Into the Fog, tipo James Bond. Ma anche no.

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“La nebbia del mattino”, di Marek Langowski

La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale.
Anche qui da me. Uguale. Anche se non è San Martino.
Quello che Cardù forse non sapeva, comunque, è che quando piovviginando sale, la nebbia, c’è poco da starsene tranquilli a scrivere poesie. Che vederti entrare un’auto in soggiorno perché l’ignaro e sprovveduto conducente non ha la più pallida idea di dove sia finita la strada è un attimo.
Ma non siamo qui a fare del moralismo spicciolo sulla sicurezza stradale, comunque, che ci pensano già quelli delle micromascins.
Siamo qui a dire che questa nebbia, in fondo, questa coltre di foschia che neanche in un romanzo di Stevenson, alla fine ti piace.
Ti piace perché se hai l’incommensurabile fortuna/sfortuna di abitare esattamente di fronte alla ragazza responsabile di tutto il patatrac del post precedente, almeno ti impedisce di vedere la sua finestra. E ti impedisce, se non altro, di trascorrere la giornata a fingere di studiare, alzandoti ogni 5 secondi alla ricerca di una luce, delle tapparelle, di un volto.

Ecco, uguale. Con la differenza che a) Hai le ossa integre b) Non hai vicino Grace Kelly c) Non stai spiando un assassino (almeno, non ancora) e d) Il binocolo brobdingnagiano da pervertito non lo usi. Ma forse dovresti.

C’è che poi stamattina l’hai vista, e ti ha parlato del suo appuntamento, tanto per, visto che non stai già abbastanza male.
Ma che fai in queste situazioni? Sorridi e annuisci, sorridi e annuisci, carini e coccolosi, e ti ripeti che non è mica colpa sua, alla fine. Che lei non ne ha la minima idea di quello che stai passando, ed è meglio così, o rischieresti a) di rovinare una bella amicizia, per quanto tu non sia più in grado di considerarla come tale e b) di rattristare anche lei.
E allora si tace, si ascolta che no, non se lo vorrebbe proprio chiavare al primo appuntamento, però neanche aspettare poi tanto, perché insomma, non sarebbero cose.
La guardi negli occhi, le sorridi, con i pensieri vaghi alle pagine dell’esame che dovresti preparare, che non hai proprio tempo per queste distrazioni, non ne hai mai avuto e vorresti non dovertene occupare.
Pensi che a te la solitudine è sempre piaciuta, e non sarebbe affatto male trascorrere l’esistenza sui libri amati, sulle leopardiane “sudate carte”; pensi che per creare una coppia dovrebbe esserci abbastanza spazio per entrambi, e ben sai che al tuo ego spropositato quello spazio va stretto.

Per cui, in linea di massima, di quelle cose tendi a non occuparti, le ragazze le tratti di fatto come oggetti, come fonte di svago a cui non dedicare troppo tempo.
Ma questa, cazzarola, perché occupa così i tuoi pensieri? Cioè, scansati un attimo, maledizione!
E mentre volteggi e precipiti in questi voli pindarici mentali, vedi i suoi occhi, le sue labbra che si muovono e dicono chissà che, e ti dici che forse sarebbe proprio bene ascoltarla, che nel malaugurato caso in cui formulasse una domanda, tu te ne potresti riuscire con qualcosa di diverso e decisamente più intelligente della tua migliore faccia da pesce lesso.

Tipo Giacomo Legame.
Bond: Sei una delle più belle ragazze che io conosca.
Tatiana: Grazie, ma forse ho la bocca troppo grande.
Bond: No, è della grandezza giusta… almeno per me.
(da “Dalla Russia con Amore”) rotfl

E ti chiede, in effetti; ti chiede di sedere con lei. Di parlare.
Ma da un lato, di roderti il fegato ascoltando del suo appuntamento e di come questo ’93 sia – ommioddio – fighissimo non ne hai proprio voglia; dall’altro, hai un fottutissimo esame tra una settimana, e il tuo inconscio sa se non hai la testa abbastanza tra le nuvole già di tuo.
Niente, allora, le dici che devi studiare, che ti piacerebbe ma no, non sono cose, adesso. La saluti, le sorridi, ingoi il dolore e te ne vai.
Te ne vai, come sempre.
Come tutte le volte che hai abbandonato ragazze perché c’era qualcosa di più importante, perché comunque ai tuoi studi pensi sempre con un certo carico di orgoglio, e cerchi di dare loro la precedenza.
Prima, però, non ha mai fatto così male.

Ed ora, nella tua camera, speri che ci sia una nebbia simile anche la fatidica sera dell’appuntamento, per nascondere ciò che sarà; per non pensarci, per mandare giù la malinconia, la sera, con un bicchiere di whiskey Laphroaigh nell’incertezza di ciò che è realmente successo, per concentrarti sui tuoi doveri.
Il fatto che invece tu sia qui a battere le dita sulla tastiera è assolutamente irrilevante ai fini della narrazione.

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