Un Giro di Vite per il Nuovo Anno, un po’ come Bruce Wayne con la barba.

Postato il Aggiornato il

Buon fine anno e felice anno nuovo, manica di debosc cari Irregolari di Baker Street. Al duemilacredici mancano ancora ventordici anni, tranquilli.

In questi giorni gelidi – ommioddio quanto fa freddo – ti senti un po’ Bruce Wayne.
Non ci hai il maggiordomo, la villa, le auto, i fantastrilioni o gli addominali a tartaruga, ok, però state guardando il pelo.
E proprio il pelo dovete guardare: è quello che ti fa sentire Wayne.
Quello e quei tanto sani quanto fastidiosi conflitti interiori che la solitudine inevitabilmente comporta.
Avete presente i periodi più bui di Bruce, nella trilogia di Nolan?
Tipo quando raggiunge Ra’s al Ghul, oppure nel suo periodo di letargo durato otto anni dopo la morte di Harvey “Belghigno” Dent, o dopo l’amichevole con Bane.
Ecco, in quelle circostanze, il nostro caro Bruce abbandona l’azione per darsi all’introspezione: che, lo sappiamo, i suoi momenti di riflessione non sono mai un autocommiserarsi, quanto piuttosto un guardare al futuro con rinnovata speranza, conscio dei suoi errori.
E quando pensa, a Bruce Wayne cresce la barba: lo capisci ad occhio che è in un suo momento no, che è preoccupato, basta vedere quanto è accurata la rasatura.

Uh, chissà se ho chiuso il gas…

La tua situazione non è dissimile: sei nel cuore delle festività, lontano dalla tua città, distante dalla tua vita.
Sei in attesa.
Guardi fuori dalla finestra, la sera, con la fronte appoggiata sul vetro, una mano in tasca e l’altra a reggere il bicchiere. Vedi la calma piatta della vita che scorre con ritmi lenti, la nebbia che ondeggia giallastra al livello dei lampioni, le luminarie di Natale che già appaiono desuete e stantie.
Pensi alla vita in città, alla frenesia, all’attività; ricordi le relazioni sociali, gli scontri, i dolori, le vittorie racimolate lungo la strada.
Se l’azione ti manca, sai di non poter tornare. Non ancora.
Aspetti.
Sei un po’ Wayne, un po’ Rocky, un po’ il Gatsby mai raccontato, nell’ellissi narrativa tra la guerra e le grandi feste, tra l’amore per Daisy e la sua ricerca.
Sei Luke Skywalker in allenamento presso Yoda, sei Daniel San che pratica karate sulla spiaggia, con il tramonto e la melodia sdolcinata in sottofondo.
Ti prepari alla battaglia.
La tua barba cresce, vivi in una continua attesa del domani, congelando l’oggi, immolandolo al futuro.
Ti dedichi alle tue letture, ai tuoi studi, ai tuoi progetti.
Ogni tanto, quando il peso di questo tuo isolamento volontario sembra farsi eccessivo, scrivi, e cerchi di visualizzare l’obiettivo. Il sogno.
Allora, intanto, sogni.
Ed attendi.
Non sei mai triste, non sei mai felice.
Alle volte, e solo alle volte, sei annoiato: guardi fuori e ti accorgi di quanta noia scorra per le strade, quanta banalità.
Non c’è nulla che ti interessi, là fuori.
Come al solito, è dentro. È tutto dentro: la rabbia, la creta da plasmare, gli elementi ed i tasselli per costruire il tuo nuovo ingresso nella società.
È una preparazione lenta e meticolosa, un lavoro di cesello che ti assorbe completamente.
Ti sei eletto a supremo demiurgo della tua vita: la vivrai, domani, ma per ora devi prepararla.
Che cosa è rimasto del sentimento che ti animava il mese scorso?
Un po’ di rimpianto, una cicatrice.
La delusione per aver considerato grande qualcosa che in realtà non lo era (o che lo è, invece, ed al di là di ogni tua aspettativa, come un tassello di un puzzle troppo immenso perché tu possa subito intuirne l’esatta collocazione. O forse l’hai intuita e preferisci tacerla?).
Non provi alcun rimorso per quanto hai fatto, e se tornassi indietro non ti sottrarresti nemmeno ad una delle battaglie che hai affrontato; ti dispiace molto di più, invece, per le battaglie che hai evitato, per le parole non dette, per i messaggi bellissimi mai inviati.
Questo, dunque, ti rimane: un po’ di amarezza, come al solito. Ed un giro di vite.

