Disquisizione antropologica sui rapporti amorosi, ovvero “come una sfitinzia ti fa fondere la cotenna”.

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Goethe oggi regna sovrano

Stamattina, carissimi springsiani, un post didattico.
Sì, che di modi per parlare di quello che ti pare sviando amabilmente la discussione da qualsiasi pretesto di argomento ne conosci davvero un fottìo.
Quindi, post didattico, si diceva.
Come appiovrare una sfitinzia che ti fa fondere la cotenna, battere il pezzo, evitare di accumulare fiumi di cinquine ed andare Brooklyn.
Come primo punto, metteresti proprio: non utilizzare il linguaggio da paninaro fricchettone della precedente frase, ma tant’è, non sarebbe neppure lo sbaglio peggiore.
Il peggior errore è sempre lo stesso, da quando Anahil sonnecchiava nella sua umida caverna e Debinah passeggiava con incedere da smorfiosa, che alla riunione condominiale per scacciare quei porci di pterodattili la vedessero bene tutti: l’uomo in buona sostanza non sta ad ascoltare la donna. Ma mica per cattiveria, eh, sia mai: solo, si dimentica, poveretto, dinnanzi a tutto quel ben di Gnag.
E così finisce che Debinah – che per rendersi attraente ha addirittura fatto il bagno al lago, stamani – sebbene abbia esposto teorie alquanto convincenti, che quelle schifo di clave a farle più appuntite ci vuole un attimo, non se l’è filata di striscio nessuno: la sua scollatura in quell’abito di pelle di montone, però, l’hanno ben chiara in mente tutti quanti.
E così si evolvono la metà delle interazioni sociali tra sessi opposti: l’orgogliosa proprietaria del corpo di Barr vuole dimostrare la sua indipendenza e la sua prerogativa di non essere solo un corpo senza cervello, mentre al proprietario del cromosoma Y del cervello gliene frega proprio una cippa lippa, e fingerà di ascoltarla con la bavetta alla bocca, immaginandola nuda.

Ma su questo punto tu non dovresti proprio avere problemi, che, a rischio di sembrare falso ed ipocrita, ammetti che dell’aspetto concupiscente della questione ti interessi abbastanza poco. Non l’hai scelta per il suo corpo – anzi, non l’hai scelta è basta: ti si è parata dinnanzi, come una rivelazione, e tu non è che potessi fare molto altro che osservarla rapito, non più padrone delle tue azioni e dei tuoi pensieri.
Le affinità elettive tanto care a Goethe vanno proprio a farsi friggere quando un’ondata di ossitocina travolge il tuo cervello: ma l’ossitocina per essere un’endorfina lavora strano, eh. Che in teoria ti servirebbe ad essere in ammmore quanto basta per giungere alla riproduzione, aspetto del quale, come si è detto, ti importa relativamente.
In compenso, hai trovato forse un rimedio: un interessante articolo pubblicato su Science una decina d’anni fa e che ha trovato conferme sperimentali di recente, ad opera della ricercatrice Naomi Eisenberger, ti spiega che le aree cerebrali deputate al dolore fisico sono in parte sovrapposte a quelle del dolore emotivo; per cui – sostiene la ricercatrice – un semplice farmaco, come il paracetamolo (Tachipirina per i profani), che abbia lo scopo di inibire il dolore fisico avrebbe un significativo effetto anche sul dolore emotivo. Non lo sai, ma intanto ieri sera ti sei imbottito di Tachipirina, e, strano a dirsi, stai un po’ meglio: se non altro vedi le cose con più lucida chiarezza.

Non sarà proprio paracetamolo, quello che vedi lì, ma l’obiettivo è il medesimo.

Stai studiando una tecnica d’approccio, una frase ad effetto da buttare lì come per caso, al momento giusto e nel posto giusto, che le riveli ciò che provi e che finalmente ti liberi, anche se magari un po’ malridotto.
Escludendo l’approccio gallo “Cioè, tipa…a casa tua o a casa mia?”, hai in mente una serie di stratagemmi davvero niente male. Stratagemmi in cui il balbettare fissandole le tette non è assolutamente contemplato, sia chiaro.
Per chiudere in stile paninaro, ad ogni modo, se poi non quaglia la brodaglia, ti spari un paninazzo che ti smeriglia la gargarozza e vai Brooklyn.

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