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L’Angolo di Barney – Un’introduzione

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Barney Stinson approva questo post. This blog is AWESOME!

Ti si dice dalla regia che sei troppo allegro.
Come se si potesse davvero essere troppo una cosa del genere.
Sei troppo ricco, sei troppo bello, sai troppe cose, sei troppo forte.
“Troppo” è un vocabolo troppo abusato.
E, abusandone, ti si dice di essere troppo felice.
Che è tipo un reato, una cosa che se ti vede uno di quei poliziotti perennemente scazzati dei film amerrigani, che hanno voglia di lavorare quanto di essere presi a picconate sui cabbasisi da un nano ubriaco, ti chiede Uè, ‘cazzo ridi?, e ti guarda con sospetto, perché di fatto l’allegria è strana, infida,Che cosa avrà combinato quello lì per sorridere così, si chiedono tutti.

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Ma nulla, commissario. Voglio solo uccidere Batman.

Ti sono arrivate delle e-mail da alcuni Irregolari – soprattutto sfitinzie, pensa te, si vede che nel periodo depresso ti uscivano robe che a confronto Moccia e Volo potevano andare ad aprire una pizzeria pret a porter – per informarti che sì, insomma, i tuoi ultimi post sono molto di ridere e poco di piangere, mentre i primi erano molto più commoventi.
Rispondi pubblicamente a tutti, dicendo che tra “commoventi” e “depressichesembratisiamortalanonna” c’è di mezzo il mare (non era così, il proverbio?) e poi che grazie al cactus, eri innamorato e vedevi tutto il mondo filtrato dalle romantiche endorfine che ti saturavano il cervello.
E ti si chiede anche che cosa sia successo, perché tu abbia smesso di soffrire.
Domanda molto interessante, questa.
Non tanto per il perché, quanto per il percome.
Il perché è presto detto, dalle ossessioni si esce, quando si trova la voglia e il coraggio di uscirne: il guaio è che anche una passione deleteria può diventare piacevole, se è caratterizzante.
Insomma, come dicevi a queste coordinate, c’è chi nel dolore ci si crogiola, ha paura di uscirne, perché quel che c’è fuori potrebbe essere ancora peggio.
Ti rifai alla filosofia del meglio cambiare, né?, lanciata da una compagnia telefonica che da cinque anni ha sempre le stesse offerte.

Insomma, se dovessi rispondere alla domanda perché hai smesso di soffrire, diresti che non hai smesso neanche per il cazzo, che soffri per altri motivi e che il dolore resta ineliminabile.
Ma citeresti anche Il Corvo, con il celeberrimo Non può piovere per sempre e, soprattutto, diresti che fa decisamente troppo caldo per continuare a portare la barba.
Vi ricordate quel post in cui scartavetravi i coglioni perché ti eri fatto crescere la barba?
Ecco, lì si iniziava.
Era una barba da separazione, condensatore di sofferenza, maschera che esprimeva la paura di affacciarsi di nuovo al mondo, perché l’ultima volta ha fatto un male d’inferno.
Nel suo testo che preferisci, il buon Umberto-erto-erto-erto dà una connotazione reazionaria alla barba.

Leggete che roba:

Eravamo agli albori di un grande rovesciamento di paradigma.
Ancora agli inizi degli anni Sessanta la barba era fascista – ma occorreva disegnarne il profilo, rasandola sulle guance, alla Italo Balbo – nel sessantotto era stata contestataria, ed ora stava diventando neutra e universale, scelta di libertà. La barba è sempre stata una maschera (ci si mette una barba finta per non essere riconosciuti), ma in quello scorcio d’inizio anni Settanta ci si poteva camuffare con una barba vera. Si poteva mentire dicendo la verità, anzi, rendendo la verità enigmatica e sfuggente, perché di fronte ad una barba non si poteva più inferire l’ideologia del barbuto.
Ma quella sera, la barba risplendeva anche sui volti glabri di chi, non portandola, lasciava capire che avrebbe potuto coltivarla e vi aveva rinunciato solo per sfida.

(Umberto Eco, da Il Pendolo di Foucault, cap. 13, pag. 70, Bompiani, 1989).

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Poi saresti tu quello che si spara i pipponi filosofico-semeiotici sulla peluria. Sì sì.

Cioè, se non si fosse capito, ti sei rasato.
La barba rappresentava tutto ciò che hai accumulato, tutte le tue esperienze, il dolore, l’amore, la voglia di vivere e gli insegnamenti appresi.
L’hai eliminata.
Sfrondi la personalità, elimini gli orpelli, torni alle origini e rinasci fresco e felice come una rosa.
Facciamo come una fenice, dai.
Non c’era bisogno di automigliorarsi.
C’era bisogno di autodistruggersi.
Avete presente Fight Club, sì?
C’è una frase in quel libro che calza a pennello: L’automiglioramento è masturbazione.
Perché spesso è inutile! È una perdita di tempo!
Automigliorarsi è come mettersi a lucidare le maniglie su una nave che cola a picco; è come pretendere di rendere più accettabile una casa in rovina con una mano di intonaco.
Ti schieri a favore della Setta delle Ombre ed ammetti che certe volte l’unico modo per salvare una città è aiutarla a cadere.
Ti sei distrutto, hai cancellato la sovrastruttura, ed ora ricominci da capo.
Un nuovo inizio.
Una barba assente, appena accennata, conferma che è lì, sotto la superficie, e che vi hai rinunciato solo perché non hai più paura di mostrare la tua faccia.
Mica bruscolini.

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Non è perché ti ficchi penne nel culo che diventi una gallina. È solo dopo che hai perso tutto […] che sei libero di fare qualunque cosa.
(Chuck Palahniuk, da Fight Club, cap. 8, pgg. 70-72, Mondadori, 1996)

Ora passiamo al percome, ed introduciamo così anche una nuova rubrica del 221B Baker Street, il vostro blog preferito nei secoli dei secoli amen: L’Angolo di … wait for it… Barney.
Un tuo amico, una volta, ti disse – testuali parole: per dimenticare una donna, scòpatene altre dieci.
Ora, non staremo certo qui ad analizzare il profondo risvolto psicologico, antropologico e sociologico che tale massima di saggezza popolare sicuramente nasconde dietro una formulazione un po’ rude e schietta… anche perché quando hai ricevuto questo consiglio ne avevi sinceramente piene le palle di filosofeggiare, volevi tirarti fuori dal liquame nel modo più pratico possibile, non stare ad ipotizzarne la consistenza.
Hai seguito un quinto del consiglio, e si è rivelato prodigioso.
Vorresti arrivare a seguirne un decimo in più, magari in città – che sarebbe più comodo – invece che sui monti assieme ad Heidi e alle caprette drugà che fanno ciao, come dicevi stamani anche al tuo politicante amico Ted, che salutiamo, visto che ci starà leggendo sicuramente.

Ted Ted Ted Ted Ted

Ti è allora venuto in mente di parlarne, di scrivere degli incredibili consigli venusiani che l’amico Barney ti fornisce su un piatto d’ argento ogni volta che ti rivolgi a lui con un sorriso triste e una bottiglia di scotch in mano.
Quindi, ne L’Angolo di Barney si parlerà di donne, della loro psicologia, dei loro spostamenti, delle loro dinamiche sociali, roba che Roberto Giacobbo può andare a giocare a biglie con Piero Angela sulla pelata di Enrico Ruggeri.
Si riporteranno le teorie più astruse sull’Universo femminile e sul mondo della seduzione, le tecniche di approccio migliori e più improbabili, i milleuno stratagemmi per giungere alla conquista della virginia (non lo stato americano, il distretto anatomico), i reportage dei pali più clamorosi, le conquiste più avvincenti et cetera.
La rubrica, inoltre, risponderà a domande che da sempre attanagliano la mente dell’internauta medio senza che questi si sia mai dato il tempo di trovare una soluzione (in buona sostanza perché non gliene frega un’infiocchettatissima, ndr), ad esempio:

1) Perché le sfitinzie dicono sempre il contrario di quel che pensano?
2) Perché, indipendentemente dal livello di confidenza raggiunto, la vostra ragazza non vi dirà mai chiaro e tondo quel che vuole, ma utilizzerà sempre perifrasi astruse nella vana speranza che voi cogliate il suo reale desiderio quando ormai tutto il sangue che potrebbe perfondere il vostro cervello è già affluito da un’altra parte (complice la forza di gravità, va detto a nostra discolpa)?
3) Che cosa rende le ragazze così incredibilmente ossessionate dalle scarpe?
4) Perché vogliono le coccole dopo il rapporto e si incazzano se per ovviare a questa perdita di tempo immane regali loro un orsetto di peluche talmente coccoloso che te lo saresti tenuto volentieri tu, brutta stronza ingrata?
5) Perché le tipe nei film porno quando slacciano i pantaloni ed estraggono il bazooka al partner fanno sempre la faccia sorpresa? Che si aspettavano di trovarci, l’uccellino del cucù?

E molto, molto altro!

L’Angolo di Barney si occuperà, ovviamente, anche di fornire a voi monsignor deboscia consigli e regole utili nel destreggiarsi nell’universo delle uteromunite, come la summenzionata Regola della Decupla Copula, o altre ancora più incredibili, come Il Principio dell’Emotività Neurale – atto a dimostrare come le decisioni prese dalle donne siano sempre e comunque inevitabilmente sbagliate – e La Terapia dell’Olmo, che tenta proprio di porre rimedio a questo problema.
Siete già curiosi, eh?
Ostregheta! Che sarà mai la Terapia dell’Olmo?, senti già chiedere un amico Irregolare veneto.

Si tratta di una rubrica incredibilmente bastarda, maschilista, misogina, con un tasso di celhodurismo talmente elevato che la bozza del primo articolo è stata incorniciata da Bossi e messa sul comodino così che la possa rileggere tutte le mattine prima di andare a, uh, “lavorare”.
Per cui avvisi le castrate (così in questa rubrica saranno d’ora in poi chiamate in modo generico le sfortunate portatrici del quarantaseiesimo cromosoma X) particolarmente suscettibili, nei giorni della gina ballerina o refrattarie all’ironia (e così sicuramente ne hai eliminato una fetta enorme) e le esorti ad astenersi dalla lettura.
Oppure leggano, ma non frùllino gli zebedei, che le si era avvertite.

Ora, per la gioia di grandi e piccini (ecco, i piccini magari metteteli a letto), un piccolo assaggio, perché sei sicuro che la curiosità riguardo alla Terapia dell’Olmo stia rodendo lo stomaco al nostro amico veneto.
Eccola a voi, allora, dritta dritta dalla sterminata saggezza dell’amico Barney Stinson (così chiamato per difendere la di lui incolumità… o la di lei).

Terapia dell’Olmo, trattamento aviopenico, da somministrare con cautela, nel tentativo di prevenire l’esplosione emozionale ovarica che conduce inevitabilmente la castrata a prendere decisioni irrazionali e sostanzialmente stupide.
La castrata si pone a quattro zampe di fronte ad un grosso olmo, con la testa a circa un centimetro di distanza dal tronco.
Fatto questo, lo studente deve iniziare a, uh, stantuffarla da tergo, cosicché un colpo dietro corrisponda, per la terza legge della dinamica di Newton, ad una capocciata davanti.
Secondo gli studiosi, questa è l’unica cura per far fronte ai numerosi disagi mentali femminili.
Il successo è maggiore se si riesce a procedere per terzine: skiaff-dàng, skiaff-dàng, skiaff-dàng.
È un metodo meno invasivo della lobotomia, ed in grado di produrre risultati oltremodo soddisfacenti.

