Del Natale, dell’Isola che non c’è e di altre cose infantili.

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Ad ognuno il suo, a Natale. Ma anche tutto l’anno.

La Vigilia di Natale.
La festa dei Saturnali.
E scriviamone, un po’, che al giorno d’oggi se non parli di queste robe nei giorni appropriati non sei un cazzo di nessuno.
C’è un contratto non scritto, una legge morale, che ci impone per quel pugno di giorni l’anno di parlare di cose buone e di comportarci da persone bene.
Occhio, non stai mica criticando, eh.
Che ci sia dell’ipocrisia di fondo è risaputo, indipendentemente dalla fede religiosa o calcistica o quel che vi pare che vi accompagna in questi giorni.
Il rischio di condannare l’ipocrisia, però, è che si diventi ancora più ipocriti e moralisti dei condannati: che remare controcorrente è facile, se con te ci rema mezzo mondo.
Allora niente, a buon intenditore poche parole e stai al gioco, parli del Natale.
Ma a caso, eh, come al solito, senza prenderti sul serio e seguendo il più impietoso stream of consciousness, che quando Joyce ha letto i tuoi post ha detto “Uh, che è ‘sto casino?”.

Una tua diapositiva in questi giorni allegri e gioiosi che precedono il Natale.

A te il Natale non piace.
Questo se vogliamo essere proprio sbrigativi e superficiali, ma non vogliamo, perché è la Vigilia di Natale e due parole di spiegazione alla festività che tanto ti ha scaldato il cuore da bambino pensi proprio di doverle.
Poiché sei un uomo di mondo, pratico, cinico e bastardo (e stronzo, ricordiamolo sempre), vorresti porre l’attenzione di tutti sulle strade delle città, nei frenetici giorni che precedono il lieto evento.
I pochi spiriti che si avventurano nel freddo e nel gelo per contemplare le luminarie e cercare quel che hanno perduto molti inverni fa, come se lo Spirito Natalizio potesse essere steso ad asciugare su quei cordoni come gocce luminose, vengono invariabilmente travolti dall’orda di coloro che badano in primis al lato più pratico della faccenda: questi caspita di regali.
Regali che suscitano poi mille paranoie, eh. Conosci persone, giuri, che devono assolutamente ricambiare regali con altri presenti di equivalente valore, al centesimo.
Così si muniscono di un cartucciere di doni variegati e per tutte le tasche, pronti a far fronte a qualsiasi evenienza, con una meticolosità che Sheldon Cooper, scansati un attimo, fai il piacere.
Porti il tuo regalo, li vedi arrossire e ringraziare e quasi riesci a sentire, in lontananza, la cassa automatica che hanno in testa battere il prezzo; poi li vedi scomparire per qualche minuto, di lontano odi fruscii, capitomboli e bestemmie, te li immagini navigare in un mare di confezioni regalo accatastate alla rinfusa in uno sgabuzzino, ognuna con un’etichetta riportante il prezzo, per poi vederle comparire con il tuo presente sotto braccio e un sorriso smagliante stampato in faccia.
Una cosa che mai hai capito è l’inflazione del sorriso, in questi giorni, che uno arriva a Santo Stefano con il buccinatore ipertonico e dolorante, complice anche il cenone di Natale.
Non si potrebbe – chiedi, eh, che chiedere non costa nulla – spalmare la dose di sorrisi lungo l’anno? Magari concedersi, anche in questi giorni, quelle tre orette di puro scazzo in cui guardi tutti con l’espressione da Clint Eastwood che suggerisce “cazzo vuoi? Fai aria.”.
Ma non è per questo che malsopporti il Natale. Che a prendere per il culo gli altri son buoni tutti, quando poi la lente di ingrandimento va rivolta verso te stesso per incenerire i tuoi difetti la situazione si fa molto più tragica.
Tu ci vuoi provare uguale, prendetelo come l’ennesimo regalo di cui non vi frega un’infiocchettatissima.

Cazzo vuoi? Fai aria. Sono giorni che non vedi gente con quest’espressione. Ti manca. Meno male esistono gli specchi.

