque niente male.

Fotogramma di Casablanca. Quindi quello non è Marlowe, lo sai. Però oh, anche voi, sempre a guardare il pelo.

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