Siamo partiti cattivissimi, eh.
Dai, castrate fanciulle, si scherza.
Vi si ama tutte quante.

Baker Street News: Trailers come se piovesse!

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John Constantine venduto alla concorrenza dei supertizi in mutandoni!

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The Flash col costume da pistola!

E molto, molto altro!

In questo periodo di propaganda spietata, dove i politicanti si aggirano per le buie strade dell’internetto armati di un sorriso smagliante, volantini dalle foto “al limite dell’osservabile” [semicit.] e promesse che non hanno assolutamente alcuna idea di mantenere (Vi restituiremo il magazzino Planeta De Agostini! Sì! Con tutti i numeri di Flash che vi mancavano! E faremo riprendere le riprese di Firefly! Ricominceremo Dottor House con il doppiatore originale! Votateci! Votateci! La volete una DeLorean con il flusso canalizzatore nel parcheggio dell’ateneo, per arrivare sempre puntuali a lezione, anche se vi svegliate alle undici e mezza? Votateci! Votateci!), mancava in effetti quella luce in fondo al tunnel che raccontasse storie serie e epiche, passioni genuine e totalmente disinteressate, forse frutto dell’immaginazione, ma per questo terribilmente reali.
E mentre guardi i volti di amici candidati senza riuscire a scacciare dalla mente le scene finali de La Zona Morta di David Cronenberg, anche tu senti il bisogno di tornare a scrivere robe di ridere, o comunque robe più serie della politica, che ci vuol poco.
Basta essere un minimo coerenti (ah! Brucia!).

Che poi, oh, non scherziamo (Ragazzi, ma siam pazzi?).
Dall’ultimo post sul tabagista imbroglione in impermeabile da pervertito al parco è passato un mese.
E ne succedono di cose, in un mese.
Ad esempio, succede che non sarà tabagista neanche per un cazzo: la NBC ha stabilito che fosse troppo, uh, diseducativo permettere a Giovanni Constantino di tenere sempre la sizza in bocca, e allora no, niente, a monte, mangerà cingomme, come nel tristissimo finale del Constantine cinematografico.
Un dubbio si insinua a questo punto nei meandri della mente leggero e discreto come un elefante col Parkinson nel soggiorno di tua nonna: se le sigarette sono politically scorrect, il resto del fumetto, allora?
Perché diciamocelo, in Hellblazer il fumo è un elemento persistente, occhèi, ma anche il meno violento, cinico o sconvolgente.
Se censurate il fumo, poveri idioti di produttori (Goyer, tu quoque!), censurerete anche tutto il resto, sì?
Perché volete trarre una serie da un’opera così spiccatamente turpe ed eticamente problematica se avete il bagaglio morale ereditato dalle storie di Topolino?
Che francamente, se te ne devi stare con l’ansia di vedere il tuo personalissimo eroe dei fumetti – scelta più o meno condivisibile, diciamo che Constantine sarebbe più che altro un ottimo amico, un eccellente compagno di bevute – andare in giro a dire Caspiterina, demone malvagio! Mi hai turbato i sentimenti con il tuo fare irrispettoso! Il potere della Scoolacciata Magica ti punirà! mentre si rigira in bocca un Chupa Chups alla fragola, ecco, insomma, preferiresti riguardare il film lungometraggio di Dylan Dog.

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Nella nostra realtà, l’incubo è un film di Dylan Dog che con l’Indagatore dell’Incubo non c’entri un’infiocchettatissima.

ndr.L’autore dell’articolo, visibilmente alterato, si è concesso questa licenza poetica, ma occhio: NESSUNO può voler guardare una seconda volta e di sua spontanea volontà il – si perdoni il termine – “film” di Dylan Dog.
Bambini, non prendetelo sul serio.
Scherzava.
Non fatelo a casa.

Tra le cose che sono successe questo mese, c’è che è uscito il trailer di questa carnevalata serie TV.
Trailer che, in un accesso di gentilezza del tutto ingiustificato, si linka a voi deboscia qui sotto.

Visto che roba?
Cioè. Visto le FOTTUTE MANI CHE PRENDONO FUOCO?
Visto Chas, il fidato amico e tassista personale di Constantine, legato a lui da un debito di riconoscenza che si perde nella notte dei tempi trasformato in un FOTTUTO ANGELO che le tre Streghe si spupazerebbero volentieri a turno e ‘fancoolo anche a Leo?
La Magia è stata presa come un dato di fatto: c’è Constantine, c’ha i poteri e bona lì. Esattamente come ti aspetteresti da un Constantine venduto al merchandising dei supertizi in mutandoni in New 52.
Ma in Hellblazer la Magia non è mai qualcosa di dichiarato.
Leggetevi la serie, o il meraviglioso The Books of Magic di Neil Gaiman (di cui scapperà a breve una recensione, occhio pinocchio).
L’arte esoterica non è un dato di fatto, non sono mani che prendono fuoco o angeli che piombano in strada scavando crateri che Michael Bay ci stapperebbe lo champagne.
La Magia è psicologia, è introspezione, è investigazione dell’animo umano spinto ai massimi livelli; è controllo dei propri stati fisiologici per giungere a stati alterati di coscienza, è evocazione volontaria di allucinazioni e distorsioni sensoriali; è la consapevolezza che l’Universo è un gioco di specchi, e che orientando quello che ci è più prossimo in un certo modo sarà possibile ottenere un certo risultato ad una certa distanza.
È la possibilità di generare effetti macroscopici nel mondo reale a partire da cause microscopiche nel mondo mentale.
La Magia è interazione quantica, è il percorso deviato di un atomo per andare a collidere là dove è necessario, è sintonia delle frequenze cerebrali con vibrazioni diverse, è una destrutturazione delle convinzioni, per aprire le porte di Mondi Altri.
La Magia è programmazione neurolinguistica, persuasione, capacità di comunicare ed anche gioco di prestigio, perché no.
La Magia è inganno (e si è tornati a parlare di politica) fatto in buona fede (ah, no).
Non è nulla di eclatante o eccessivamente scenico, ed è necessario che non lo sia: ci circonda, e sarebbe un casino se le persone ancora “addormentate” se ne accorgessero.
Constantine non è un bastardo perché sì, perché fa figo e si rimorchia di più; è un bastardo perché quello che fa gli impone di esserlo, se vuole salvare la pelle, e perché il sarcasmo e l’ironia sono l’unico modo che ha per non perdere la ragione, in un mondo di dolore e dove reale ed irreale si mescolano senza possibilità di discernimento; anzi, dove l’Irreale diviene l’unica realtà.

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Ecco, tipo così.

L’inizio del trailer è decisamente yeah, però: John nel manicomio, ambientazione cupa al punto giusto, riconoscente quanto basta all’Arkham di H.P.Lovecraft; la sua strafottenza spinta agli estremi e richiamata a riva, un attimo prima della fine, da un senso morale mai completamente chiaro, o da un debito contratto chissà quando con se stesso e la sua anima.
Tanti elementi positivi e tanti beh va beh, decisamente un buon potenziale e davvero una grande, grandissima voglia di scoprirne gli sviluppi.

Ma non c’è solo Constantine, nel perverso mondo fumettistico che si sta srotolando in maniera logorroica sul piccolo schermo nella speranza di cavalcare la nerdonda sfornando pootanate pazzesche.
Ci sarebbe anche il trailer di Gotham (non ve lo linko, non sono mica Babbo Natale fuori stagione), che mi sembra tanto una sorta di CSI con la comparsa ogni tanto di qualche bimbo chiamato Bruce Wayne, Harvey Dent o Selina Kyle per far felici i nerdfan.
Sì, insomma, sembra un po’ JL8.

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Con tipo Alfred che cambia il bat-pannolino

C’è anche The Flash, di cui andiamo a parlare in supervelocità (ah ah!)
Dopo l’apprezzabile la serie TV degli anni novanta, del tizio vestito di rosso con gli addominali in gomma piuma e le ‘recchie a forma di alette di plastica che svolazzavano nel vento, ci si riprova.
Il pilot di quella vecchia serie, in fondo, non era male, ma forse per i telefilm vale lo stesso tacito accordo che la società impone sulle persone: una volta dipartite, tutte belle-buone-brave.

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Beh va beh

Diremo che Flash (o meglio Barry Allen) è il supertizio in mutandoni che hai seguito con più piacere nel cartaceo mondo della nona arte: il suo trovare una soluzione a tutti i problemi, la sua indole scientifica ed analitica in grado comunque di assecondare le richieste cardiache del cuore, la sua positività, l’energia che scaturisce dentro ed al di fuori dello Spirito della Velocità te lo hanno reso accattivante già da quando Mark Waid sussurrava con devoto rispetto il suo nome nella sua gestione del personaggio, dove però a vestire di panni del Velocista Scarlatto era il nipote, Wally West.
È con la saga di Rinascita, però, scritta da un Geoff Johns all’apice delle sue energie che il personaggio è salito di diritto nell’Olimpo delle tue letture supereroistiche preferite.
La capacità di Johns di recuperare un eroe che sembrava aver già donato tutto il suo potenziale e riportarlo in un ambiente di supereroismo genuino e tradizionale – in un periodo in cui i tizi mascherati scalciacooli e dalla dubbia moralità andavano per la maggiore – eppure sempre al passo con i tempi gli è valsa un high five pieno quando lo hai incontrato, quasi due anni fa, al Lucca Comics&Gheims.

Ma poche ciance: regia, il trailer, per piacere.

Opporcapaletta, Zoom.
Opporcapupazza, segue per davvero la continuity di Johns a partire da Rinascita.
Esaltante, carico di grandi aspettative, il trailer che tutti stavamo aspettando.
Tutti e tre noi fan di Flash.
Bella la resa dell’eroe in corsa, meravigliosi i turbini di energia elettrostatica generati dalla Speed Force, geniale la citazione forrestgampa, evocativo il dialogo con Oliver Queen.
Qual è il suo “ma”?, ti chiederebbe a questo punto Ted se fossi comodamente seduto sul divano di How I Met Your Mother.
Il “ma” è ben chiaro a tutti, amici miei: con quel costume sembra troppo Sheldon travestito.

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Zum Zum Zum Zum!

Post Scriptum: immagine machebellidea del giorno: Iron Flash.

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Proviene da un film amatoriale su Flash. Se volete cercarlo e magari – dio ve ne scampi – vederlo, si ricorda che questo blog ha unicamente fini ludici e il redattore non è imputabile per l’uso che lo sprovveduto e temerario lettore ne fa.

Baker Street News: una serie TV su John Constantine. O anche su John da solo.

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Che ci volete fare se quelli della DC volevano più money e mi hanno infilato in mezzo ai tizi in mutandoni?

C’è che una new o, come la chiameremo d’ora in poi, una niù, per essere tale, deve essere, uh, nuova.
Che se spacci per niù la vittoria dell’Oscar da parte di Sorrentino, ormai, non ti prende più sul serio nessuno, e rischi anche di ricevere qualche sputo sull’occipitale.
Il guaio è che certe cose non hai sempre voglia di scriverle proprio subito subito, allora scalano nel tuo interminabile Elenco di Post da Redigere Prima o Poi, che a confronto la lista dei debiti di Donald Duck è lo scontrino del bar per il caffè pomeridiano.
E allora oggi peschi da quella lista una notizia che, quando è stata annotata timidamente sul suddetto pezzo di carta della morte, era perdavveramente una niù.
Adesso boh, non sapresti: ma speri sempre che qualche lettore ne rimanga un minimo interessato.
Parliamo del bastardo imbroglione tabagista in impermeabile di cui si era accennato al termine di questa digressione inutile qui.
Partiamo da Joss Whedon, quel tipo che c’ha la fissa per il sesso strano ed ha fatto una serie dove una graziosa ed innocente fanciulla CONFICCA PALETTI DI LEGNO in culoore a maschi decisamente molto brutti, che Calderoli a confronto è un California Dream Man.
Questa patacca stellare da epistassi che guarda distinta signorina si chiama Buffy, si legge Baffi e non sai perché, visto che è sempre rasata che la Venus ci farebbe volentieri causa, senti.