The Turn of the Screw può voler dire tante cose.
Di sicuro, rappresenta un giro di vite nel tuo percorso, e nella tua determinazione per raggiungere certi obiettivi: un incentivo, insomma, una motivazione (e solo tu sai quanto hai bisogno di motivazioni che ti sottraggano al vortice ozioso della noia, che ti diano una scossa di vita).
In secondo luogo, rappresenta il lato ossessivo della faccenda: come la vite penetra nel legno ed ogni suo giro corrisponde ad una maggiore profondità, così puoi forse considerare questa tua esperienza.
Un chiodo fisso. Un’ossessione.
Sfumata, forse, ormai relegata al passato.
Ma la cicatrice c’è: riusciresti ad indicare con precisione nella tua mappa mentale il punto in cui il chiodo è stato piantato.
Si parlava di letture, di studi a cui ti stai dedicando: Il Giro di Vite, di Henry James, è una delle tue conquiste più recenti.
È una storia (romanzo? racconto?) che ti ha decisamente sbalordito (un po’ come l’allarme antincendio che scatta nel cuore della notte perché qualche scienziato sta fumando un sigaro in camera o si sta asciugando i capelli con un raggio laser), e per cui provi sentimenti contrastanti, che molto spesso derivano dal periodo in cui l’hai letta e dal preciso significato che le attribuivi, motivazioni dunque distanti dalla natura del testo in sé. Essere oggettivi, dunque, ti riesce difficile, e per quanto avresti voglia di recensirlo, il tuo buon senso ti suggerisce di rimandare il lieto evento ad una seconda lettura un po’ più distaccata.
Ma due parole ce le spendi lo stesso, perché il blog è tuo e te lo gestisci tu.
Perché c’è chi può e chi non può e tu, modestamente, può.

Miles e Flora, in tutto il loro radioso splendore di bimbi allegri e vivaci.

