Una specie di introduzione pezzenterrima

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Venghino, signori e signore, venghino!

Eh, si soffre, si soffre. Così questo blog lo iniziamo proprio malissimo.
Non c’è scritto da nessuna parte (hai controllato, giuri) che il primo post debba essere esplicativo, ma c’è che alla fine l’esplicazione richiederebbe tipo tre secondi: su questo blog si scrive. E fin qui, direte voi.
No, ma di più: si scrive a caso. Di tutto. Per sempre. Amen.
Che uno studente di Medicina dovrebbe avere altro a cui pensare che vomitare le sue estemporanee considerazioni su una tastiera, gli è stato detto (al suddetto studente) innumerevoli volte.
Arrivi però ad un punto in cui non puoi più tornare indietro: in cui rimiri il percorso compiuto e ti accorgi di come sia diventato ad un certo momento vuoto e sterile. E c’è ben poco da fare, allora: abbandonare la partita o trovare il giusto modo per andare avanti, per cambiare, per renderla quanto meno più interessante.
Per guardarsi indietro, tra un anno o giù di lì, e sentirsi bene.
Dici poco: sentirsi bene.
Ma intanto si soffre. Si soffre per i più svariati motivi, compresi quelli che dopo una sonora dormita (che non ti concedi da diversi giorni, è il caso di dirlo: incubi maledetti) già sai che sembreranno futili e stupidi.
Eppure te li tieni stretti, quei motivi, ti ci crogioli, perché comunque soffrire un po’ è pur sempre meglio della fredda apatia in cui rischi di precipitare nuovamente.

Ed oggi, quando da tre giorni ti sei costretto a lasciare nel modo più elegante possibile la ragazza che frequentavi da circa un anno perché sei come un allocco caduto nella rete di una nuova fanciulla; quando ti ripeti che è meglio così, perché quella storia si trascinava avanti senza futuro da un frappo di tempo; quando ti accorgi che non sai se con questa nuova lei ci sarà mai qualcosa, ma sai benissimo che un suo sguardo o un suo sorriso valgono per te molto più di tutte le chiavate con l’altra; quando, con un certo sgomento, ti chiedi se davvero sei stato così fesso da ricadere nelle trappole dell’innominabile male che divora il mondo (non dirò mai “Amore”, no e poi no, non riuscirete a costringermi trallallà, non sento, trallallà); e quando infine scopri che la suddetta pulzella, più grande di te di almeno un lustro, ha un appuntamento tra tre giorni con un mastorchio della tua stessa età fisica, ma quella mentale è da definirsi; ecco, allora inizi seriamente a porti delle domande.
Ma dopo.
Che prima devono un attimo smettere di girarti, sennò decolli.

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