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Dai, seriamente: ad una così, che ci vuoi dire? Non si possono esprimere commenti oggettivi su questo telefilm, quindi non diremo che è sostanzialmente una pootaanata pazzesca. Non si dice.

Comunque, Joss Whedon, si diceva.
Due anni fa ha pensato bene di girare questo film dove sei drugà vestiti stranissimo prendevano a cinquine un tossico vestito ancora più strano di loro, e fin qui tutto bene.
Tutto benissimo, anche, perché The Avengers è piaciuto un botto a tutti; e se a qualcuno non è piaciuto, ci pensava la Scarletta a rimettere le cose nella giusta, uh, prospettiva.
È partita allora questa serie tv, Agents of SHIELD, che narra le gesta dell’organizzazione capitanata da Nick Fury dopo tutto quel gran casino che un dio un po’ bischero ha combinato a Nuova York.
Alla Distinta Concorrenza DC, la casa fumettistica detentrice dei diritti di gente in mutandoni quali Superman, Batman, Lanterna Verde, Flash eccetera, questa cosa ha fatto un po’ storcere il naso.
E che sono, io“, chiede concitato Jeffrey Bewkes, presidente della Warner, casa cinematografica che attualmente detiene i diritti del fumettame DC a Diane Nelson, presidente(ssa) della Detective Comics “il più stronzo?
Ma no che non lo sei, Jeffrey, dai, non fare così.
Christopher Nolan ti ha regalato una trilogia del Cavaliere Oscuro che lèvati, resterà nella storia del cinema, cosa rara per un cinegiornaletto.
Sta anzi lavorando con Snyder per tirarti fuori un rebùt di Superman che scalci cooli, stai tranquillo, stai.

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Ripensandoci, Jeffrey… agitati un po’, che questo qui ti tira giù tutta Metropolis senza ritegno.

Adesso noi non staremo qui a discutere del come e del perché Man of Steel sia a tuo avviso una pootaanata pazzesca, ma diremo comunque che, per contrastare questa ondata di Marvellismo incontenibile, la DC e la Warner pensarono bene di avviare una campagna analoga per i loro prodotti.
Era già in cantiere Arrow, ed era anzi già iniziata ai tempi del pilota di Agent of SHIELD, ma non bastava.
Di più“, grida Jeffrey con gli occhi ormai iniettati di sangue. “Di più!“.
Gli sceneggiatori provano a spiegargli che il materiale è quello, che, insomma, i supereroi sono stati quasi utilizzati tutti, e più di mettere in cantiere uno spin off di Arrow il cui protagonista sia Flash (e se ne parlerà presto, tranquilli) e una serie tv incentrata su Wonder Woman ed intitolata Amazon (serie che – ti informa la tua cara amica e lettrice nota all’internetto ed a tutti i deboscia che guardano le ficscion sottotitolate come Knock^3 Penny – sarebbe dovuta iniziare già nel 2013, ma è stata posticipata per trovare un’attrice con le zinne adatte fare le cose per bene) non possono proprio fare.
Jeffrey non ci crede, non vuole crederci.
Piglia un giornaletto a caso, lo sfoglia, si sorprende di quante figure ci siano.
Poi lo sbatte in faccia agli sceneggiatori, indicando un personaggio: “ ‘sto stronzo con le ‘recchie da topo, ce l’abbiamo una serie tivù su di lui, sì?“.
No, dicono quelli, ma dopo Nolan chi ci ha più il coraggio di mettere le mani su Batman, siamo seri.
E questo coglione brizzolato con i baffi da p0rnodivo?
Ma no, non ce l’abbiamo, ma davvero vuole fare una serie con solo Jim Gordon?
Quello tace.
Gli luccicano gli occhi.
Di più“, mormora, con la bava alla bocca.

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Con un interprete che non c’azzecca un’infiocchettatissima, tra l’altro.

Giungiamo al punto. Ogni tanto te lo si dice che parti per la tangente, poi finisce che il post termina senza che tu abbia scritto quel che volevi scrivere, alla Heidegger.
In questo tripudio di serie TV e film fumettistici è caduto anche un tuo personalissimo eroe.
Diciamo pure il tuo personaggio del mondo delle vignette preferito, a pari merito con Dylan Dog (più che altro perché è qui di fianco, sapete, non vorresti offendere).
Rullo di tamburi.
Stiamo parlando di
wait for it
John Constantine.
Del motivo per cui il fumetto Hellblazer sia così meravigliosamente meraviglioso e del perché il suo protagonista sia praticamente un tuo doppio nel mondo della Nona Arte parleremo magari un’altra volta.
Per ora, via con le indiscrezioni.
John Constantine fu ideato da quel discreto geniaccio di Alan Moore per le pagine di Swamp Thing, traendo ispirazione dalla fisionomia dell’allora cantante dei Police, Sting.
Chi lo interpreterà in questa serie TV, chiamata in un pazzerello guizzo di originalità Constantine?
Pare che la scelta sia caduta sull’ attore britannico Matt Ryan (reso celebre che ha già recitato in Criminal Minds); e devi ammettere che nei panni del personaggio si è calato a pennello.

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Daniel Cerone (Dexter) scriverà la sceneggiatura insieme a David Goyer (Batman Begins), che sarà anche produttore esecutivo. Il pilot sarà diretto da Neill Marshall (Game of Thrones).
Che cos’altro sappiamo?
Sappiamo che Constantine sarà inglese, ma la serie sarà ambientata a Nuova York (“Come gli Avengers! Come gli Avengers!“, ha urlato in faccia agli sceneggiatori il nostro amico Jeffrey), e già qui gli affezionati del fumetto inizieranno a storcere il naso.
Più che altro, per la puzza di quel primo tentativo di trasposizione cinematografica, nel 2005.
A tuo avviso, Constantine era un bel film, anche se si trattava ovviamente di un prodotto estremamente diverso dal fumetto.
Molti lo hanno odiato, e chissà se questa serie avrà il coraggio di rimanere fedele alla sua versione cartacea (parli di coraggio perché… beh, ma perdinci, leggetelo!) o se sceglierà una via di mezzo tra la trasposizione cinematografica e le storie di Delano ed Ennis.

Le riprese dell’episodio pilota verranno effettuate sia nella città di New York che nella sua periferia, e molte scene verranno girate nell’Ospedale psichiatrico di Ravenscar, notizia che donerà una gentile dose di occhioni a cuoricino per gli amanti del fumetto.
Ma rincariamo: leggi su BadTaste che il protagonista verrà rappresentato come “un truffatore e un misterioso detective dell’occulto (sì, esatto, tipo Scooby Doo, ndr), ossessionato dalla recente perdita dell’anima di una giovane ragazza. Non estraneo al mondo oscuro degli inferi che esiste in parallelo al nostro, Constantine ha iniziato a studiare le arti oscure quando era solo un adolescente (nello stesso periodo in cui i coetanei scoprivano le gioie dell’onanismo. Ok, la pianti.).
Da solo ha imparato a pronunciare incantesimi, rituali, maledizioni e persino giochi di prestigio, ma la persona che più desidera vedere e che, almeno per ora, rimane al di fuori della sua portata, è sua madre – morta per darlo alla luce (che acquisto! niente, è più forte di te).
Quando Liv, la figlia di un amico deceduto, viene presa di mira dai demoni, Constantine interviene per salvarla e i due formano un’alleanza.”
Nel pilot sarà presente anche il personaggio di Papa Midnite, un boss della mafia immortale che opera fuori New York, visto per la prima volta nel primo numero di Hellblazer. Descritto come un uomo d’affari e un praticante di riti vodoo, Papa Midnite, per Constantine, è a volte un inusuale alleato e a volte un nemico.

Ogni medaglia ha però anche un rovescio, perciò calmate il gorilla che avete sulla spalla e ti si segua.
Vi sono infatti alcune palesi pootaanate a cui i nostri ingenui amici sceneggiatori stanno andando incontro. Ad esempio, la storia dell’angelo custode Manny, interpretato da Harold Perrineau, che oltre a far perdere l’alone di epicità del personaggio – estremamente figo perché sempre estremamente solo – fa anche un sacco Streghe, esattamente il tipo di serie tv che se non ci sbatti tre belle fanciulle come protagoniste procederà sempre zoppicando.
Inoltre, il mitico Chas, amico e tassista di John, disporrà di particolari abilità soprannaturali, cosa che, oltre a snaturare il personaggio, rischia di renderlo troppo poco umano, quando invece la sua funzione è spesso quella di riportare John un po’ con i piedi per terra, oltre a scarrozzarlo con il suo taxi da un punto all’altro dell’Inghilterra.
Si riparlerà di Constantine su queste coordinate, garantito.
Per ora, incroci le dita e speri che ne esca un prodotto decente, e non una di quelle marchette fatte in serie per far felice Jeffrey.
Altrimenti, sai cosa, gentilissimo presidente della Warner?

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Se una mattina di primavera, un Indagatore dell’Incubo…

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Questa volta Chandler non c’entra, giuri.

Stamattina eri seduto in camera, alla scrivania.
Stavi cercando di disegnare ua sezione di cuore che non sembrasse un carciofo, con le valvole mitrale e tricuspide un po’ diverse da ciuffetti di erba non meglio identificata.
Ad un certo punto, senti bussare alla porta.
Avanti, gridi.
Non ha mai funzionato, questa cosa.
Chissà perché, le pareti di questo posto sono sottili che sapresti dire con certezza chi ha starnutito e a che ora, ma quando si tratta di dare il permesso a qualcuno di entrare, sembra improvvisamente di essere finiti nel bunker antiatomico della batcaverna.
Stavi pensando seriamente di installare un sistema di apertura porta simile a quello dei Goonies, mentre ripevi la tua esortazione ad entrare.

Tipo. Magari senza galline, che tenerle in camera sembra brutto.

E chi entra?
Proprio lui. Cioè, non ci potevi credere.
Con le sue scarpe chiare, i sui jeans, la sua inconfondibile camicia rossa che è sempre un discreto pugno nell’occhio e la giacca nera da becchino, rubata all’amico Dellamorte.
Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, fa il suo ingresso trionfale.

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Dylan Dog, gente. Che storia.

Controlli che i sigari che hai fumato ieri sera fossero davvero sigari, e vedi che sì, lo erano.
Questa non è un’allucinazione.
Hai smaltito l’ultimo sorso del tuo amico Jack Daniel’s da tempo, ormai, quindi anche l’alcol è da escludere.
Quindi, la verità è questa: Dylan Dog è in camera con te.
Avresti preferito Valentina di Crepax, ma non facciamo i gianfransuà.
O forse, semplicemente, avevi bisogno di un pretesto ed hai invitato l’Indagatore dell’Incubo a fare quattro chiacchiere.
Fate voi.

Doc, ho bisogno di parlarti, mi fa.
Fai il superiore, come se non avessi una fottuta leggenda davanti a te, e lo inviti a sedersi sulla poltrona.
Lui si siede, adottando la tipica postura sgangherata che lo ha reso celebre.
E ci sta da dio.