Ti disse una volta un’amica che, a voler sintetizzare, Il Giro di Vite è una storia di fantasmi.
Punto.
Anzi, puntini di sospensione.
Perché “fantasmi” può voler dire tutto e nulla: sono fantasmi le ectoplasmatiche apparizioni di spiriti defunti che devono risolvere questioni in sospeso sul nostro piano (e, in questo caso, Who you gonna call?), ma lo sono anche gli eventi del passato che si riaffacciano sulla soglia della tua mente, tormentandoti di nuovo.
I fantasmi sono spaventosi, in qualsiasi accezione li si consideri.
Sono invadenti, fastidiosi, rappresentano un’alterazione dello status quo, una patologia che varia la condizione fisiologica dell’organismo.
I fantasmi di James assecondano entrambe le definizioni.
Paiono apparizioni sovrannaturali, intangibili e misteriose, ma assumono anche i connotati di paranoie, di psicosi, di allucinazioni.
Perché sia credibile questa ambivalenza, il lavoro di introspezione a cui i personaggi sono sottoposti deve necessariamente essere profondo.
I protagonisti, infatti, sono pochi: la giovane istitutrice ventenne che racconta tramite un manoscritto la storia, la governante Grose, campagnola credulona e di scarsa cultura, ed i due bambini affidati alle cure della ragazza, Miles di dieci anni e Flora di otto.
Il romanzo in un centinaio di pagine traccia un profilo psicologico estremamente accurato dell’istitutrice: suo è il manoscritto, e la vicenda è conseguentemente filtrata dalla sua personale visione degli eventi. Il lettore vede la scena con gli occhi della ragazza, né gli è dato sapere di più, in quanto un punto di vista onnisciente è abolito.
James stesso sembra comparire brevemente nel romanzo, con la sua dichiarazione d’intenti: il proprietario della tenuta a Bly ed unico parente dei due bambini, affida alla protagonista il compito di badare all’istruzione dei pargoli, raccomandandosi – qualunque cosa succeda – di non essere disturbato.
È come se James desse le redini del racconto da lui stesso ideato nelle mani di un personaggio che, necessariamente, non è a conoscenza di tutti i retroscena della vicenda. Quando una visione d’insieme più ampia sarebbe gradita per far luce su alcuni fatti dalla dubbia interpretazione, James resta in disparte: non vuole “essere disturbato”, che la storia si sviluppi e che i personaggi ne subiscano le conseguenze. Che gli avvenimenti siano veri o meno, non ci è dato sapere.
Tutti mentono. E poiché tutti mentono, la narratrice stessa potrebbe mentire, così come i pargoli potrebbero aver mentito a lei, e chissà che due menzogne non diano come risultato una mezza verità.
Si procede, pagina dopo pagina, a sprofondare nell’abisso: che l’abisso sia reale, tangibile o unicamente relegato nei limiti di una fragile e suscettibile mente sconvolta dagli eventi e dal peso della responsabilità, è impossibile a dirsi.
Così come è impossibile dire se sia o meno reale la tragica conclusione, se sia la conseguenza di un pericolo effettivo o l’inevitabile smarrimento di un’anima nel labirinto della mente.
Insomma, Irregolari di Baker Street, leggetevelo: sono cento pagine che scorrono con estrema tranquillità, e scommetti che, giunti alla fine, avrete il desiderio irrefrenabile di ricominciare la lettura a caccia di sfumature (anche una sola parola, se posta in visione soggettiva, può fare la differenza tra quello che accade e quello che sembra accadere) che prima vi erano sfuggite.

Ad ogni modo, in ogni circostanza, loro avrebbero saputo cosa fare. Ghostbusters! Ta-ta ta-ta tatatarata ta-ta ta-ta tatatarata!