Il Natale ti dà da fare perché ha sempre il sapore di un’occasione mancata.
E come tutte le occasioni mancate, è amara, lascia il palato insoddisfatto e la mente protesa al domani, al pensiero che sicuramente andrà meglio.
Invece no, non va meglio neanche per niente.
Te ne sei accorto circa sette o otto anni fa, quando ti sei reso conto di non sapere più fare il presepe.
Dici, che ci vuole? La culla, i due debosciati ai lati, quel povero cristo di…beh, Cristo, il bue, l’asinello e i Village People che arrivano portando i loro doni. Fatto.
Invece no.
Invece no, perché a fare il presepe, a disporre le statuine nel giusto ordine, con il giusto grado di attenzione verso la culla (che tipo il legionario romano se ne deve sbattere le lance, mentre il pastorello deve essere tutto preso dall’avvenimento), nella giusta prospettiva, ci vuole una sensibilità mica da poco.
E quando più di un lustro fa il presepe ti è venuto uno schifo, e queste considerazioni le hai dovute esternare, mettere in fila per ragionarci su, ti sei sentito morto dentro.
Da bimbo, mica ce li avevi, questi problemi. Tutto veniva spontaneo, naturale.
Era il cuore a disporre le statuine nel presepe, mica la testa.
E ci mettevi cinque minuti, non trentacinque.
L’organizzazione del presepe, secondo te, può essere un test adolescenziale: se il ragazzo ha difficoltà nella sua realizzazione, ecco, è finita. È avviato al mondo degli adulti, e non ci sono cazzi, perché Mastro Tempo è implacabile.
Allora, il Natale cerchi di viverlo il più velocemente che puoi, cercando di far finta di niente, accorgendoti delle luminarie troppo tardi e levando gli addobbi troppo presto, perché ragazzi, fa un male del diavolo.

Non hai mai raggiunto tali livelli di perdizione, ma OMMIODDIO CHE FIGATA!

Ti consideri un adulto, e non puoi negare che il ruolo, alle volte, ti piace: il gioco delle convenzioni sociali, le taciute ipocrisie, l’etichetta, l’artificiosità dei rapporti umani… trovi il tutto deprecabile, avvilente, rivoltante. Ma quando impari le regole del gioco, inizi a giocare e ti accorgi di essere bravo, allora pensi che l’etichetta potrebbe diventare uno strumento. Che non è una cosa negativa in sé: è l’ossessione, il conformismo, la necessità di seguire sempre e solo quel dettame che rende la maggior parte delle persone false e ipocrite, ok, ma non è il peggio: le rende noiose.
Tu sei sempre rimasto in bilico: conosci le regole, tal volta giochi, ma la maggior parte del tempo lo trascorri ad osservare, a studiare, a catalogare.
Ne sei spesso disgustato, ma in quel disgusto ti crogioli; critichi le convenzioni sociali, le eviti come la peste, ma resti sempre deliziosamente divertito da coloro che le seguono alla lettera.

Il Natale lo prendi così: come la possibilità di infrangere una volta per tutte le convenzioni sociali fingendoti di nuovo il bambino che non sei più; osservando con freddezza le luci che una volta erano dense di significati che oggi nemmeno ricordi.
Hai dimenticato come si gioca, e non ti viene in mente affronto peggiore.
Guardi le stelle e le trovi distanti, fisicamente ed emozionalmente; seguendo la seconda, a destra, ti proietteresti in orbita e ti inceneriresti per l’attrito con l’atmosfera, altro che Isola che non c’è.
Ma ti piace giocare, a Natale. Ti piace fingere.
Come fingono tutti, ovviamente, ma di più.
Più a fondo. In modo più doloroso.
In quel regno che è stato tuo e non ti appartiene più.
In quella prospettiva che adesso ti è preclusa, e ti impedisce di vedere il mondo come un tempo.
Questo, per te, è il Natale. Il periodo dell’anno che ti ricorda che sei stato grande, che hai combattuto contro i pirati, hai giocato con le sirene, ballato con gli indiani.
Ed ora? Ed ora sapresti indicarli a dito, i tuoi compagni di battaglia.
Ecco, laggiù, Antonio, cavaliere senza macchia e senza paura, che ha combattuto i più feroci draghi e salvato innumerevoli principesse, fa la fila in farmacia, con il capo chino e le guance arrossate dal freddo.
Luca, terrore dei sette mari, bucaniere che teneva l’intero mondo nella sua mano, che tu sappia adesso studia Economia a Milano, e si trova sperduto in una città troppo grande per la provincia a cui era abituato.
Marta, principessa che avrebbe dovuto sposare il principe del regno e che non perdeva comunque occasione di seguirvi nelle scorribande attraverso i boschi, a caccia di chissà quali tesori, adesso guadagna quel che può con lavoretti occasionali, spendendo poi tutto per una dose di roba da iniettarsi in vena.
Chissà che non lo abbia sposato davvero, il principe, nel suo cervello bruciato.