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Da qualche giorno mi tormenta un ricordo. Il ricordo di un amore. Del Grande Amore.
E vorrei parlarne con te, che sei uno psicoterapeuta mica da ridere, mi ha detto Bruce Wayne.
Discorriamo tranquillamente, dai.
Parliamo
della Vita, della Morte e dell’Amore.
Non sai come funzioni la mente di un personaggio di un fumetto, se si renda conto di essere fittizio o meno. Ma proprio noi uomini dobbiamo rimproverare a qualcuno la falsità?
Facciamo finta di niente, allora, e sorvoliamo anche sulle sue ultime parole, che non sai siano o meno una battuta volontaria.

Quante storie, Dylan.
Quante avventure, quante donne, quanto dolore e quanta passione.
Scriveva Carlos Ruiz Zafón nel romanzo che lo ha reso celebre, “L’Ombra del Vento”, che si ama veramente una sola volta nella vita.
Prendendo per vera questa massima, Dylan, in quale angolo remoto corre la tua mente, la tua sconvolta memoria? A chi doni questo importante ed infame titolo, chi è stato il tuo grande amore?
Quella relazione pura e sincera, così distante dal banale sesso che ottieni da quasi ogni tua cliente, che forse anzi non ha nulla a che fare con il sesso, perché di altro si parla, qui, si parla d’Amore.
E le tue sono questo, lo sono sempre state: grandi storie di Morte e d’Amore, anche perché la vita non è composta d’altro, se non dalle infinite sfumature tese tra questi due estremi.
Allora tralascia i commenti sull’avvenenza della nuova cliente, posa il clarinetto ed abbandona il galeone sulla scrivania, per un attimo.
Sei un puro, i tuoi principi morali ti rendono l’uomo che sei, un eterno ragazzo che vuole credere fermamente a ciò a cui da la caccia, sebbene lo scetticismo e la ragione si insinuino sempre e ti facciano dubitare di tutto, da bravo detective.
Proprio in virtù di quei tuoi principi morali, sono sicuro, mi risponderai sinceramente: qual è il tuo Grande Amore, Dylan?
Un nome si fa strada, emerge, giunge alle labbra, viene liberato.
Marina

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Comunicazione di servizio: cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggere, deboscia.

I capelli, quei meravigliosi capelli dal colore cangiante, ora biondi, ora castano chiari, morbide chiome in cui affondare il volto, sognando di addormentarcisi sopra; o le labbra, quelle morbide labbra che, quando sfiorano le tue, sono come il primo sorso di vino dopo aver attraversato il deserto; e gli occhi, mio dio, vogliamo parlare degli occhi? Quei pozzi celestiali e profondi, che sembrano celare la conoscenza del mondo, i segreti più reconditi del suo animo, che è anche l’unica parte di mondo che realmente ti interessa, adesso, vogliamo parlarne? Quelle acquose e dolci promesse che ti cercano, ogni tanto, e sembrano illuminarsi – povero illuso – trovando riscontro nel tuo sguardo perso, così a fondo che potresti affogare.
Marina.
Parlami di lei, Dylan.
Lasciati andare.
Tu mi hai ascoltato e consolato così tante volte, nei miei giorni peggiori, e mi hai accompagnato per mano verso i successi, rappresentando un valido modello di vita.
Ti devo questo piccolo, insignificante favore.
Parlami di lei.

Mi rivolge uno sguardo assente, come se gli avessi appena chiesto di staccare la luna dal cielo con un cucchiaino.
Poi abbassa gli occhi, li chiude.
Si rilassa. Inizia a parlare.
I silenzi, doc. Sono quelli che fregano. I silenzi.
Le reticenze.
Le parole pensate e non dette, che vagano sulle labbra come un satellite attorno al suo pianeta, senza mai avere davvero il coraggio di giungere al punto centrale.
I silenzi ti fanno innamorare, perché possono essere tutto e niente, possono racchiudere i segreti del mondo.
Lei aveva questo vizio.
“Senti …”, mi faceva. Ed appena rispondevo, appena mi voltavo, lei mi guardava con uno sguardo insieme triste e divertito.
Restava in silenzio.
E dopo qualche secondo terminava con “niente”.
Mi mandava ai matti questa cosa, davvero. Mi faceva impazzire.

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Che cos’era quel silenzio? Voleva dire come sto con questo vestito?, oppure guarda che hai una scarpa slacciata? O era qualcosa in più?
Era forse il preludio ad un
ti amo mai espresso?
O, per evitare di esagerare, magari anche qualcosa di meno dell’Amore, ma comunque importante, qualcosa da portarsi nel cuore come un amuleto, da rigirarsi tra le mani nelle sere particolarmente malinconiche, mi spiego?
Qualcosa tipo
per me sei veramente importante o ancora tu sei l’unico che mi abbia mai veramente capito.
Non so perché l’ho detto.
Non è vero, credo di non averla mai capita a fondo.

Mi sorge un dubbio, in questo momento. Ma è troppo terribile, e lascio correre.
Mi concentro su Dylan, poverino, lo vedo davvero affranto.
Ho l’impulso di propinargli la mia stessa medicina per questi casi, ed allungo la mano per invitare nella conversazione il mio vecchio amico JD … poi mi rendo conto che è mattina, e ricordo che Dylan ha smesso di bere, quel bravo ragazzo, un altro atto eroico da cui dovrei prendere esempio.
Quindi nulla, resto seduto e propongo un caffè che, so già, verrà rifiutato.
Non ci resta che continuare il viaggio, che approfondire la storia e scendere al livello ultimo della sofferenza, la cui conoscenza è necessaria, se si vuole risalire.
Così gli chiedo di dirmi di più. Come ha conosciuto questa sua ragazza? Quanto tempo …

Non è mai stata la mia ragazza, mi interrompe.
Ma come, Dylan, il grande amore della tua vita … non è mai stato tuo?
No. La nostra non è mai stata una storia, ma è stata qualcosa di più, a mio avviso.
E’ stata
l’ipotesi di una storia, e quindi la storia perfetta, perché non potrà essere logorata dal tempo, dalle abitudini, dalla noia.
Giuda ballerino, doc, sto parlando come te.
Ed il mio quinto senso e mezzo mi dice che non è un caso.

Ci guardiamo. Di nuovo quell’inquietante sospetto fa capolino dal retro della mia fronte, e di nuovo lo ricaccio dentro, che sia maledetto.
Lo sguardo che ci scambiamo è ricco di significato, lo sguardo che si scambiano persone che iniziano ad intuire la situazione in cui si trovano, ma non hanno il coraggio di esplicitarla, magari semplicemente perché sembra troppo assurda.
Fingiamo che vada tutto bene.
Il silenzio ci salva ancora una volta.

Stavo dicendo … no, non siamo mai stati insieme.
E forse è per questo che la amo. Che l’ho amata, volevo dire.
Il fuggevole contatto di un secondo, le nostre dita che si sfioravano quasi per caso, quegli sguardi rubati e sfociati quasi sempre in un accesso di riso, quelle carezze furtive che facevano rabbrividire la pelle … tutte queste cose valevano più di un qualsiasi contatto più intenso e schietto, perché ne rappresentavano il preludio, il prototipo, l’idealizzazione e, quindi, la forma più perfetta ed inviolabile.
In quei contatti di un secondo c’era più amore che in un prolungato abbraccio di routine.
Capisci quel che voglio dire?

Resto zitto.

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Qualcuno, non mi ricordo chi, ha scritto che L’Amore vero è solamente quello non corrisposto, perché solo all’ombra di una passione del genere l’uomo può capire quanto a fondo il suo sentimento sia radicato, fin dove conficchi gli artigli.
Una relazione consumata troppo presto non potrà mai raggiungere tali livelli di sentimento, quindi potrebbe essere Amore vero in potenza, senza mai però riuscire ad esprimerlo.
Senza mai riuscire a provarlo.
L’Amore fa male, è inutile negarlo. Se si ama, si soffre.
Ho avuto molte donne, doc, e le ho tutte amate, a modo mio.

Te le sei scopate, old boy. E’ diverso.
No, te lo giuro. Le ho amate una ad una.
Per ragioni diverse ed in modo diverso, questo sì, ma non c’è una sola donna con cui sia stato che non si è portata via un pezzo della mia anima. E’ inevitabile doc, pensaci.
Ma l’Amore supremo è quello … quello che non c’è mai stato.
Quello comparso in una calda estate al mare come un miraggio sulla spiaggia, come una tenue foschia che delinea i contorni di una cosa che potrebbe essere, ma no, non è e forse non sarà mai.

Come l’hai conosciuta, Dylan?
Come si conoscono le persone? Puoi mai dire di conoscerle?
No, certo che no.
Ma per lei è diverso, sentivo di conoscerla bene ed intimamente quasi da subito, come fosse un riflesso della mia anima su uno specchio d’acqua.
Faceva parte della nostra compagnia al mare, a Moonlight.
Ecco tutto. Passavamo le giornate insieme, a parlare delle relazioni altrui, a fare grandi discorsi.
Mi prendeva sempre in giro per le mie
“massime storiche”, come le chiamava lei.
Le mie uscite brillanti studiate la notte per fare colpo.
E funzionavano, in un modo o nell’altro: almeno la facevo ridere.
Semplicemente, stavamo bene insieme.
Sentivo di conoscerla meglio di me stesso.
Quando non c’era, mancava forte.
Quando c’era, ogni tanto mi sforzavo di ignorarla, per fingermi distaccato, superiore, non così dannatamente preso.

Tace.

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Vedi, doc, i silenzi, di nuovo.
La nostra vicenda è un giro di giostra sui binari del silenzio.
Mi chiedevo spesso se lei provasse lo stesso per me: se anch’io le mancavo, quando non c’ero, o se notava il mio distacco, chiedendosi a che cosa fosse dovuto.
Chissà se anche lei mi voleva bene? Il tempo trascorso insieme era tanto, e bello.
Perché avrebbe dovuto farlo, altrimenti?

Non sciupare il tempo passato, Dylan – mi sento in dovere di intervenire.
Il tempo passato è, uh, passato. Lascialo tale, non disturbarlo con contorti giochi mentali, non distorcerlo per cercarvi la chiave interpretativa di fatti che non ce l’hanno.
Quando nasci non ti danno un libretto di istruzioni per la vita.
Le cose capitano e basta, e non tutto ha un significato.
O, quando anche ce l’ha, non vale la pena di violare un bel ricordo.
Sorride, e mi guarda di sottecchi. Proprio tu me lo dici, doc?
Già.
Già.
L’hai rivista di recente?
Sì. O forse no, è tutto così confuso. Forse era solo un sogno. Certo, mi è tornata in mente.
Abbiamo parlato a lungo, ed era difficile scavare nei ricordi per far riemergere quell’estate insieme.
Faceva male.

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Ci sono memorie che tendiamo a sigillare, a recludere in un angolo remoto della mente perché non possano disturbarci, per permetterci di continuare a vivere. Perché in certi ricordi si potrebbe tranquillamente prendere residenza, si può vivere del passato.
Ecco perché a volte è meglio fingere di dimenticarlo, isolarlo: non perché sia meglio cancellarlo, anzi, ma per impedirci di restare troppo aggrappati ad esso.
Abbiamo parlato a lungo, ti dicevo, e mi ha raccontato la sua vita.
Le sue delusioni, i suoi tormenti, le sue storie.
Mi ha parlato delle sue esperienze amorose, e di come si siano rivelate fallimentari.
Di come ci abbia creduto troppo spesso e troppo presto, di come sia caduta in trappole in realtà facilmente prevedibili, solo perché speranzosa, ingenuamente fiduciosa della bontà delle persone, segretamente ed appassionatamente convinta che il mondo non sia popolato da soli stronzi.