Ora occhio che sta per emergere il lato spoilerone della tua gioviale personalità, per cui se qualcuno non ha ancora letto il racconto ed è interessato a farlo, abbandoni queste sponde: ti dicono dalla regia che sul blog di Grillo ci sia da ridere, in questi giorni.
Tutti gli altri, invece, si sorbiscano con gioia queste riflessioni a caldo.
Come hai detto, il narratore è inaffidabile. Non l’hai detto? Ecco, appunto: visto?
Comunque, il narratore, la ventenne istitutrice con le crisi isteriche che chissà come sarà a cinquant’anni, poverello il marito, è inaffidabile.
La narrazione procede così: la vigilia di Natale, un branco di debosciati si incontra davanti al caminetto per raccontarsi storie di tremare.
Una signora racconta che un signore – un certo Douglas – racconta che una signora ha scritto la storia che ella ha vissuto quando era ventenne che al mercato mio padre comprò, una storia di fantasmi e di cininni, appunto.
Tipo lo scaricabarile più grande del mondo.
Alla fine, il racconto è filtrato da tre (e dici tre) persone diverse: la vera versione dei fatti è interpretata dall’istitutrice, l’interpretazione è raccontata da Douglas ad una manica di manigoldi, tra i quali vi è la signora che, infine, la riferisce a noi lettori.
Già questo un dubbio sull’attendibilità del racconto lo dovrebbe suscitare.
Che già te, quando tua madre ti chiedeva di domandare a tua nonna del sale, alla fine le prendevi sempre, perché il sale era l’unica cosa che non arrivava.
Avete mai fatto quel giuoco del telefono senza fili, da bambocci? Che un tipo dice una parola nell’orecchio al vicino, questo lo ripete al suo vicino, e così via, fino alla fine, e l’ultimo urla la parola che ha ricevuto: ci si ribaltava dalle risate, allora, quando si iniziava tipo con “imbuto” e si finiva con “australopiteco”.
Vabbè, noi si faceva i coglioni e gli errori li si introduceva apposta, che sennò sai che pizza, ma il principio è lo stesso: più una storia passa di bocca in bocca, più risulterà inevitabilmente diversa dalla versione originale.
Proprio su questo gioca, il caro James: fin dalle prime pagine, con questo espediente, avvisa il lettore del fatto che nulla di quanto leggerà può essere considerato oggettivo.
Magari le menzogne sono dette nella massima buonafede, ma ciò nondimeno mascherano la realtà, la plasmano, la rendono più umana.
Se la letteratura è una scienza del linguaggio, qui James gioca con il suo strumento, lo spinge ai massimi estremi consentiti, va in cerca del punto di rottura.
Punto di rottura che c’è, inevitabilmente, per alcuni prima, per altri dopo: il punto di rottura si ha quando il lettore, che affronta la narrazione fidandosi in principio dell’istitutrice – donna all’apparenza coscienziosa ed equilibrata – inizia a mettere in discussione le sue parole.
E se le sue parole sono messe in discussione, allora tutto è messo in discussione, perché James non offre altri appigli, altri punti di vista.
Se vuoi, la storia è questa, ma chi te la racconta potrebbe saperne quanto te. Potrebbe avere interesse a proteggersi, a mentire, o semplicemente non essere abbastanza lucida per narrare le cose come veramente sono andate.
Ma forse sì.
Ti fidi?
C’è una teoria, un’interpretazione della vicenda che ti affascina alquanto.
Sembra svelare l’enigma, far pendere finalmente la storia verso uno dei due versanti tra cui oscilla costantemente, quello del fatto reale e quello della suggestione dell’istitutrice.
La ragazza ha vent’anni, quando arriva a Bly, e Miles – che alla fine del racconto muore, secondo le parole della donna – ne avrebbe dieci.
Douglas, colui che racconta la storia, dice che il manoscritto appartiene ad una donna più vecchia di lui di dieci anni e che si prendeva cura, al tempo, della sua sorellina minore.
Quale famiglia affiderebbe le cure di una ragazza ad un’istitutrice che, al suo primo impiego, ha assistito al crollo nervoso di una bambina ed alla morte del fratello?
Forse che il fratello non sia realmente morto? Che Douglas e Miles siano la stessa persona e che la sua morte sia stata solo un’esagerazione di una donna sull’orlo di una crisi di nervi?
Nel qual caso, avremmo una soluzione: nasce tutto dalla fantasia dell’istitutrice, gravata dal peso della responsabilità e dall’ingenuità della sua giovinezza.
È una possibilità come un’altra, un lieto fine, se vogliamo, che però rende tutta la vicenda ancora più inquietante, in quanto parto integrale di una mente malata; mente che, per giunta, ci ha accompagnato per mano all’interno della storia, senza che noi sospettassimo di nulla. Se non è questo un giro di vite all’orrore della situazione…

Adesso però basta, che se dici di rimandare la recensione poi non lo fai la gente ti prende per poco serio e si stabilisce sul blog di Grillo.
Sei serissimo, invece: questa era una recensione in stato embrionale, e forse ne farai una più approfondita. Forse. Ma non contateci troppo.
Intanto ormai siamo nell’anno nuovo, quindi auguri, fate a modo.
Tu ti vai a preparare, che saresti invitato ad una festa, hai voglia di andarci pari a zero e ti senti, si diceva, un po’ troppo Bruce Wayne con la barba per partecipare a feste così a caso.
Tanto finisce che ingolli whiskey solo soletto in un angolino lamentandoti col barista di quanto sia ingiusta la vita. Garantito.
Ma no, dai.
Stasera no.
Diamo tutti un giro di vite a quest’anno, d’accordo?

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