Ma pensa te il caso, o il destino, sì insomma, quella roba lì.

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L’espressione che hai adottato più o meno per l’intera giornata, davanti alle stupefacenti rivelazioni di cui si va a trattare

Ultimo post per ora sulla tua situazione tormentata, giuri. E’ che hai voglia di fare il punto della situazione, per quanto tu l’abbia già fatto altre mille volte con amici, tuoi e di lei; hai voglia di capire qualcosa di più, per quanto tutto ciò che era da comprendere sia stato compreso, e forse sei tu che non vuoi essere sincero con te stesso.
In ogni caso, scrivere di altro sembrerebbe ora vuoto e sterile, come il cammino che ti sei lasciato alle spalle e da cui fuggi, quindi non sarebbe proprio il caso.

Ci sono giorni in cui non puoi descrivere la tua vita in altro modo che non sia utilizzando le parole di un romanzo o di un saggio che hai letto.
Perché quei libri esprimono situazioni che, cazzarola, alla fine ti si parano davanti per davvero, mica fischietti.
E nemmeno il più deprimente libercolo da edicola scritto da un romanziere cencioso con l’infanzia da Jean-Baptiste Grenouille potrebbe avvicinarsi a quello che ti sta succedendo. Sono cose che non sono cose.
Per quanto tu possa credere di godere di una fervida immaginazione, se ti fossi posto davanti a questa maledetta tastiera con il dichiarato intento di scrivere qualcosa di poeticamente affranto, davvero, non saresti riuscito a fare di meglio di quanto il destino non abbia già provveduto a fare per te.
Destino, che detestata parola: è forse il nome che gli uomini danno ai loro errori, ciò nondimeno non tutto può essere deciso dal carattere. Non ciò che cade al di fuori della tua sfera personale di influenza.
Schopenauer ci aveva visto proprio giusto, paragonando la vita al gioco degli scacchi: “noi tracciamo una linea di condotta, ma questa rimane condizionata da ciò che piacerà di fare all’avversario, nel gioco degli scacchi, e dal destino, nella vita.

“Faccia la sua mossa, messere. Messere? Perbacco, questa sì che è astuta!”

Ma se lasciassimo da parte le digressioni teoriche e si passasse ai fatti, dite?
Che da laggiù in fondo già senti gridare “Che t’è successo, dottò?”.
Se fossero qui davanti, probabilmente, gli risponderesti “zitti, ‘on c’ho voglia, ‘sciatemi stare”, e ti gireresti dall’altra parte. Ma poiché sei davanti ad un monitor ed in qualche modo questa serata malinconica devi pur ammazzarla (visto che di studiare, al solito, neanche a parlarne per sbaglio in una conversazione tra ubriachi alle tre di notte), ti fai questo sbattone e raccogli i pezzi del tuo dolore.

Cominciando da un doveroso saluto all’unico lettore consenziente di questo blog (sì, dopo te li do i soldi per le sigarette, tranquillo), che è entrato suo malgrado in questa storia. Suo malgrado una cippa, comunque, che ha la prospettiva di chiavare più di un mandrillo in un salone di scimmie dal culo rosato presso Amsterdam. Quindi lo salutiamo, si diceva, rigorosamente senza fare nomi – visto che bravo, Fabione? Non ti ho nominato, non se ne è accorto nessuno.

Una diapositiva del suddetto mandrillo

Che c’entra nella storia questo tuo caro-carissimo-maledettissimo-‘tacci sua amico? Niente, in teoria. Tutto, in pratica.
Si consideri come nozione preliminare il fatto che è anche tuo vicino; tuo vicino significa, nuovamente, dirimpettaio della pulzella.
“C’ha l’obiettivo più grosso del tuo?”
Ah Ah. Simpaticoni.
Fonti autorevoli riportano che la pura e casta fanciulla in oggetto abbia una voglia matta di “congiungersi nell’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore” con questo individuo.
Il maledetto.
Lo stesso individuo, tra l’altro, che per più di un mese si è sorbito – muto, con la testa abbandonata sul petto e l’occhietto vispo di uno pronto a limonare durissimo con Morfeo – tutte le mie farneticazioni sulla nostra carissima&ingrifatissima amica.
Steecactsee.
C’è altro da dire? A te, personalmente, viene in mente solo questo: steecactsee.
Sorvoleremo poi sul fatto che l’amico carocarissimo una ragazza già ce l’avrebbe (visto, Fabione? Ho sorvolato, non lo diciamo a nessuno), ma alla fine chissene, ce l’avevi anche tu.
Eh, bei tempi.

Il Triangolo. Una accurata rappresentazione grafica della situazione. Tu sei l’ipotenusa, l’amicissimo e la fanciulla sono i cateti. Si vede già da qui che finiranno a novanta (ah ah, battutone).

Ti ricorda, comunque, con estrema gentilezza Thomas Mann, nel suo libercolo La Morte a Venezia, che “fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un’azione attiva, un trionfo positivo.”
Signor Tommaso, lo vada a prendere dove non batte il sole, va là.
Che a parlare son buoni tutti, ma non ti sembra che lui se ne sia rimasto in quella pallosissima compagnia di assicurazioni ad esaltare la sua “grazia nella sofferenza”, né ti risulta che se ne sia stato ad aspettare pazientemente i nazistoni a Monaco, dopo quella sua conferenza su Wagner che li aveva fatti infuriare abbestia, a dimostrare la sua “fermezza di fronte al destino”.

Come si dice, amico mio: se la vita ti da i limoni, fatti una bella limo…no, un momento…

Se hai una convinzione, questa notte, è che devi agire. Ed in fretta, anche.
Primo perché di confidarti con un laptop ne avresti anche un attimo pieni gli zebedei; secondo perché se non va in porto il ’93, va in porto l’amicissimo, e se non va in porto lui andrà in porto qualcun altro, e c’è poco da star qui a sniffare Coca Cola; terzo perché, come ormai sapranno tutti meglio di te, hai un esame, quindi scantati, devi studiare; quarto, perché lo scoprire quella pura fanciulla che avevi quasi idealizzato a tal punto immersa nelle “cose di mondo” non avrà certo scalfito il tuo affetto, ma indubbiamente il suo fascino un colpetto l’ha preso (ah ah); quinto, stai finendo le dita della mano che usi per contare, e non sono cose.
Tanto vale, a questo punto, che tu abbandoni la tua copertura jeimsbonda e le vada a dire a brutto muso che per te ce n’è: preparati dunque a trascorrere davanti allo specchio qualche minuto a provare il tuo migliore sguardo anti-cinquina.

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