Stringo i pugni.
Faccio una domanda, ma sento di sapere già la risposta.
Sento di sapere tutte le risposte a tutte le domande.
Ma non si tratta di sapere o non sapere, qui; si tratta di aiutare un amico, e, per questo, posso fingere ignoranza.
La sua fiducia nel genere umano è stata ricompensata?
Dylan mi guarda con occhi tristi, e con un’espressione che sembra chiedere secondo te, scienzià?.
Infatti, non mi risponde.
Si accomoda meglio sulla poltrona, si sporge in avanti e si lascia andare.
Dio, lei è così bella, doc.
Ma non dico fisicamente; certo, anche quello, è meravigliosa, ma …
lei è così bella, capisci?
E’ una ragazza tosta, non ha paura di dire quello che pensa, sa farsi rispettare.
Tu la vedi e pensi
oh, ecco una che sa il fatto suo.
Ecco una stronza che saprebbe prendere a calci nelle palle tutto il mondo, se ce ne fosse bisogno.
Ecco una donna indipendente, che non crede a nessuno e non sente alcun bisogno di crederci.
Ed è così, infatti. Ma solo fuori, solo in apparenza.
In realtà è delusa ed arrabbiata, con un disperato bisogno di credere in qualcuno.
E vuole farlo, è questa la cosa meravigliosa: per quanto sia delusa, amareggiata o ferita, trova sempre la forza di alzarsi dalla comoda poltrona al buio della sua stanza per spalancare le finestre e lasciarsi investire dal sole, dal mondo, dalla vita.
Lei
vive.
Soffre, perché le due cose sono inscindibili (e di nuovo mi sembra che sia tu a parlare, non io. Strano), è ovvio, ma almeno vive, fa le sue esperienze, cresce.
E ti sembra poco, in un mondo talmente impaurito dal dolore che per la maggior parte si limita a sopravvivere, in un tripudio di banalità, routine e noia?
Così, ogni volta, nella sua corazza di donna vissuta e indipendente, lei si affaccia alla finestra.
Ed ogni volta viene scambiata per qualcun’altra.
Sembra così difficile, per gli altri,
comprenderla.
Eppure …
Eppure se solo la stessero per un minuto ad
ascoltare, affogando nei suoi occhi limpidi e sinceri che comunicano molto più delle sue per la verità scarse parole, anziché fissarle le tette, pensare a che cosa dire dopo per fare bella figura o immaginarla nuda.
È incredibile il senso di impotenza e frustrazione che emerge in quei momenti.
La rabbia che prende la bocca dello stomaco e te la chiude con violenza inaudita quando qualcuno la tratta superficialmente, la giudica per il suo aspetto, per il suo corpo, senza conoscerla, e senza alcuna intenzione di farlo.
Se solo questo qualcuno si rendesse minimamente conto della fortuna che ha anche solo standole accanto, anche solo ascoltandola, anche solo odorando il profumo dei suoi capelli o sentendo il ritmo concitato del suo respiro.
Se solo sapessero.
Capisci perché, doc? Ora mi comprendi quando dico che ho amato ogni singola donna con cui sono stato, e che sempre quando una storia finisce soffro come un cane?

Come un Dog?
L’ironia è una nostra arma comune, e non ti salverà, questa volta.
Come ci può essere solo sesso con una donna per chi ha conosciuto un amore del genere?
Come puoi scopare e guardarti ancora allo specchio, sapendo che magari c’è chi venderebbe l’anima anche solo per poterle stringere la mano, o vederla sorridere?
Abbiamo il dovere morale di andare oltre, doc.

Dylan, mi conosci. Con la moralità ci ho sempre fatto a cazzotti.
Sei uno stronzo bugiardo e lo ammetto, questa maschera ti dona. Non è questa la sede per trattare il tuo senso morale, che comunque non è certo quello schifo che stai, per chissà quale ragione, facendo credere in giro.

Perché non ti sei mai fatto avanti, Dylan? Che cosa ti ha bloccato?
Forse l’orgoglio. Forse la paura di rovinare tutto. Chi lo sa?
No, non è vero. Devo essere sincero.
E’ stata la paura di avere una risposta.
Strano timore, vero?

Non tanto quanto credi.

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Se lei avesse esplicitato i suoi sentimenti … sarebbe tutto finito.
L’attesa, la speranza, il dolore, forse l’amore.
Magari mi amava, magari no.
Ad ogni modo, con una risposta avrei smesso di sperare, di immaginare, di illudermi.
La foschia si sarebbe diradata, avrebbe lasciato il posto alla cruda verità.
Forse intimamente non volevo stare con lei.
Forse questa storia non avrebbe potuto svolgersi diversamente.
Forse siamo tutti attori su un gigantesco palcoscenico, e siamo tenuti a vivere al massimo, a soffrire al massimo, senza risparmiarci mai.
Di nuovo, vedi? Il silenzio.
Non mi sono fatto avanti per rispettare quel silenzio, che così in profondità ci legava.
Non avevo intenzione di sciuparlo.

E il rimpianto, Dylan? Non ti tormenta il rimorso per le parole non dette, per i baci non dati?
Ogni giorno. Ogni notte.
Ma fa parte del gioco. E’ giusto così.

E mi hai sospeso su un filo di lana
E mi ci terrai ancora per molto
Giovane amore, fiore non colto,
o forse sì, ma da un’altra mano.

E questa che cos’era?
E’ una canzone che scrissi allora, per sfogarmi, per esprimere i miei sentimenti per lei.
E’ proprio dedicata al silenzio, quelle risposte non date che mi facevano comunque sentire vivo.
L’ultima strofa parla proprio di questo. Ti va di sentirla?

Dylan, vecchio mio. Speravo me lo avresti chiesto.

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Cristalli di brina. Un ricordo straziante e dolce al tempo stesso.
Sicuro di non volertene disfare? Ora puoi, Dylan.
Sai già la risposta. Così come sai perché sai già le risposte alle tue domande, e perché ho bussato alla tua porta per parlarti del mio ricordo di amore, proprio oggi, dopo tanti anni.
Già. Lo so. Credo di averlo intuito non appena ti ho visto affacciarti oltre la porta, vecchio mio.
Come al solito, sei tu che salvi me.
Ci salviamo entrambi. Ma la sospensione dell’incredulità ci impone di portare a termine la nostra conversazione, prima che si sfaldino le trame dell’immaginazione dei lettori.
Hai un’ultima domanda?

Sai che ce l’ho. E’ quella che temo di più.
Come è finita, Dylan? Lei dov’è?
Ha importanza? In realtà ho ricordi confusi, ma tutto ciò che conta è che lei non è più qui.
Eppure, ci resterà per sempre.
Ricordo che, abbandonandola, l’ultima volta, pensai
ah, essere giovani e innamorati. Che crudeltà..

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Abbiamo tante speranze, il domani ci sembra carico di promesse, non può che essere migliore … e diventi adulto quando ti accorgi che nessuno ti ha promesso che ci sarà, un domani.
Che l’oggi, l’adesso è la nostra unica certezza, e che fantasticare sul futuro è pericoloso, si rischia di rimanere profondamente delusi.
Mentre partivo, in treno, lei mi corse dietro, e mi gridò qualcosa.
Qualcosa che sembrava importante.
Ma io non la sentii, ero semplicemente troppo felice di vederla ancora una volta, e le urlai
me lo dici la prossima estate …

Si alza. Mi getta uno sguardo dei suoi, quelli che ti fanno sentire al sicuro, e ti spingono a rivelargli tutto, a parlargli, a fidarti.
Affonda le mani in tasca, sotto la camicia rossa. Si allontana.
Si ferma solo un attimo, per dirmi Sempre in gamba, old boy.
Non ribatto che l’old boy, in realtà, sarebbe lui.
Oggi non ha senso.
Apre la porta, esce, la richiude.
Resto seduto alla scrivania, a pensare.
A digerire il rimorso accumulato nell’aria, e il rimpianto, il dolore, la passione e l’amore.
Quanto amore.
Penso alle sue ultime parole.
Penso al suo lungo addio.

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Già.
Ma quanto tempo ci separa dalla prossima estate?

Ragazzi, non c’è scampo. Ed anche il gambero sta per finire.

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Se questa è stata la vostra reazione leggendo il titolo del post, siete sulla buona strada per apprendere la nobile arte del beh va beh

No, che tu a volte sorridi, ma non avresti un vero motivo per farlo.
O meglio, sì, ce l’hai, certo che ce l’hai, solo che è collegato a qualche associazione mentale solitamente abbastanza contorta, una di quelle cose che una volta esternate ti farebbero passare ancora di più per pistola che non rimanendo zitto.
E così, quando si parla del Grande Amore, questa chimera, ti viene da sorridere.
Ed anche quando vedi il sole illuminare un cielo terso, la mattina di un caldo giorno festivo, come una promessa, come l’annunciazione di una giornata meravigliosa e perfetta.
È sempre un sorriso a metà, un po’ amaro: cogli l’ironia, la apprezzi, ma ti accorgi anche che, al di là di questa, non vi è altro che la solita distesa di dolore.
Quindi, come si dice, si ride per non piangere.
Quando viene la sera, poi, e il sole lotta per i suoi ultimi raggi ora rosati alla soglia dell’orizzonte, per lasciare spazio alla notte, la malinconia è inevitabile: un po’ l’ empatia per il giorno che muore, un po’ la tristezza per l’aspettativa delusa, un po’ la consapevolezza che domani inizierà tutto da capo, il sole sorgerà di nuovo e saremo di nuovo illusi e di nuovo traditi.
Ascesa e declino, vittime innocenti di un perverso e continuo moto astronomico che poi è anche una metafora della nostra esistenza.
Si inizia a scorgere l’ironia, laggiù in fondo?
Si stanno chiarendo le cause di quel mezzo sorriso?

E senti parlare del Grande Amore, un traguardo che – secondo te – non è un traguardo neanche per ‘sta cippa, come dire che acquistare un libro abbia risolto i conti in sospeso con quel determinato autore.
Non vorresti dire, eh, ma bisognerebbe leggerlo.
Parlandone, lo si capisce subito: siamo troppo giovani, troppo inesperti o, semplicemente, troppo umani per avere davvero idea dell’oggetto in discussione.
Tu lo vedi innanzi a te, vicinissimo eppure irraggiungibile.
Tendi la mano, le dita lo sfiorano… e quello scatta avanti.
Eppure quel contatto, quel fuggevole tocco, racchiudeva in sé l’intensità di mille abbracci dispensati senza pensarci troppo su.
Così, sei destinato a correre, ad inseguire un sogno, e magari, senza accorgertene, a superarlo, a lasciartelo alle spalle, troppo preso dal tuo scatto che Barry Allen a confronto è un ubriacone e per mettere in fila due passi deve concentrarsi come se fosse alle prese con il Teorema di Fermat.
Magari il traguardo l’hai raggiunto e non te ne sei accorto, perché è troppo diverso da come te lo saresti aspettato.
Non cambierebbe nulla comunque: appena acquisisci consapevolezza, ecco che di nuovo quello si allontana, e tu sei costretto a correre, ad inciampare, a sbagliare di nuovo.

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E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi.
C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

Ed è in queste situazioni, in questi frangenti in cui vincere sembra impossibile – e lo è, di fatto, ma non per nostra incapacità, quanto piuttosto per uno scherzo intrinseco della vita per cui ogni vittoria corrisponde in realtà al principio di una nuova partita – in cui la sofferenza è lì dietro l’angolo ed arrendersi non è comunque una possibilità contemplabile, perché troppo stupida, troppo facile per essere davvero soddisfacente, che un grido liberatorio si fa strada dai polmoni, risale facendo vibrare la laringe e rimbomba nelle guance e nei seni mascellari, per essere emesso come un sospiro rassegnato: beh va beh.