E tu? Che cos’hai da dire, a tua discolpa? Hai combattuto contro i più feroci pirati per cosa, Peter?
Per diventare pirata a tua volta.
Per manipolare le persone, per ferire il prossimo in vista del tuo solo tornaconto.
E non dire che non ti piace, ne vai pazzo.
Tocchi il cielo con un dito quando uno dei tuoi machiavellici magheggi funziona.
Potresti dire che hai dovuto: sei stato costretto a crescere.
L’infanzia è meravigliosa se contestualizzata, ma nell’attimo stesso in cui uno fa esperienze, cresce. E crescere significa rinunciare all’infanzia.
Come in una crudele Isola che non c’è al contrario, dimentichi.
Dimentichi chi eri, le promesse che hai fatto, le avventure che hai vissuto.
Dimentichi i compagni, gli amici, le fate, gli gnomi, i pirati, le sirene, gli indiani, i cavalieri, i draghi.
Al loro posto, ti trovi a lottare contro politici, avvocati, sistemi corrotti, femme fatales, ipocriti, burattini, tir e motociclisti.
Quando Wendy ti domanda “Ragazzo, perché stai piangendo?”, forse risponderai mentendo ancora “Io non stavo piangendo”, estraendo la tua migliore espressione geimsbonda, ma nell’intimo non sarà mai per aver smarrito l’ombra; starai piangendo per un affare sfumato, per un esame rimandato, per una donna, per una malattia, per un qualsiasi dolore “adulto” e decisamente poco romantico.
Il Natale ti ricorda tutto questo: ti ricorda che sei un imbucato ad una festa in quella che un tempo fu anche casa tua, ma adesso sei avviato al mondo, con il tuo cellulare, la tua carta di credito e i tuoi cazzo di vestiti.
Nel momento stesso in cui si dubita di poter volare, si cessa anche di essere in grado di farlo.
I bambini sperduti adesso sono altri, quindi raus, aria, non ci sono sogni per te.
Non oggi, non in questa festa della speranza e dell’immaginazione.
Tu le hai perdute entrambe troppo tempo fa.

Ragazzo, perché stai piangendo? Niente, ho un attimo una bruschetta nell’occhio, non farci caso.

Ma ti piace giocare, si diceva. Fingere di averle ancora e, chissà, magari potresti ritrovarle. Guardi l’albero e il presepe con la triste consapevolezza che un tempo ti sono appartenuti, guardi il vascello di Capitan Uncino solcare i cieli sapendo intimamente di averlo già visto, forse solo in sogno, tanto tempo fa.
Se ti guardi allo specchio, però, non puoi negare di essere un pirata.
E il te stesso di una decina di anni fa ti farebbe segno di volerti dire qualcosa all’orecchio giusto per farti abbassare e poterti sputare in un occhio.
Sai che non c’era altra soluzione, però: che il cattivo sconfitto dal buono è roba da romanzi, che i buoni nella vita sono sempre presi a cinquine e che certi valori, per quanto meravigliosi, nobili e puri, sono destinati a non durare.
Sai che certe volte per sconfiggere un bastardo ci vuole qualcuno ancora più bastardo di lui, ed in questo ti sei trasformato.
Ti fa sorridere, questa condizione, di quel sorriso amaro che ormai conosci fin troppo bene, dispensato a quelle situazioni che riesci ad ingoiare solo innaffiandole abbondantemente con ironia e sarcasmo.

Giungi zoppicando alla domanda definitiva, quella che temi di più, e che ogni Natale ti pone inesorabile: Peter, allora? È cresciuto davvero?
Con la massima onestà intellettuale devi dire che sì, diamine. È cresciuto.
Ma non ha rinnegato i suoi valori, come alle volte crederesti.
Cerca sempre il bello, il meraviglioso, la sorpresa.
Si è costruito una corazza dura, sotto la quale è ben difficile riconoscerlo, e spesso si prende delle gran delusioni, ma non smette di cercare.
E quando trova altri bambini sperduti, certo, finge indifferenza, distacco, freddezza: la debolezza non gli sarebbe perdonata.
Ma in realtà se ne compiace, sorride, e cerca di difenderli, per quanto possibile: li difende con tutte le sue armi, tutti i suoi trucchi da pirata, da bastardo cinico e stronzo, perché lui ormai è condannato, ma il bambino sperduto no, non ancora, e quella magica purezza deve essere preservata, non può assolutamente andare in pasto ai pescecani come tutto il resto.
Esiste una stagione per tutto, e quella per essere fanciulli è purtroppo finita; quella per assaporare la magia del Natale si è trasformata in quella del rimpianto.
Ma è giusto così: che altri vivano quelle avventure. Che il cerchio giri.
Che si avvicini, il coccodrillo con il suo maledetto ticchettio, metafora di un tempo tiranno, incubo maggiore del capitano Giacomo Uncino.
Che cos’è Capitan Uncino se non un bambino cresciuto?
Un adulto frustrato e rancoroso, aggrappato a quell’età magica che lo ha abbandonato troppo presto e che per questo detesta?
Il suo unico peccato è stato quello di non saper accettare; di non lasciar correre, di non far largo agli altri; di non sapersi accontentare dello spazio tra il sonno e la veglia, dove ancora ci è concesso di volare.
Purtroppo, non si può rimanere bambini per sempre…perché “per sempre” è davvero un frappo di tempo.

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