Il beh va beh (o be’va’be’ o beh vabbé, ndr) è la somma espressione di presa posizione nei confronti del Gran Giuoco della Vita che è stata messa a nostra disposizione.
Dovrebbe essere pronunciato con parsimonia, ma ti rendi per primo conto che certe volte scappa. E quando scappa, uh, scappa.
La sua pronuncia corretta non puoi definirla in modo diverso che ariosa: deve nascere come un urlo liberatorio che poi, però, trova compimento solo in una sorta di sospiro rassegnato.
Il gesto che solitamente lo accompagna è un’alzata di braccia a spalle chine, con le palme rivolte in avanti, una sorta di apparente sottomissione alle regole di un gioco che si rivela essere palesemente ingiusto, con lo sguardo che dice Stai barando, non vale, waffancool.

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Come faranno a mettere la pera nella bottiglia di grappa? È un miracolo! Davanti a questi misteri, lo scienziato alza le braccia e dice: Io mi fermo qui.

Il motivo per il quale questo potente mantra vada vibrato con parsimonia è presto detto: si tratta di un espediente metareferenziale.
Avete mai letto un fumetto di Deadpool, sì? O avete mai visto Fight Club?
Tanto per fare due esempi, i primi che ti vengono in mente.
In queste opere, i protagonisti si rivolgono spesso allo spettatore, consapevoli di essere parte di uno spettacolo messo in scena per dilettare un pubblico.
Ecco, uguale.
Il beh va beh è l’attimo di presa di coscienza della nostra condizione di attori sul grande palcoscenico della vita, e si insulta mentalmente lo sceneggiatore per qualche minuto perché oh, che ruolo di merda.
Ci si rivolge al pubblico e gli si fa gentilmente capire che se ne avrebbe anche i coglioni pieni di ricevere calci in coolo, chiedi scusa.
Proprio perché metareferenziale, perché potrebbe lacerare il tessuto della finzione scenica e della sospensione dell’incredulità postulata da Coleridge, trattasi di uno strumento utile ma pericoloso, dato che potrebbe sfilacciare le trame del reale facendoci precipitare in una sorta di limbo spaziotemporale estraneo ad ogni legge fisica che crediamo di conoscere.

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Gggente che ha abusato del beh va beh ed ora si trova confinata in un non-spazio ad aspettare un treno per la realtà che passa senza orari… un po’ come i treni veri, alla fine.
Momento Cooltoorale: Lo sapevate che “Mobil”, il nome della via della metropolitana che compare in questo fotogramma di Matrix Revolution, è un anagramma di “Limbo”? Sapevatelo.

Concludendo, il beh va beh è un’espressione ironica, una momentanea presa di distanza dalle faccende mondane che tanto ci perplimono per rimetterle nella giusta ottica e prospettiva.
È una locuzione di resa davanti all’insensatezza della vita che poi, alla fine, non prelude per nulla ad una resa; è una minaccia nei confronti dello sceneggiatore, come a dire Se non risollevi le sorti del mio personaggio, guarda non recito più, poi ti tocca chiamare Iù Gecman che ti spilla millemila milioni di dollari, tiè.
E lo sceneggiatore, dite, si piega alla gentile richiesta?
Ma neanche per sbaglio, proprio.
Anzi, dirai, si incarognisce ancora di più, ma ne è valsa la pena.
L’avviso ormai lo avete dato, e siete liberi di iniziare a recitare secondo il vostro copione, o magari improvvisando.
La sofferenza ed il dolore saranno ineliminabili, ma se non altro si riuscirà a tenere a bada la noia.
Ci si eserciti quotidianamente a pronunciare il beh va beh, anche solo mentalmente, davanti a ciò che non sembra avere senso, davanti ai torti, davanti a cose talmente stupide che risulta difficile credere davvero che siano state fatte.
Ecco, ad esempio: esercitatevi guardando questo film lungometraggio.

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Per questioni di Copioadestra, non vi si dirà che lo potete trovare tranquillamente in streaming cercandolo su gùgol.
Dovete comprare il divudì, piratazzi dall’uncino corto che non siete altro!

Le Atroci Lusinghe di Madama S.

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Dellamorte Dellamore

Dal titolo sembra una cosa seria, dite? Poveri illusi.

A volte l’uomo è profondamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.
Altre volte anche no, che sì, insomma, grazie per l’offerta ma passo, magari un’altra volta.
E quando ti si presenta, la Sofferenza, ti tende la mano e ti chiede di accompagnarla a spasso per la tua vita, che cosa puoi fare?
Te la immagini così, come una ragazza di un’età indefinita tra i diciotto e i trent’anni, di quelle che incontri per caso alle fermate degli autobus assieme alle vecchine con ombrello e borsetta letale piena di oggetti contundenti da spatafasciarti contro alla bisogna che ti fanno Oh, giovanotto, passa di qui il sette? senza attendere la risposta, che intanto sono già partite per le loro speculazioni sulle mezze stagioni di una volta, sulle pizze quattro stagioni che una volta erano più buone, sui segni zodiacali che Ommioddio sei Sagittario, mi sa che quest’anno non mangi il panettone e chi le acchiappa più.
Tu resti lì, con il principio di un abbiocco che si fa strada attraverso il gusto di caffè sulla lingua ed il tepore delle coperte che porti ancora sulle spalle, ad annuire, ad aspettare quell’autobus, conscio del maledetto principio psicofisico in virtù del quale quando qualcuno ti parla di cose che non ti interessano il tempo si dilata e – in barba ad Einstein (il fisico, non il cane di Doc) – anche lo spazio si dilata, e può essere che tu scorga di lontano il sette arrivare e che ci metta tanto, troppo, come se la strada fosse appena diventata infinita ed il tempo non avesse più ragione di esistere se non quella di stracciarti i coglioni con la massima crudeltà possibile.
Ed intanto guardi di soppiatto la ragazza, domandandoti che cosa avrà da sorridere, con chi starà messaggiando, se sente freddo o a che cosa penserà la sera, prima di addormentarsi.

Ora, questa fanciulla ti prende per mano e ti fa Vieni. Vieni a vedere il mondo con i miei occhi. Soffri un po’ adesso, dopo starai meglio.
Ed esattamente come la diabolica vecchina da manuale, solo molto tanto più pheega e senza quel pupullo in testa che fa troppo Psyco, si lancia in voli pindarici.

Pupullo della morte

Però, ci aveva preso. Non lo mangi, il panettone.

Per cui, pensi sia profondamente ingiusto e discriminatorio chiedere ad una persona in pena per che cosa stia soffrendo: sarebbe come chiedere ad un bagnante in quale acqua si sta immergendo.
L’acqua scorre, le esperienze anche: e quando ti immergi nell’una o nelle altre, ti immergi contemporaneamente in tutte le acque e le esperienze del mondo, ed è inutile cercare un ordine.
Così, qualunque sia la causa del tuo momentaneo abbattimento, sarà in realtà causa di tutti gli abbattimenti del mondo, che scorrono e si contorcono nella tua testa, quasi a ricordarti che sì, va bene, stai male per questo, ma guarda che dovresti proprio soffrire un attimo anche per quell’altra cosa lì, ti sarebbe piaciuto dimenticarla, vero?
Non se ne esce più, c’è gente che ci si è persa.
E giù la maschera, ti ci eri perso anche tu.
Ma non è un labirinto da cui sia facile uscire, per il semplice motivo che, uh, non vuoi uscirne.
Molti non lo ammetteranno mai, ma la Sofferenza è catartica: ti stacca dalla banalità, ti innalza, ti fa sentire diverso, emarginato, fottutamente cool (o cùl).
E’ per questo che della Sofferenza è facilissimo innamorarsi: è una donna che ti rompe le palle ogni tre per due, che a confronto le gite da Ikea a mangiare le polpettine svedesi della morte paiono il paradiso, ma che al contempo ti valorizza, ti ammira, ti dice che sei unico e che senza di Lei saresti ugualmente un grande, mentre Lei senza di te sarebbe persa.
Il punto è che non vuoi stare senza di Lei perché, in fondo in fondo, sai benissimo che è una gran trota bugiarda: senza di Lei non saresti per niente grande e, soprattutto, tu non sei unico manco per ‘sta cippa.
Sei uno dei suoi tanti amanti, e dice a tutti le stesse cose, soggiogandoli al suo volere, unica Regina circondata da paggi a cui è stata messa davanti agli occhi l’illusione di essere Re.

Magari ti capita di incontrare un altro sofferente, e no, non capisci ugualmente l’inganno: perché anche lui la ama, e forse a modo suo anche Lei ama lui, ma in modo diverso, non sarà mai un amore profondo e sincero come il tuo.
Diventa quasi una gara all’unicità, una sfida a chi soffre di più per distinguersi dalla massa.
Ci si perde, in questi labirinti mentali.
Il guaio è che, alla fine, non ci si distingue: si appare solo più sfigati, più reietti, più inadatti alla vita.
Tu sei unico, proprio come tutti gli altri.
E se tutti gli altri cercano l’unicità, l’anormalità nella Sofferenza, sta’ a vedere che sarà diventata un luogo di ritrovo per esibizionisti ed alternativi, e che l’aria buona si respira solo al di fuori di essa.
Che nella frenetica corsa per essere diversi, l’unicità spetta ai pochi che non corrono, e si tengono in disparte.

Così finiscono le grandi storie di Morte e d’Amore: hai smesso di chiamarla.
Hai smesso di cercarla e di cedere alle sue lusinghe.
C’è che ogni tanto ti si ripresenta a sorpresa, una sera come tante, con la nebbia che cala lentamente su questa città maledetta, oscurando le strade, avvolgendo i lampioni, celando ciò che è bene resti per sempre celato; c’è che ogni tanto rientri in camera, lanci giacca e chiavi un po’ dove ti capita (il grande piacere dell’avere uno svuotatasche ed un attaccapanni consiste in gran parte nell’ignorarli), sbottoni la camicia, ti giri e Lei è lì, distesa sul tuo letto, a guardarti con quei suoi occhi languidi e con le labbra già dischiuse in una dolce promessa.
A volte riesci ad ignorarla, altre volte riesci a cacciarla solo a bicchierate di whisky, suonando qualcosa di sufficientemente malinconico da far impiccare anche un Teletubbies o scrivendo idiozie su questo blog dimenticato da dio.
E’ così che si tira avanti, altro non serve, nelle giornate in cui i be’va’be’ ti salgono in gola con eccessiva scioltezza.

Si pensi che questo post doveva essere appunto una spiegazione del significato intrinseco, filologico e filosofico del be’ve’be’, ma ovviamente appena inizi a scrivere la mente se ne va per i fatti suoi, e le dita sui tasti non possono che seguirla a ruota.
Lo scriviamo la prossima volta, dite?
Eh, ci si prova.
C’è anche una new (cioè, era new una settimana fa, quando l’hai scoperta e non hai comunque avuto voglia di scriverne) che attende in cantiere un post ad uopo su un disadattato genio tabagista in impermeabile, ma non vi si è detto niente.

Colombo

Ancora un’altra domanda, doc…

No, non si parla di lei, Tenente. ‘spiace.

Scrivere di Robe: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (seconda ed ultima parte)

Postato il Aggiornato il

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Indiana Jones and de Tèmpol of Dùm: de Continuèscion (and Conclùsion)!

A tutta birra e senza indugi verso la seconda parte del film Indiana Jones e il Tempio Maledetto (mentre la prima parte la si può leggere tranquillamente a queste coordinate), sperando che nel frattempo voi deboscia l’abbiate recuperato e visto. Se non lo avete fatto, occhiospoilerpinocchio e una nota di demerito sul registro degli Irregolari di Baker Street, raus.

Eravamo giunti al punto clousò, ovvero al banchetto con tutte quelle pietanze emetiche troppo raffinate per i palati un po’ rustici dei nostri eroi (ed anche della gallina indisponente).
Indy, nel corso della cena, ha avanzato qualche domandina di troppo sul culto della dea Kali e sulla pietra sacra Shivalingam rubata al villaggio assieme ad una cinquantina di marmocchi.
Ma il Mahraja ha confermato di non avere nulla a che fare con questi spiacevoli avvenimenti, quindi tutti tranquilli e con il cuore leggero e colmo di buoni sentimenti, in quest’atmosfera che fa tanto Mille e una Notte, si ritirano nelle loro stanze, prestando orecchio al lontano gorgoglio della cascata.
O forse sono gli stomaci digiuni dei suddetti palati rustici, uno dei due.
Sì, insomma, i nostri hanno tutti una fame boia.
Shorty ed Indy stanno per ritirarsi nella loro stanza, ma l’archeologo decide di fare una piccola deviazione.
Credo che andrò a dare occhiolino un’occhiata occhiolino a Willie, spiega al suo giovane amico, il quale risponde con accessi di riso, pacche sulle spalle, calci sulle natiche e porgendo una confezione di profilattici nascosta nel doppio fondo del cappello.
Indy dispone infatti di un’arma segreta, un piatto colmo di frutta rinvenuto chissà dove.
Oltre al suo migliore sguardo acasamiaoacasatua in grado di piegare al suo volere qualsiasi donna, figurarsi se affamata come una iena.
Willie, che dapprima lo accoglie stizzita perché – nel caso ti fossi dimenticato di dirlo – è una rompicoglioni, cede dinnanzi allo sguardo languido di una mela decisamente secsi.

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E guarda il piatto colmo di frutta come fosse un bigolo di trenta centimetri. Poi sono gli uomini che vanno presi per la gola.

Lei, come previsto, cede.
Comincia a fare allusioni neanche troppo velate indirizzate al professore, che tipo di ricerche faresti occhiolino su di me occhiolino la notte, inizia a strusciacisi addosso, per poi dirgli che sono troppo amici e non vorrebbe rovinare tutto con il sesso sì, insomma, in sostanza, ce ne sarebbe.
Ma il dottor Jones alla fine è un archeologo, probabilmente anche un po’ nerd, per quanto possa ogni tanto divertirsi ad atteggiarsi da geimsbondo: quindi dice quelle due parole di troppo con un eccesso di sicumera Come scienziato, non anticipo mai i risultati di un esperimento, te lo farò sapere domattina, che gli costano il giro di giostra.
Viene cacciato in malo modo, la pootana che fa la preziosa pronostica un suo ritorno in non più di cinque minuti, e Indy si vede costretto a tornare nel suo alloggio, pensando tra sé e sé, in lacrime, che sicuramente ne sarà valsa la pena.
Ognuno, in camera propria, aspetta senza successo per cinque minuti l’arrivo dell’altro.
Nessuno si decide, quindi la notte sembra essere per entrambi destinata a passare con la pur dolce compagnia del proprio orgoglio.

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Quello non viene!

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Quella non viene!

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In che ssenso?

C’è di bello – per quanto sia magra consolazione – che Indy non è destinato a trascorrere la notte in solitaria compagnia di Federica la mano amica; infatti, spunta dalle tenebre un terribile strangolatore sikh adepto thug che, brandendo con fare minaccioso un filo interdentale, si accinge a, uh, strangolare l’ignaro archeologo.
Jones non accetta di buon grado le intenzioni del malamente, e nasce una colluttazione a colpi pim pem paw da far impallidire Adam West ed anche la sua panza incalzamagliata, al termine della quale lo strangolatore finisce, ironia della sorte, strangolato, perché appeso per il collo alla frusta impigliatasi al ventilatore, come un povero pistola.

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Se non c’è lo spazzolino, ci sono gli strangolatori con il filo interdentale. Tranquilli.

Nel corso di questa scena di lotta, tra l’altro, Harrison Ford si procurò un’ernia del disco, felice ricordino delle riprese (che già ne I Predatori dell’Arca Perduta si era rotto i legamenti crociati della gamba sinistra e sembrava brutto non replicare l’esperienza con un nuovo trauma). Leggi però su uichipidia che grazie ad una “procedura medica controversa” riuscì a recuperare in fretta, e la lavorazione del film non ne fu danneggiata, menomale.

Da bravo cavaliere, Indy si precipita nella camera della scassameenchia madamigella, per accertarsi che nessuno strangolatore sia appostato nell’ombra pronto ad acciderla.
O forse per trovarlo ed aiutarlo nell’impresa.
Quale che sia il caso, resta deluso.
La gallina è talmente piena di sé da essere davvero convinta che il ritorno di Jones sia dovuto al suo fascino irresistibile, ma il professore, da bravo archeologo, sembra essere più interessato ad un altro tipo di figura femminile.

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Oh, scienzià, queste sono più morbide.

Ed invece Indy ci aveva, guarda caso, visto giusto: spingendo le poppe della cariatide si accede ad un passaggio segreto! Ta-taaaaan! Momenti di mistero misterioso!
Il professore fa chiamare il suo piccolo amico, ed insieme si avventurano nel cunicolo… anche se in ventun anni di film di avventura la cosa che hai imparato è: mai entrare in un cunicolo buio, freddo e puzzolente per primi.
Ma oh, si vede che Indy ancora non aveva la tua esperienza.
I due stanno camminando con fare circospetto, come gente che si alza di notte per andare in bagno, e forse, chissà,magari anche a loro stava scappando fortissimo.
L’archeologo avvisa il marmocchio di non toccare nulla, e tu sei lì che aspetti, aspetti un’esclamazione, una parola che non arriva mai.
Shorty non dice di stare attento ai tracobbetti, e tu un po’ ci resti male, ma poi ti ricordi che questo non è I Goonies e che quel capolavoro di film il giovane Jonathan Ke Quan l’avrebbe girato nei panni di Data solo un anno dopo, nel 1985.

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Quindi niente, a monte.
In compenso, il ragazzino pronuncia una frase memorabile, che ancora citi a tavola, quando ti senti particolarmente stronzo ed hai voglia di far salire conati di vomito a tutti coloro che si ricordano di questa scena: Sembra di camminare sui biscotti.
Ed invece no, non sono biscotti manco per ‘sta cippa.
Sono insetti grossi come un palmo di mano del gigante Golia, che strisciano e si contorcono come se non ci fosse domani.
Che alla fine, visti i gusti coolinari degli abitanti del palazzo, magari la mattina queste bestiole le pucciano davvero nel latte.
Oh, ognuno.
Avanzando, i due giungono ad una stretta stanza.
Le porte di ingresso e di uscita si chiudono, il soffitto inizia ad abbassarsi e su questo e sul pavimento emergono acuminati spuntoni ancora adorni dei crani degli ultimi sventurati visitatori.
Tutto regolare, Indy se non affronta queste robe prima di colazione non si prende neanche la briga di scendere dal letto, senti.

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È un tracobbetto!

Questo tracobbetto è il preferito di George Lucas dell’intero film.
Al professore ed a Shorty è piaciuto un po’ meno.
Sono talmente nella melma che si vedono costretti a richiedere l’aiuto dell’algida stronza, la quale risponde con una certa diffidenza, non ha voglia di infilarsi in quello schifo di cunicolo, sapete s’è fatta una certa, se non vado a letto presto domani mi sveglio con due occhiaie che neanche tutto il fondotinta del mondo, eccetera.
Alla fine ci va, perché sì, sennò sai che finale del cappero, e tra mille lagne riesce miracolosamente a salvare i due premendo l’interruttore.
Teh, ci voleva tanto?
Poi ci si riappoggia e ricomincia tutto da capo.
Indy, poco propenso a farsi fregare una seconda volta, spinge tutti oltre la porta prima che si chiuda e ciao.
I tre giungono, ormai baldanzosi per le insidie brillantemente superate, ad una sorta di terrazzo in pietra naturale da cui hanno l’invidiabile opportunità di osservare tutto ciò che accade a valle, rimanendo nel contempo piuttosto nascosti.
Guarda un po’ te il coolo, alle volte.

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Ma va’ come nevica. Va’ che roba.

Quello che si para dinnanzi agli occhi dello sconcertato trio è il Tempio Maledetto.
Come il dottor Jones aveva giustamente intuito, col fischio che il culto Thug è morto e sepolto.
A valle, una folla che neanche al Lucca ComicsendGheims sta venerando la dea Kali, in onore della quale è stato apparecchiato anche un succulento sacrificio umano.
Un pover’uomo è legato ad una griglia e sta per essere, uh, grigliato.
Prima, però, il sacerdote officiante questa cerimonia dall’indubbio interesse folkloristico introduce una mano tra le coste del futuro spiedino e ne trae il cuore ancora palpitante, con un trucco che a confronto la tecnica dell’esplosione con cinque colpi delle dita è un gioco di prestigio e Pai Mei dovrebbe andare a vendere meloni in autostrada.
Non sai se a livello metaforico sia una rappresentazione della friendzone o la rievocazione in chiave truculenta del rapporto tra il nano ed Angelino agente Smith, ma comunque il povero eviscerato viene spedito tra le fiamme dell’inferno e chi s’è visto, s’è visto.

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Sei stato friendzoned

In questi frangenti, risulta chiara la volontà di Lucas di realizzare un film dai toni più cupi del primo, un po’ come successo già per quel film del nano verde che parla strano rispetto al predecessore. Ha voluto applicare alla saga cinematografica di Indiana Jones lo stesso processo che l’esempio di Nolan (spesso ripreso più perché fa faigo che per convinzione) sta diffondendo tra le pellicole di stampo supereroistico, solo trent’anni prima.
Lucas, però, va giustificato, perché era effettivamente in una fase nera della sua vita, alle prese con il divorzio, e sì, veder bruciare gente e strappare cuori doveva evidentemente avere un effetto catartico.

Il sacerdote estrae la pietra Shivalingam che, assieme ad altre due pietre della stessa fatta, comincia a sbrilluccicare peggio di quei messaggi tutti glitterati che giravano su msn qualche anno fa.
Indy, diligentemente, spiega che questo effetto è dovuto ai diamanti contenuti al loro interno… e non fa in tempo a terminare la frase che Willie, risvegliatasi dal suo shock da overdose di viulenza grazie alla parola magica che inizia per D, si fa avanti per vedere dove sono, questi stramaledetti diamanti.
Adesso ti prendi una pausa, perché sei arrivato alla fine del primo dei due file che hai scaric un attimo stanco.

Tornando a noi, Indy si cala con la sua frusta a recuperare la pietra.
E la recupera, tutt’occhei.
Solo che poi non si trattiene, va oltre e vede che ci sono questi bestioni col turbante che frustano i cininni rapiti al villaggio affinché scavino alla ricerca di altre pietre sacre, che bastava prenderne una a caso, disegnarci tre strisce sopra e felici tutti.
A questa vista, il dottor Jones si indispettisce.
Solo io e Catwoman possiamo usare la frusta!, esclama piccato, e scaglia un sasso non sacro sull’osso – questa volta, sacro – del bestione più grande in circolazione.
Bella mossa, Indy.
Il professore, Shorty e la fanciulla dolcequandodorme vengono catturati, e a Jones viene propinato il Sangue della dea Kali, una sorta di filtro che lo avrebbe reso succube di questo culto.
Dapprima lo sputa, poi – soggiogato dall’antica tecnica ninja che veniva in tempi remoti utilizzata anche contro di te quando ti rifiutavi di ingollare sciroppi disgustosi e che consiste nel tappare le narici per farti andare in carenza di ossigeno e costringerti ad introdurre il gas vitale da un altro orifizio a scelta (ma pur sempre connesso alle vie respiratorie) – è costretto a bere.
Comunque, anche leggere l’inciso nella frase precedente è una tecnica niente male e dalle identiche conseguenze, appena incontri un rappresentante Thug provi a vendergliela.
Indy si trasforma, diventa un fanatico della dea Kali ed inizia a pensare sai che c’è? Alla fine bruciare laggente non è poi così male.

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Il mio cuore brucia per te! Pessima scelta di parole.

E tu a questo punto eri carichissimo, oh, stanno per bruciare la gallina, ‘sta a vedere che è la volta buona che ce la leviamo dai coglE INVECE NO.
Arriva Shorty che, non ricevendo risposte soddisfacenti ma solo mugugni e grugniti dal suo amico Indy, pensa bene di USTIONARLO CON UNA FIACCOLA.
L’idea, per quanto possa apparire bislacca, si rivela invece davvero buona, perché l’archeologo si riprende, e con un doppio gioco nel doppio gioco (che fa quadruplo gioco, se fate i conti), intima le guardie di lasciare stare Shorty, perché se ne vuole occupare personalmente.
Così lo prende per il bavero, e gli strizza l’occhio.
Shorty è terrorizzato: il suo amico si è ripreso, occhei, ma ricorda benissimo a che cosa alludeva l’ultima volta che ha fatto l’occhiolino, e forse avrebbe preferito esser acciso.

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Sono occhiolino sveglio occhiolino adesso

Il dottor Jones inizia a prendere tutti a cavucincù, pim pem paw, tema di Williams in sottofondo, lacrime di commozione e giuoia.
Nel frattempo, cerca di salvare Willie, legata come un salame alla griglia che sta facendo su e giù verso il pozzo di lava come uno yo-yo, con la differenza sostanziale che lei non si sta divertendo neanche per un cazzo.
Alla fine, però, Indy la salva dalle fiamme, mannaggia, e come ricompensa riceve una cinquina, che a tuo avviso si merita tutta e anche con gli interessi, non si può fare un piacere a nessuno, non si può.
Momento di raccoglimento, gente che si abbraccia e, soprattuttamente, il professor Jones che torna ad indossare il suo borsalino, senza il quale si sentiva effettivamente un po’ nudo.

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Senza questo cerchio alla testa, non ero più io.

Tutti nelle miniere, a questo punto, che ci sono i marmocchi da salvare, su.
E li salvano, infatti, con grande abbondanza di scene pim pem paw, parole di maleducazione che volano da entrambe le fazioni e il Mahraja che si rivela essere un figlio di Sharazad perché con una bambolina voodoo infligge all’archeologo – già impegnato in una colluttazione con un armadio a quattro ante – dolori atroci.
Ad un certo punto, però, si ricorda di non credere nel voodoo, che lui è indiano mica caraibico, ed allora il suo piano malefico va a pootane.
Shorty, che ormai ci ha preso gusto, da una strinatina con la fiaccola anche a lui, a sua volta vittima del Sangue di Kali.
Indy continua a scazzottare il bestione, la cui sciarpina effettivamente da checca si impiglia in un rullo compressore schiacciasassi che passava di lì per caso, e l’armadio a quattro ante diventa, uh, un armadio a quattro ante spiattellato, mentre grida Da lunedì dieta, però pian piano, non così di bottAaaah.
Su consiglio del giovane Mahraja regazzino, ridestatosi dal sonno indotto dal Sangue di Kali, i due eroi più quell’essere venusiano inutile salgono su un vagone della miniera e si avventurano per i binari, inseguiti senza tregua dai tirapiedi del sacerdote, che li vogliono giustamente accidere, se non altro per recuperare quei tre fottutissimi sassi.
La scena dell’inseguimento in miniera, così come quella del rafting sul fiume e della sparatoria nel night di Shangai, era stata girata originariamente per far parte de I Predatori dell’Arca Perduta; poi sono state tagliate, ma erano comunque gran belle sequenze, ed appena finito il film Lucas pensò sai che c’è? Se facessimo un altro film e ce le sbattessimo tutte dentro?
Detto fatto, ecco a voi Indiana Jones e il Tempio Maledetto.

Il sacerdote pensa di stanare i tre allagando la miniera, che è un po’ una trovata tipo radere al suolo una casa com una bomba H perché hai visto un ragnetto sulla parete, ma vabbè.
I freni del vagone si rompono, così Indy utilizza il proprio corpo per rallentare la corsa dello stesso, appoggiando gli stivali sulle rotaie.
Terminata la corsa, accortosi di aver consumato tutta la suola delle scarpe, alla prima esclamazione Nuooooo! Erano nuove! fa seguire la ben più struggente richiesta di acqua per lenire il bruciore alle piante dei piedi.

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Accontentato

I tre sono lì, sull’orlo del precipizio e con un getto d’acqua potentissimo che minaccia di spingerli nel baratro da un momento all’altro, mentre Willie minaccia semplicemente di non venire più in vacanza con loro, che “gita culturale” lo venissero a dire a sua nonna in carriola.
Scampati anche a questa umida situazione, si ritrovano innanzi un ponte vecchio e pericolante su un fiume popolato da affamatissimi coccodrilli, di quelli che appena ti vedono iniziano a schioccare la lingua e a mettersi il tovagliolo al collo.
Willie, da persona simpatica qual è, si rifiuta di attraversare, e Shorty, esasperato, cerca di farla finita inizia a saltellare sul ponte per dimostrarne la resistenza.
E lo sfonda.
Bravo scienzià.

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Ma in Shrek ha funzionato!

Intanto Indy si trova a dover fronteggiare due malamente, che fanno gli esibizionisti sboroni con le sciabole, con quei gesti inutili e scenici che da bambino facevi sempre anche tu, poi ti finiva la spada di plastica nell’occhio ed avevi già finito di divertirti.
Il dottor Jones li guarda come due poveri stronzi, poi mette mano alla pistola per freddarli.
Se non fosse che la pistola è stata gettata da quella pistola di Willie all’inizio del film. Superato il trauma e lo scuorno, il nostro si trova costretto ad affrontare i due villanzoni a mani nude.

La stessa scena, identica, uguale uguale, era presente ne I Predatori dell’Arca Perduta, con la differenza che nel primo film Indy aveva la pistola e risolveva dunque il duello in modo rapido e indolore (cioè, per lui).
Poiché Il Tempio Maledetto rappresenta un prequel, si può intuire che la spiacevole esperienza sia stata di insegnamento al professore.
Di più: nelle intenzioni originali del regista, già ne I Predatori quel combattimento avrebbe dovuto svolgersi a suon di cazzotti e pim pem paw. Solo che, come si era detto, avevano tutti il cagotto (tutti tranne Spielberg) e di fare scene d’azione non ne aveva voglia nessuno.
Fu proprio Harrison Ford a proporre di risolvere la cosa con una pistolettata: Spielberg ne fu entusiasta, gli attori con la dissenteria neanche a parlarne.

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Il Tempio Maledetto

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I Predatori dell’Arca Perduta

Giunto alla fin della tenzone incerto sull’arcione tentò di risalir, Indy si avventura a sua volta sul ponte pericolante.
C’è un problema, però, una quisquilia, oseresti dire: da entrambi i lati del ponte giungono i sicari Thug, guidati dal sacerdote, ed i nostri non hanno via di scampo.
Ta-taaaaan! Momento altamente drammatico.
L’archeologo prende in ostaggio le pietre sacre nella sua bisaccia, minacciando di gettarle nel fiume se non fossero stati lasciati passare.
Il sacerdote fa spallucce, Vabbè, ne dipingiamo delle altre, dice.

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Vi accido i sassi! Occhio!

Fortunatamente, ad Indy viene un’idea delle sue: FAR CROLLARE L’INTERO PONTE.
Willie e Shorty ci provano, hanno davvero a cuore di fargli capire che sì, insomma, sul ponte, ecco, ci sarebbero anche loro, ma il professore, con quel maledetto borsalino che gli blocca l’ afflusso di sangue al cervello, non vuole sentire ragioni.
Gli unici d’accordo sono i coccodrilli, laggiù, che intanto hanno apparecchiato ed hanno mandato il minore a prendere una bottiglia di rosso in cantina.
Il ponte, a seguito di un colpo di sciabola ben assestato, cede, e molti Thug finiscono in pasto agli alligatori.
Restano appesi a stagionare alle corde del ponte giusto Indy, Willie, Shorty e il sacerdote malamente, che comunque, dopo una breve scazzottata con l’archeologo e un trucchetto un po’ guardalà, molla la presa e finisce nel fiume.
Willie e Shorty sono ormai in salvo, ma non vedono Indiana… che dopo qualche momento di suspanza compare sul bordo del precipizio, tenendo in mano la pietra sacra Shivalingam.
È uguale a quella che danno in edicola con Pietre e Minerali, esclama imprudentemente Shorty, che infatti viene messo a tacere da un coppino fortissimo che gli fa anche cadere la cingomma.

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Quando avete tempo, eh.

Nel frattempo, sono arrivate anche le truppe inglesi, avvertite dal giovane Mahraja di nuovo in possesso delle sue facoltà mentali, tutte e due.
C’è che ormai i malamente sono morti, e niente, i soldati stanno lì a prendersi un po’ di gloria, che male non fa.
Siamo alla fine del film: i due eroi e mezzo fanno ritorno al villaggio in maniera trionfante, da vincitori.
Portano con sé la pietra sacra, e il vecchio capotribù è raggiante: Non sapevamo proprio come altro delimitare la porta del calcetto, dice.
Sono anche accompagnati da una cinquantina di bambini, sottratti ai lavori forzati e che finalmente possono fare ritorno alle loro famiglie per, uh, lavorare.

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Indy e Willie si guardano negli occhi: dai che ce n’è pensa l’archeologo, ma Willie fa la difficile, sono in quei giorni, ti vedo di più come un amico eccetera.
Fa per andarsene, quando INDY LA TRATTIENE CON LA FRUSTA.
Finalmente, i due si baciano.

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Ma non si può limonare un attimo in santa pace che l’elefante dispettoso (stretto parente del delfino curioso e del cavallo goloso) li inonda con un getto d’acqua.

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Amore, stasera tagliata di elefante.

Non è finita qui: neanche il tempo di avvicinare di nuovo le labbra, che vengono travolti da un’orda di bambini indiani scalmanati e festanti, che vogliono esprimere la loro riconoscenza per essere stati liberati dalle miniere di Pankot.
Gli amanti, poveretti, che devono fare? Fanno buon viso a cattivo gioco, sorridono, sorridono un sacco.
Indy, mantenendo il sorriso di facciata, domanda: Tu non vuoi marmocchi, vero? Almeno un annetto o due di sesso disimpegnato?

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Andata!

Tema di Williams, lacrime di commozione, coccodrilli ingrassati come maiali, titoli di coda.
Fine.

Post Scriptum: cari Irregolari, siamo giunti al termine del primo Scrivere di Robe, la rubrica in cui vi si racconta una storia tratta da qualsiasi forma d’arte tu abbia voglia di affrontare al momento.
Ti sei divertito molto a scriverlo, certo è un lavoro abbastanza lungo ed impegnativo, quindi non lo rifarai troppo presto.
Se anche voi vi siete divertiti a leggerlo, fatelo sapere, perché a) Ti farebbe molto piacere e b) Cercheresti di accorciare i tempi per una prossima puntata.
E adesso, però, per concludere, ve lo si linka davvero il tema di John Williams, via, va’ che regalone.